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Questi articoli scelti fra i molti pubblicati nel Corriere della Sera dal 1914 al 1922, non hanno la pretesa di riassumere la vita del teatro in Italia in quegli anni che videro tramontare la vecchia formula teatrale, mentre una gioventù ardente e impaziente cercava la formula nuova. Ho scritto la parola “formula” e non me ne pento. Tra la ribalta e la platea si stringono sempre accordi che durano qualche decennio; poi una delle parti li denuncia, e ne proclama la decadenza. C’è, tra gli autori e gli attori e il pubblico, una tacita intesa, per la quale certe abbreviature convenzionali, certe criptografie simboliche dei fatti e degli stati d’anima finiscono a sembrare l’esatta e conveniente rappresentazione di quei fatti e di quelli stati d’anima. Ai tempi del Goldoni, per celebrare un matrimonio, non bastava certo che il “puto” stringesse la cara mano alla “puta” esclamando: “questa xe mia mugier” – e che la “puta” facesse altrettanto, mormorando: “questo xe mio mario”. Ma gli spettatori, quando queste parole erano dette, consideravano il matrimonio valido e perfetto.
L’esempio è piccolo, ma, a guardar bene, si scopre che anche i più audaci spiriti tendono a concretare la loro inquietudine innovatrice, in sintesi altrettanto artificiose. Quando della loro artificiosità il pubblico avrà perduto la coscienza, un nuovo teatro si sarà affermato; quando riacquisterà questa coscienza, il nuovo teatro sarà già invecchiato e dovrà rassegnarsi a morire.
La battaglia è quasi sempre contro la forma; perciò si inizia spesso con la parodia; perciò ha talora per punto di partenza un desiderio di colore, specialmente dopo i tempi di più grigio verismo. E questo desiderio di colore è da prima vago, esteriore, e cerca di appagarsi modificando la messa in scena; sì che non sempre un’arte teatrale nuova inventa per sé un quadro scenico rispondente ai suoi spiriti; qualche volta, invece, fu il modernismo della messa in scena che determinò uno pseudo modernismo delle opere teatrali, con risultati effimeri e mediocri. Certo al teatro è più dura la lotta contro la forma che contro il contenuto. L’aver posto il sostantivo alla fine d’un verso e l’epiteto al principio del verso successivo, l’aver, insomma, osato nell’alessandrino francese l’enjambement, parve ai classicisti forse il più orribile delitto di Victor Hugo. La battaglia d’Hernani ebbe il suo primo vivacissimo episodio appunto a l’escalier-derobé. Se, in quel momento i capelli non si rizzarono sul capo degli spettatori della platea, la ragione è nota: nelle poltrone non c’erano che crani calvi e lucidi, tanto che dal loggione furono chiamati “genoux”.
Dal 1914 al 1922 molte cose si sono mutate al teatro. I commediografi che tenevano il campo prima, sono stati assaliti con asprezza. I più erano morti. I superstiti non si sono difesi. Intanto contro la vecchia formula teatrale si accaniva la beffa. Il cosiddetto dramma borghese fu la “testa di turco”. Botte da orbi: ma lo scherno mancò quasi sempre di gaiezza; ma la parodia del vecchio schema era ancora il vecchio schema. La piccola rivoluzione sfruttò il patrimonio dei ci-devants; lo dilapidò, ma non se ne servì per costruire. Solo più tardi, gli scrittori che erano rimasti appartati della polemica, e probabilmente non si erano preoccupati di problemi di tecnica, ma avevano composte le loro commedie senza annunziare al mondo che stava per nascere il Messia, si staccarono dalla convenzione di ieri e, prepararono quella che sarà la formula di domani. Tra essi campeggia la figura dominatrice di Luigi Pirandello.
In ogni modo i sette anni a’ quali si riferiscono questi articoli, sebbene fossero gli anni che del Pirandello videro nascere alcune tra le più significanti opere, furono ancora di conflitto e di confusione. Una aspirazione chiara, un indirizzo definitivo, non si vedevano ancora. Anche perché le battaglie non sono, al teatro, più di idee. Di idee non possono essere, perché per tutte le idee c’è ormai libertà d’espressione, senza bisogno di incrociare le armi; e anche perché mancano, nei nostri spettatori, spiriti reazionari. Il pubblico, da noi, considera il teatro sopra tutto come un divertimento. Perciò le lotte si combattono sempre da una parte sola, senza opposizione, o con una opposizione determinata dagli umori e dai giudizi subitanei della gente raccolta in teatro, non da preconcetti artistici o filosofici. Tutt’al più, qualche volta, una certa sensibilità morale, reagisce contro le apparenze di cinismo; ma debolmente. Allo stato delle cose, è difficile vedere quale via prenderà il teatro in Europa, perché mancano i grandi condottieri; e in Italia, perché Luigi Pirandello è una superba personalità ma non un capo scuola.
Questo volume, dunque, raccoglie solo episodi staccati dalla storia contemporanea del teatro. La storia sarà fatta più tardi e da ben più acuti osservatori. Qui, tutt’al più, si troverà una serie di racconti; di racconti inventati da altri, e riassunti con scrupolo di esattezza e di equanimità da Renato Simoni. |