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Sweeney Todd
di Tim Burton
con Johnny Depp, Helena Bonham Carter e Sasha Baron Cohen.
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L'Espresso, 29 febbraio
Horror in musical
Non sono mancate le critiche a Sweeney Todd, l'ultima opera di Tim Burton. Eppure è un film magnifico, vibrante di tragicità, passione e dolore
Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street a Londra, tagliava la gola ai clienti coi suoi rasoi d'argento. Dicono ne abbia uccisi 160. Una volta morti, li calava attraverso uno scivolo in un locale sottostante dove i corpi venivano macinati e usati come ripieno per i pasticci di carne preparati da Mrs. Lovett, amica e complice del barbiere; i pasticci, per via della carne umana dolce e fresca, piacevano molto. Il barbiere faceva tutto questo per vendicarsi di un giudice che aveva condannato lui a 15 anni di prigione, che si era impadronito di sua moglie e sua figlia.
Pare che Sweeney Todd sia davvero esistito nel Settecento. Pare invece che sia un personaggio da romanzo creato da Thomas Peckett Prest nel 1846, che come Jack lo Squartatore dette origine a film, spettacoli teatrali e televisivi, al musical 1979 di Sondheim-Wheeler da cui questo film di Tim Burton è tratto. Pare che il film sia troppo raccapricciante, poco creativo perché ricalcato sul musical, sceneggiato non bene: ma queste sono critiche accademiche, che non mancano mai alle opere di un regista controverso come Burton. 'Sweeney Todd' è magnifico, vibrante di tragicità, passione, dolore: sincero e bellissimo nel rappresentare la condensata sfrenatezza del male anche presente, di rara autenticità nello stile.
In bianco e nero o decolorato con schizzi sanguigni, il film somiglia ai classici muti dell'horror: personaggi pallidissimi con gli occhi pesti e vestiti di nero, Londra lercia e affollata nel lavoro perfetto di Dante Ferretti, gli attori molto bravi che cantano struggenti in inglese pur non sapendo cantare, l'orrore. Un solo momento comico: l'apparizione di Sacha Baron Cohen, azzimato barbiere italiano ricattatore con un nome giudicato ridicolo, Pirelli.
Lietta Tornabuoni
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Panorama, n. 09 2008
Com'è vendicativo Depp, barbiere diabolico
Tim Burton non s'è fatto intimorire dal successo del musical Sweeney Todd, ancora in scena dopo il debutto nel 1979: ha tolto dialoghi, canzoni, personaggi e ridotto di un'ora la durata. Il barbiere ex galeotto Sweeney Todd ritorna dopo 15 anni a Londra, dove l'adorata moglie allora era stata rapita e violentata dal giudice corrotto (un magnifico Alan Rickman). Johnny Depp alias Sweeney ha l'odio e lo spavento disegnato nella frezza bianca dei capelli folti e scuri, il buio della notte è attraversato dalla cinepresa di Burton che corre all'impazzata, in un colore desaturato fino al bianconero (magnifica fotografia di Dariusz Wolski) che ha in sé l'odore acre del carbone, dello smog, della rivoluzione industriale.
Todd scopre che il giudice vuole ora sposare sua figlia e riapre bottega solo per poter aprire la gola con il suo rasoio a tutti i clienti trasformandoli in saporite torte di carne grazie alla complicità della signora Lovett (Helena Bonham Carter, nella foto con Depp). Depp è come sempre un freak meraviglioso, capace di dare sangue e cattiveria alle liriche (non memorabili) del film più cupo e sanguinario del maestro Burton, disegnato con il nerofumo da Dante Ferretti.
Composizione da virtuoso, almeno una canzone da ricordare (la «colorata» By the Sea della Bonham Carter), velocità e finale con crescendo di horror estremo, stilizzato nel sangue denso, rosso che sporca le inquadrature. Un mondo senza sbocco e, bizzarramente bello quanto ripetitivo, un po' noioso. Nella grandiosità del cinema di Burton, per la prima volta, un dubbio.
