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Tecoppa
di Edoardo Ferravilla
Corriere Lombardo, 6 marzo 1964

Se la Compagnia del teatro milanese avesse aspettato l’anno prossimo per allestire lo spettacolo che ha mandato in visibilio dal ridere ieri sera il pubblico del Gerolamo, avrebbe, con esso, potuto festeggiare il cinquantenario della morte di Edoardo Ferravilla. Quella di riunire in una serata sola, opportunamente rispolverata, ma poi nemmeno troppo, la figura di Tecoppa, spersa in varie farse e farsettine, “per finire”, che il celeberrimo attore recitò per quarant’anni, è stata un’idea felice.
Del famoso, sgangherato personaggio, Ferravilla si attribuì intero il merito dell’invenzione scrivendo di essersi ispirato, quando era ancora un giovane filodrammatico, a un certo De Toma di porta Magenta, celebre per la sua fedeltà alla grappa. Sarà. E non c’è dubbio che questa mezza maschera, coi marcati caratteri definitivi coi quali è pervenuta fino a noi nei modesti, modestissimi copioncini di cui è protagonista, sia creazione sua. La truccatura, quel viso incandescente da alcolizzato; il costume, tuba, palandrana e frusta da brumista con pantaloni a quadrettino e gilè scarlatto; soprattutto alcune battute celebri, diventate luoghi comini dialettali, sono inequivocabili, e, uscendo dalle labbra dell’enorme interprete, dovevano assumere dimensioni degne del discorso di Carlo Porta. Sta, però, di fatto che il personaggio, col medesimo nome e con la medesima fisionomia morale, sia pure alquanto più pallida, figura già in una commedia del Giraud, del 1876: I duu ors. Nella compagnia era scritturato, è vero, Ferravilla, allora trentenne; ma proprio perché egli confessa che, in quell’occasione, il personaggio “non gli riuscì”, anche ammesso che a un attore  ancora agli inizi della carriera fosse concesso di sostituirsi all’autore che aveva firmato la commedia – il caso del nobiluomo Vidal di Benini, introdotto in Serenissima del Gallina, fa testo – se ne dovrebbe dedurre che il personaggio non faceva ancora parte del patrimonio creativo del futuro grande attore. Minuscola questione bizantina, del resto: ché certe paternità putative sono incontestabilmente più importanti di certe distratte e rachitiche paternità carnali. La stesa cosa sarebbe accaduta sembra per l’immortale Gastone di Petrolini. Checco Durante mi assicurava, e non ho ragione di non credergli, d’essere stato lui, giovane attore scritturato dall’enorme comico romano, a buttarne giù i versi senza che nessuno potesse immaginare la sorte che avrebbero avuto.
Ho detto: Tecoppa, mezza maschera; e aggiungo che non ha niente di milanese. Semmai, la fannulloneria, la vigliaccheria, l’avidità e la golosità, specificamente sotto l’aspetto alcolico, lo riallacciano genericamente allo Zanni, al servo furbo, diciamo al Brighella. Ciò che, piuttosto, ce lo avvicina sono certe note inedite e moderne della sua sordidezza: la prosopopea sociale, un residuo di pudore, quella sorta di quasi pirandelliano conflitto fra l’essere una ignobile canaglia e il voler apparire un filantropico galantuomo, da cui scaturiscono le più grottesche e geniali trovate giustificative del suo tartufesco operare: la teorizzazione del vittimismo prospettato sul piano dell’ingiustizia sociale.
Operando con garbo, discrezione e abilità, Carlo Maria Pensa e Carlo Silva, che è anche regista pulito ed arguto della serata, hanno provveduto alla scelta ed al restauro: dove enucleando e concentrando i momenti più significativi, dove rielaborando e dilatando situazioni e dialoghi del Rota, del Bosisio, del Giraud e dello stesso Ferravilla; non richiamando il Tecoppa come fu, ricalcato “nel modo un po’ guitto e affascinante di allora”, che sarebbe stato un fallimento in partenza; bensì tentandone una “ricomposizione libera ma rispettosa” che non esclude il fascino della nostalgia retrospettiva. In questa direzione, non potevano trovare migliori collaboratori di Cesarino Monti per le festose ed ariose scene dipinte, alcune, m’è parso, ispirate agli acquarelli lasciati dal Ferravilla medesimo; e di Franco Nebbia, autore di musiche deliziose nella loro eloquente ironia demistificatrice con qualche affettuosa punzecchiatura verdiana.

Piero Mozzarella, naturalmente il trionfatore della serata, fa un Tecoppa aggrondato, sussiegoso, tutto prosopopea; sfruttando i toni più originali della sua arte: quelli della furfanteria, con un controllo esemplare e grandi risultati comici che escludono la facilità e l’approssimazione. Hanno condiviso i copiosi applausi: la spiritosissima Celani, la Reiner, la Borgo, l’Allegranza, il Groggia, il Friggeri e il risorto Pippo Starnazza d’una lepidezza inaspettata.
   
© Sipario 2011