La Medea di Antonio Latella ha la forza del mito, ha l’assolutezza della parola poetica, l’impietoso procedere di un rito che è guerra fra i sessi, amore che soffoca e uccide, ascesa divina. Si rimane senza parole assistendo ai tre studi su Medea realizzati da Antonio Latella, uno spettacolo fuori dai canoni, che urta, mette a nudo non solo gli splendidi attori, ma anche lo spettatore, chiamato a partecipare a un rito antico, estremo e vero: quello dell’amore che non conosce limiti, ma anche l’innaturale riduzione logico/verbale delle relazioni istintuali a relazioni sociali. Con Medea il regista ha la consapevolezza forte e assoluta di voler andare all’origine del mito tragico che è anche voler andare alla sorgente della nascita della civiltà. Così nell’elencare le lettere/fonemi che compongono l’alfabeto greco si individua il bisogno razionale di dare al mondo un ordine diverso da quello dettato dall’istinto. Studio su Medea è una discesa nell’abisso, è ebbrezza dionisiaca, è territorio dove gli opposti si attraggono, dove l’amore materno coincide col massimo sacrificio che una madre può concepire: l’uccisione dei figli. Latella fa della parola tragica carne, sudore, bramosia, lotta e sopraffazione del maschile sul femminile e viceversa. Il primo studio Medea & Giasone vede contrapporsi con inaudita violenza l’Uomo e la Donna: Medea e Giasone entrano in scena tenendosi vicendevolmente i loro sessi, il loro gioco sponsale è violento, approccio istintivo, sopraffazione. Unico elemento scenico un letto di ferro – che ricorre nei due primi capitoli - che viene montato e smontato, macchina di tortura, casa e prigione, graticola e altare. E’ strepitosa Nicole Kehrberger tutta fisicità, una Medea rabbiosa, cagna vogliosa che dà alla luce i suo figli, oggetto d’amore e soggetto della passione. Lei che ha sacrificato tutto a Giasone sa essere amante e terribile furia, forte e determinata, quanto Giasone è volgarità maschile, virilità da caserma che contagia i figli, li mette contro la madre. Nel secondo capitolo Medea allatta i suoi figli come una cagna, e con lo stesso latte li ucciderà con amore di belva ferita, i due (Giuseppe Lanino ed Emilio vacca) sono maschi che non esitano a violentare e insultare la madre, a negarne l’identità, sedotti dall’autorità paterna. A questo punto ucciderli non è una scelta, ma la via obbligata alla salvezza di sé che porterà Medea a recuperare la propria natura di dea. Nel terzo studio si realizza l’epifania di Medea, acrobata sospesa, sul deserto di teste di un’umanità dal ghigno beffardo, in cui l’orrore del tragico è rappresentato dalla maschera di Giasone clown, inconsapevole sciocco trionfante allocco. Alla fine della lunga serata al Lenz Teatro in cui sono stati presentati di seguito i tre lavori si ha la netta sensazione che dopo la Medea di Latella sarà difficile credere ad altre letture del terribile mito della regina della Colchide.
Nicola Arrigoni