Piera Detassis
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Il Tempo, 24 febbraio 2008
Dei misfatti ottocenteschi di Sweeney Todd, il sanguinario barbiere di Fleet Street a Londra, il cinema si è già occupato varie volte, fin dai tempi del muto, e a un certo momento anche la televisione a firma addirittura di John Schlesinger. Alla fine dei Settanta sono diventati anche un musical ad opera di uno dei più celebri compositori americani, Stephen Sondheim, sulla scorta di un testo scritto da un noto scrittore inglese, Hugh Wheeler, e andato incontro a un totale successo a Broadway e a Londra da raggiungere le 557 repliche, seguite da vari premi.
Da quel musical il film di oggi riscritto per lo schermo da John Logan, lo sceneggiatore di "The Aviator" e del "Gladiatore", e diretto da Tim Burton che, per la sesta volta, ha voluto al suo fianco come interprete l'alter ego delle sue fantasie folli ma geniali, Johnny Depp, al quale ha chiesto perfino di cantare, senza deluderci.
La vicenda, più o meno, è quella nota anche se si discosta, come le altre, dalla storia vera di Sweeney Todd a metà Settecento, così come oggi si può leggere, stampata anche in Italia, in un testo anonimo che faceva parte di una collana a basso prezzo rigurgitante sadismi. Siamo a Londra negli stessi anni (e negli stessi climi) in cui operava Jack lo Squartatore. Sweeny Todd, che era stato barbiere, esce di prigione dove era stato rinchiuso da un giudice che lo aveva fatto condannare innocente solo per portargli via la moglie e che adesso medita di sposare la loro figlia, adottata all'inizio con quell'intenzione. Naturalmente cova la vendetta, e in attesa di tagliare la gola al suo nemico taglia quelle dei tanti clienti che si avvicendano ignari sotto il suo rasoio. Coadiuvato da una ostessa che, con i cadaveri delle sue vittime, fa ghiotti pasticcini. Da queste spunto il resto. Che si concluderà in un bagno di sangue.
Ecco, il sangue. Era il vero protagonista del musical, ma qui, su uno schermo, ha modo di proporsi oltre ogni orrore possibile. Con questo, perfino nei momenti in cui si passa ogni misura, senza impedire che Tim Burton si imponga con uno stile che sa coniugare la musica con le atrocità, il dolore di certi personaggi con la malvagità di altri, in una cornice ottocentesca magicamente ricreata dalle scenografie splendide del nostro Dante Ferretti, fasciate dalle luci nere della fotografia di Dariusz Wolki, reduce dai due "Pirati dei Caraibi".
Il merito maggiore del film, però, è l'interpretazione diabolica e spettrale di Johnny Depp: pallidissimo, gli occhi funereamente cerchiati, una mimica devastata dal furore e dallo spasimo. Ad ogni sua apparizione suscita spaventi.
Senza scadere nel Grand Guignol.
Gian Luigi Rondi
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Il Mattino, 23 febbraio
Il genio di Tim Burton in un presepe di cannibali
Grandioso nell'approccio, nello svolgimento e anche nei difetti, «Sweeney Todd» conferma l'audacia tematica e stilistica di Tim Burton. Prendiamo la scelta di trasporre sullo schermo l'omonimo musical-horror di Stephen Sondheim (1979): già non è facile per gli spettatori prediligere il genere, figuriamoci quando il doppiaggio costringe i personaggi a dialogare in italiano e all'improvviso mettersi a cantare in inglese... C'è poi la storia - ampiamente reinventata - del brutale tagliagole che terrorizzò Londra alla fine del Settecento, che non solo non lesina in crudeltà, ma anzi l'accresce nel disegno di tutti i personaggi. Altro che burlesque! Sia pure riciclando il classico leitmotiv dell'innocenza umiliata, della malvagità umana e dell'altrettanto veristico sentimento della vendetta, Burton conferisce all'ex galeotto e ora barbiere di Fleet Street, alla gentile signora (con occhiaie da vampiro) che lo ospita e diventa la sua «pasticciera» di fiducia e persino al garzoncello che li supporta lo stesso alone cupo, disgustoso e paranoico riservato al diabolico giudice e al suo lercio emissario responsabili del girotondo grand guignol. Il predominio dei personaggi negativi è a stento interrotto dall'idillio tra l'ingenuo marinaio e la biondina predestinata, che non a caso appare il tassello più effimero del film, «lasciato perdere» clamorosamente nel finale. Come dicevamo, ci vuole un gran coraggio nel realizzare un'opera monopolizzata da scempi, ossessioni ed abiezioni: un indubbio merito artistico inficiato dalla monotonia che ne deriva, come se la presentazione dei caratteri e la magnificenza di scenografia, fotografia e costumi avessero risolto in pochi minuti l'emozione di due ore. Il genio di Burton sembra in questo caso rivolto contro il film stesso, come se la maledizione del suo presepe di cannibali gli avesse tolto stavolta la capacità di distanziare e ironizzare. Gli attori, calati nelle vesti e nei gesti di maschere da incubo gotico, sono bravissimi (soprattutto il Depp con ciuffo bianco e rasoio rosso-sague) e cantano dignitosamente, ma fatalmente contano meno degli scenari fumosi, corrotti, putrescenti, pulp di un microcosmo londinese molto peggiore di quello rievocato dal film «Nosferatu» e dai romanzi di Dickens.
Valerio Caprara
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Il Manifesto, 21 febbraio 2008
Lama spuntata al musical
Con le scorribande nelle rispettive carriere, dalle quali si guardano strabici e si cercano alla prima occasione buona, Tim Burton e Johnny Deep mescolano le carte e rendono intelligibile una sorta di filo conduttore.
Al sesto film con il regista americano Deep, più vecchio e duro nei lineamenti, ammanta di cattiveria Edward mani di forbice. Perde stupore, dolcezze, riluttanze, paure e si reincarna nel barbiere assassino Sweeney Todd, il cui braccio "torna intero con un rasoio in mano". Imprigionato ingiustamente 15 anni prima dal giudice Turpin (Alan Rickman) solo per potergli portare via la moglie Lucy (Laura Michelle Kelly) e la figlioletta Johanna, Benjamin Barker (il suo vero nome) si ripresenta con un'altra identità.
Tornato a Londra con una nave che spunta dalla foschia del Tamigi, è fuggito con l'unico pensiero di vendicarsi.
Sotto la sua vecchia bottega c'è ora Mrs. Nelly Lovett (Melena Bonhan Carter), ambiziosa bottegaia che sforna tortini di carne. Innamorata da sempre di lui, gli mente sulla moglie (si è avvelenata per disperazione) e diventa la sua sodale, fedelissima e a suo modo tenera.
L'uomo riapre la bottega di barbiere e attende: passeranno tutti di là e, rasoio alla mano, li sgozzerà uno per uno. Il primo è il pirotecnico Pirelli (Sacha Baron Cohen), barbiere concorrente.
Visto che la mattanza è abbandonate – la leggenda della città di Londra vuole che il barbiere di Fleet Street, nato nel 1748, in prigione a 14 anni, avesse ammazzato 160 persone – Sweeny costruisce una poltrona ribaltabile e una botola che fa scivolare i cadaveri nei sotterranei. Lì Mrs Lovett trova sempre carne da macinare per i suoi tortini e gli affari decollano.
Immerso in una luce grigia e lividissima, scaricata ulteriormente dei colori dal direttore della fotografia Darius Wolski, come fosse una graphic-novel, il film di Burton è l'adattamento del musical di Hugh Wheeler e Stephen Sondheim andato in scena nel '79. Lo stesso Sondheim, che ha composto testi e musiche, ha partecipato a questo progetto.
Luci taglienti e stilizzate alla maniera di un noir della vecchia Hollywood, Sweeny Todd è stato girato ai Pinewood Studios inglesi, con un'ambientazione favolistica e senza precisa collocazione ideata dallo scenografo Dante Ferretti, abituato alla discrasie temporali di tanti Fellini e Pasolini.
Se non vi piacciono i musical non è detto che questo riesca a conquistarvi alla causa. Dovete superare un inizio introspettivo e qualche duetto finchè le strofe - "Tempi disperati, disperati rimedi" – si amalgamano con la recitazione.
Comprimari di spessore (specie i più giovani), con l'intermezzo simpatico e stonato di Baron Cohen. Deep e la Bonhan Carter funzionano come cantanti, per quel che riescono umanizzano i personaggi, prefigurano un passato di innocenza e di sogni frustrati dai ricchi e potenti e dalla povertà.
Però la vendetta incombe su tutto, le Erinni greche sono state sguinzagliate e sangue chiamerà sangue in una spirale ineluttabile. Il risultato è claustrofobico (si percepisce la scenografia ricostruita in interni), pessimista, roboante, di spettacolare oscurità.
Pasquale Colizzi
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Avvenire, 22 febbraio 2008
La favola nera di Depp e Burton
Tim Burton, regista di culto presso i cinefili per film come Ed Wood, due Batman, Big Fish, La fabbrica di cioccolato, La sposa cadavere, non cessa mai di stupire. E con lui il sorprendente attore Johnny Depp (sei film insieme). L'ultima favola nera della coppia, Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street, è atrocemente bello. Il nucleo narrativo è di un nero più spesso del nero, come del resto nei racconti dei fratelli Grimm che a lungo vennero narrati ai bambini. Una storia terribile, dunque, articolata su un telaio di immagini di rara creatività, personalissima, sebbene sia ricavata da un musical di Stephen Sondheim e Hugh Wheeler (gli attori alternano il canto alla parola e l'espediente mai disturba).
In un porto minacciato dalle nebbie arriva una nave dalle ampie vele. Non vi sbarcano Frankenstein o il vampiro Dracula che Burton considera degli 'incompresi' come il suo Sweeney Todd (un Johnny Depp dal viso assorto, una ciocca bianca nei capelli), l'uomo che, anni prima, benché innocente, era stato condannato da un giudice invaghitosi della sua bella consorte. Torna in una Londra oscura, sporca e affollata che non ha nulla da spartire con gli scenari posticci di tanti film dell'or- rore che pure invadono gli schermi. È una Londra, come in bianco e nero, inventata sapientemente da Dante Ferretti (candidato all'Oscar, così come Depp) e, all'inizio del racconto, scoperta nei suoi vicoli putridi da un carrello velocissimo che precede il reduce delle prigioni (a contrasto i colori tenui, dolcissimi dei ricordi di Todd o dei sogni di Nellie Lovett, Helena Bonham Carter, bravissima). Todd vuole vendicarsi del torto subito, della fine della moglie e della figlioletta. La sua volontà di vendetta si sposa con l'innamoramento di un marinaio e di una ragazza, Johanna, che il tutore (il giudice che condannò Todd) tiene segregata in casa (un risvolto romantico intelligentemente contrapposto alla orrida storia del barbiere).
I contorni della poetica di Tim Burton sono delimitati dall'horror, dall'umorismo e da una leggera patina di tenerezza che investe, oltre ai due innamorati, perfino il barbiere maledetto, il quale nella sua bottega taglia la testa ai clienti, e la perfida Nellie ne tritura i corpi preparando focacce che fanno impazzire mezza Londra. Quello che viene raccontato nel film non è riassumibile, non è adatto ad anime candide o a spettatori che da tempo non vanno al cinema. Nel finale, per fortuna, un trovatello – una sorta di non innocente angelo vendicatore – fa pagare il fio al diabolico barbiere. Ma, bisogna riconoscerlo, tutto è reso da una scrittura di incredibile creatività. Tutto vi è amalgamato: le parole e i versi della canzoni, una Londra ottocentesca e una nevrosi assoluta, i continui colpi di scena. E tutto tende a un 'segno' moderno, come inatteso, sempre sorprendente. Tim Burton dice che il cinema è un forma dispendiosa di psicoterapia. Analizza sogni che, talvolta, assomigliano a incubi. Saprà mai liberarsene, il geniale regista?
Francesco Bolzoni
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Il Giornale, 22 febbraio 2008
Johnny Depp barbiere tagliagole in un'affascinante favola nera
Decine di gole tagliate, sangue a fiotti. Macelleria e cannibalismo catturano Tim Burton, che riduce il suo solito personaggio, il letale deviante - si chiami Edward Mani-di-Forbice o, come stavolta, Sweeney Todd Mani-di-Rasoio - a maniaco assassino.
Siamo nella Londra ottocentesca di Dickens e Marx: i saccheggi nell'Impero mantengono il decoro delle classi alte; a quelle basse restano fame, sporcizia, malattie, abbrutimento. Il giudice (Alan Rickman) incarna le prime; il barbiere (Johnny Depp), cui il giudice ha sottratto moglie e figlia, le seconde. Giudice e barbiere uccidono sereni: l'uno spedisce anche i bambini in galera (accade ancora, ma negli Stati Uniti) o sulla forca; l'altro punisce chiunque porti la cravatta.
Burton polarizza la società non perché è rozzo, ma perché non è quella a interessargli: essa è il coro della tragedia del barbiere, talmente buono, prima, da non accorgersi che così va il mondo; talmente malvagio, poi, da non accorgersi che lui è ormai peggiore del mondo stesso.
Allora perché consigliare Sweeney Todd, eccessivo, a tratti stomachevole, agli adulti (non certo ai ragazzini)? Perché il film mostra dove porti vendicare indefinitamente orrori patiti in passato. Vendicarli non sui responsabili, ma su chiunque intralci, presumendosi titolari del dolore assoluto, che si converte in rancore assoluto. «Non perdonare, non dimenticare» è l'etica del personaggio, ben riassunto dallo slogan del film. Il fatto che dietro Sweeney Todd ci sia la Dreamworks di Steven Spielberg garantisce: allusioni a persone o a fatti reali non sono casuali.
Maurizio Cabona
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Il Messaggero, 22 febbraio 2008
Tim Burton, regista cannibale
E adesso? Credevamo di sapere tutto di Tim Burton, e lui ci serve un film fastoso e indigeribile, geniale e stucchevole, disperato e feroce. Altro che scheletri buffi e fabbriche di cioccolata. Questo è un prodigio di virtuosismo e cattivo gusto che ribalta l'Edward mani-di-forbice di Johnny Depp nel suo opposto. Non un malinconico mutante impossibilitato ad amare, ma un barbiere assetato di vendetta che taglia gole, non barbe. E ne taglia un sacco, mentre il sangue sgorga, zampilla, si spande a fontana.
Non è nemmeno farina del suo sacco, perché stavolta Burton porta sullo schermo il musical macabro scritto da Stephen Sondheim nel 1979. Ma Sweeney Todd non è un lavoro su commissione o un esercizio di stile. È un film-cannibale che frantuma e trangugia tutto ciò di cui ha bisogno per farne qualcosa di nuovo. Come certa arte macabra oggi di moda (vedi la collezione Saatchi), anche se Burton ci mette l'impudenza del bambino che ha trovato un compagno di giochi più scatenato di lui.
Ed ecco il barbiere innocente, spedito in galera dal giudice Alan Rickman per rubargli moglie e figlia, tornare nella Londra primo '800 per vendicarsi su un vascello fra le nebbie come Nosferatu. Eccolo sfidare a colpi di rasoio un collega furfante e sedicente italiano (fenomenale Sacha Baron Cohen, mai visto un comico morire così). Ecco che, mentre Sondheim estrae dai "pizzicati" di Psycho una partitura dissonante e maestosa, Burton cava dai "suoi" Johnny Depp ed Helena Bonham-Carter una tristezza, un disgusto, un male di vivere che nei suoi film precedenti si potevano appena intuire.
Ma il bello, per così dire, è che anche donne e bambini, solitamente portatori di speranza, affondano nei liquami di questa Londra miserabile dove i ricchi spadroneggiano e i poveri sfornano pasticci di carne umana (irresistibile, su tutti, il duetto in cui la cuoca Bonham Carter e il suo "macellaio" personale si chiedono estatici se sia più gustoso l'avvocato o il damerino, il politico «così unto, ci vuole un tovagliolo» o il fruttivendolo. Ma anche il canto servile del tirapiedi Timothy Spall è una pura meraviglia). Impossibile non ammirare l'irricuperabile Sweeney Todd. Ma anche amarlo davvero non è facile.
Fabio Ferzetti
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La Repubblica, 22 febbraio 2008
"Sweeney Todd", Burton e Depp
nel mondo nero e rosso sangue
Johnny Depp in Sweeney Todd riprende le lame per Tim Burton; però il candido Edward Manidiforbice è diventato un sanguinario assassino, un serial-killer del rasoio. E chi non bramerebbe vendetta, dopo avere subìto quel che è toccato a lui?
La storia è un po' scippata al Conte di Montecristo. Quando il protagonista era giovane, si chiamava Benjamin ed era il miglior barbiere di Londra, un turpe giudice di nome Turpin (Alan Rickman) lo fece deportare, per rubargli la bionda moglie (e già che c'era, anche la figlioletta in fasce). Approdando a Londra, invecchiato e torvo, cipiglio da Angelo della Morte, l'uomo denuncia gli obbrobri della città, sentina di miserie e di prepotenze che, al paragone, quella di Charles Dickens era Disneyland.
Raggiunge poi la bottega della vedova Lovett (la interpreta Helena Bonham Carter, la moglie del regista, che le fa sempre fare o la strega o la morta), una specie di fattucchiera da sempre innamorata di lui che confeziona pasticci immangiabili. Diventeranno succulenti però, e andranno a ruba, quando entrerà a far parte degli ingredienti la carne umana: quella dei clienti sgozzati dal barbiere e tosto trasformati in macinato. Poco interessato agli "affari", però, Todd persegue la rovina del giudice; da portare a termine prima che l'abietto realizzi il suo progetto: sposare la dolce Johanna, la figlia del barbiere di cui ha fatto la sua pupilla.
Se, dopo la visione di Sweeney Todd, la vostra notte sarà popolata d'incubi, non rimproverateci di non avervi avvistati. Basato su un fatto di cronaca del primo Ottocento, a sua volta all'origine di un musical di lungo-corso a Broadway, il film è un'opera in nero e rosso; un delirio gotico popolato di fantasmi, una fiaba atroce più di "Hansel e Gretel", incubo della nostra infanzia; un teatro della crudeltà claustrofobico che lascia tracce sanguinanti nella memoria a medio termine dello spettatore.
Burton accentua il senso di chiuso moltiplicando i primi piani, con l'effetto di rendere più incombente l'atmosfera scena dopo scena. Decolora l'immagine, come se a osservarla fosse il cupo occhio di Todd, con l'effetto di esaltare il rosso-emoglobina, che invade gradualmente lo schermo (vedi l'ultima inquadratura, Pietà sconsacrata e oscena che è difficile togliersi dalla mente).
Merito (colpa?) anche delle straordinarie scenografie di Dante Ferretti, della fotografia funerea di Dariusz Wolski, delle canzoni di Stephen Sondheim, Tim dilata a proporzioni mai toccate il suo personalissimo senso del "creepy", quella capacità di instillare nelle immagini qualcosa che fa accapponare la pelle. Difficile immaginare un musical dove si canta di stragi e cannibalismo, o in cui il protagonista intona una canzone che promette "Lo sgozzeròoo...". Ben oltre "Il fantasma dell'Opera", dopo un po' la cosa suona stranamente normale.
Va aggiunto, a onor del vero, che alcuni "numeri" sono deliziosi: in particolare il duetto "Pretty Women", cantato (piuttosto bene) da Johnny Depp e Alan Rickman. Bellissima melodia, ripetuta dai due verso la fine: ma che, la seconda volta, prelude a un bagno di sangue. Attenzione, dunque: perché nei fantasmi di Fleet Street potreste riconoscerne di somiglianti come fratelli ai vostri.
Roberto Nepoti
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La Stampa, 22 febbraio 2008
Depp, vendetta gotica sia
Grande film di vendetta, d'amore e di cannibalismo, Sweeney Todd di Tim Burton. Arriva di notte nel porto di Londra una nave con vele nere. A bordo c'è un uomo che, dopo aver scontato 15 anni di prigione, torna per vendicarsi del giudice che condannò lui, che s'impadronì di sua moglie e della loro figlia. Ritrova la casa dove lavorava, la padrona signora Lovett che ha conservato per lui i suoi rasoi d'argento. Ne brandisce uno col grido terribile: «Finalmente il mio braccio è nuovamente intero!».
Pare che il barbiere Sweeney Todd sia realmente esistito nel Settecento a Londra e abbia tagliato la gola a 160 persone. Ma pare anche che sia un personaggio da romanzo inventato da Thomas Peckett Prest nel 1846. Nel libro il protagonista taglia la gola ai clienti seduti sulla sedia da barbiere, calandone poi i corpi attraverso uno scivolo in un locale sottostante per macinarli e usarli come ripieno dei pasticci di carne preparati dalla signora Lovett; produzione di gran successo, a causa della carne umana dolce e fresca. Dal romanzo vennero tratti nel tempo spettacoli teatrali, cinematografici, televisivi; nel 1979 se ne ricavò il musical di Sondheim-Wheeler che è all'origine di questo film di Tim Burton.
Grande film. In bianco e nero, con chiazze sanguigne o nuvole chiare di capelli d'oro, nello stile dei classici horror del cinema muto (Nosferatu): personaggi pallidissimi con gli occhi pesti, vestiti di nero, dall'aria tragica (Johnny Depp, il barbiere vendicatore, ha una frezza bianca sulla fronte). Londra lurida, misera e lustra di pioggia nel lavoro perfetto di Dante Ferretti. Musica meravigliosa: e tutti gli attori, compresi i complici Helena Bonham Carter e Depp, cantano benissimo pur non sapendo cantare (in inglese, mentre i dialoghi sono tradotti in italiano). Un solo momento comico: l'apparizione di Sacha Baron Cohen, azzimato e imparruccato, barbiere italiano vanesio e ricattatore inventore dell'Elisir Pirelli che fa crescere i capelli. Grande film recitato magnificamente, vibrante di tragicità, passione, dolore, con un'autenticità da maledizione esistenziale: maturo, sincero, bellissimo.
Lietta Tornabuoni
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Il Manifesto, 29 dicembre 2007
Se Edward mani di forbice ha deciso di tagliare le gole
L'ultimo, sconvolgente, musical gotico firmato da Tim Burton. «Sweeney Todd», un film dove Johnny Depp e Helena Bonham Carter, quasi usciti da una penna stilografica, imbandiscono tavole gustose a base di molte prelibatezze condite da carne umana
New York
Abbandonati i praticelli impeccabili, le siepi a forma di animale, le fantasiose acconciature delle massaie suburbane e una provincia americana tutta colori pastello, Edward mani di forbice taglia gole.
E lo fa cantando. Tim Burton (che in passato ha omaggiato Frankenstein, la Hammer Films, Vincent Price e Mario Bava - tanto per citare alcuni dei suoi punti di riferimento orrorifici) ci regala il primo vero horror/splatter della sua carriera. L'intuizione è ancora più geniale, visto che il regista di Big Fish (la cui pacata, triste, solarità non potrebbe essere più antitetica alla rabbiosa, nerissima, ferocia di questo lavoro) gli dà le sembianze del «classico musical natalizio». Ma Sweeney Todd, the Demon Barber of Fleet Street, tratto dall'opera forse più amata di Stephen Sondheim, non è Chicago o Dreamgirls - anche se qualche critico americano ha già scritto che un musical inscenato così bene non lo si vedeva dai tempi di Vincent Minnelli. Il paragone tiene, nonostante il piatto forte di Sweeney Todd sia a base di... carne umana.
Tim Burton (con l'aiuto di Dante Ferretti e del direttore della fotografia Dariusz Wolski) fa tesoro del suo passato di animatore, oltre che del suo amore per le chine macabre degli illustratori Usa Chas Addams e Edward Gorey e per il gotico della Universal anni 30, disegnando un film in cui i personaggi arrivano a sfiorare la stilizzazione delle creature di The Nightmare Before Christmas e di La sposa cadavere. È come se i suoi due attori talismano, Johnny Depp e Helena Bonham Carter (magnifico, cadaverico, feticcio erotico) fossero entrati e poi riusciti da una penna stilografica.
Rivisitato da uno dei più visionari tra i grandi malinconici del cinema contemporaneo, Sondheim (tappa imperdibile del turismo per famiglie su Broadway) diventa un'esperienza da shock culturale. La più infallibilmente hip e senza paura delle star hollywoodiane, dopo aver rubato l'anima a Keith Richards in Pirati dei Caraibi (e riscritto le regole del film d'avventura Disney), si presenta nelle vesti di una sorta di Beethoven furioso, con il ciuffo bianco della moglie di Frankenstein Elsa Lancaster (in Bride of Frankenstein, di James Whale, del 1935). Non solo: contrariamente alla maggior parte degli adattamenti di musical (e alla prima versione dello script che gli fu presentata), Burton non aggiunge dialoghi e scene d'azione al film, regalandoci uno Sweeney Todd che è quasi interamente cantato (da non professionisti).
Tornato a Londra dalle colonie penali australiane dove era stato spedito ingiustamente dal giudice Timothy Spall (Alan Rickman) che voleva sedurre la sua angelica sposa, il barbiere Sweeney Todd scopre che sua moglie è morta mentre sua figlia è prigioniera del magistrato. Pazzo di dolore e di rabbia, pianifica la sua vendetta con l'aiuto della padrona di casa, Mrs. Lovett (Bonham Carter, nel ruolo che fu immortalato da Angela Lansbury) innamorata di lui. Aspettando che anche il giudice faccia tappa dalla sua bottega, il barbiere sgozza uno dopo l'altro i suoi avventori, in un tripudio di note e zampilli d'emoglobina. Poi, grazie a una botola meccanica, che sembra celebrare i prodigi della rivoluzione industriale, li scarica in cantina dove la signora Lovett (con acume imprenditoriale) li trasforma in torte di carne, una leccornia per cui ben presto va pazza tutta Londra.
Man mano che il film si addentra nella sua dimensione più folle e grandguignolesca (dalla prime striature di sangue sul bianco e nero quasi totale, si arriva a fiumi rossi che scorrono sotto le strade della città) è chiaro che quello che interessa a Burton sono proprio questi (pseudo)amanti diabolici. Lui troppo accecato dalla vendetta, lei dalla passione. Sono di Bonham Carter i due dei numeri più irresistibili del film, il valzer cannibalistico A Little Priest e By the Sea, in cui sogna per sé e il demoniaco barbiere l'esistenza di «una coppietta qualsiasi».
Giulia D'Agnolo Vallan
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