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Stella
di Sylvie Verheyde
con Léora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Melissa Rodrigues (Francia, 2008)
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L'Unità, 4 dicembre 2008
E’ una bambina in un mondo di adulti (e spesso l’adulta in situazioni in cui i grandi cedono agli infantilismi). Stella ha 11 anni, figlia unica un po’ dura e silenziosa, talvolta ribelle, molto pratica. Vive con i giovani genitori nelle stanze in affitto sopra il bar che gestiscono, un posto di operai e papponi, simpatiche canaglie e perditempo che sono i clienti abituali, una parte del mobilio. E’ il 1977 e lei deve iniziare la prima media in una scuola “per ricchi” nel centro di Parigi. Un ambiente sconosciuto e ostile, che affronta come può, lasciata a se stessa da un padre amorevole ma gran bevitore (Benjamin Biolay, un cantante noto in Francia) e una madre (Karole Rocher) che l’ha abituata a cavarsela da sola. A scuola riesce a legare solo con Gladys e fatica a studiare. Al bar si sorbisce i siparietti della madre che flirta con l’amico del padre, le feste alcoliche, il jux box sempre in funzione, le risse, le ricorrenze e i clienti che la coccolano perché la più sana in un posto di matti (e pretendono di confidarsi!). Ma lei ha il suo bel da fare: sta scoprendo timidamente la musica d’autore, la potenza evocativa della letteratura, questa sconosciuta, e sfoglia Balzac, si commuove con Marguerite Duras. Poi arriva l’amore: galeotta fu un festa di compleanno (non era stata invitata ma, come dice lei, J’men fout) e “Ti amo” di Umberto Tozzi sul giradischi. E qui l’anima più pop della pellicola strizza l’occhio addirittura a Il tempo delle mele.
Non sarà facile vedere questo gioiellino vintage, un cadeau francese che esce in 15 copie in tutta Italia (in originale a Roma al Sacher di Moretti, che distribuisce, in un cinema a Milano e uno a Bologna). Ma datevi da fare, ne vale la pena. Perché Stella (la piccola Léora Barbara regge tutto il film sulle spalle, con l’espressione imbronciata e pensierosa) è uno di quei personaggi che non si dimenticano. Caparbia ma fatalista, forte e fragilissima, colpisce per autenticità e freschezza. Sylvie Verheyde, alla terza regia, ha scritto mettendoci dentro molto di sé e della sua infanzia. Scatta così il (facile) paragone con I 400 colpi di Truffaut: anche lì un regista giocava con la memoria e il suo alter ego sullo schermo, Antoine Duanel/Jean Pierre Leaud. I due autori prendono lo straordinario mondo interiore dei bambini, lo innalzano a discorso serio (non serioso) e poetico, aprono baratri di solitudine ma offrono loro anche porte da varcare: cinema, musica e letterata (Balzac ricorre in entrambi i film) sono strumenti per trovare finalmente se stessi, maturare, capirsi, difendersi.
Si resta sempre in Francia citando il film “scolastico” ma molto diverso Entre le mure, che ha vinto a Cannes. Ma è Zero in condotta di Jean Vigo l’antesignano, quello metaforicamente più ambizioso e anarchico, cinema dell’infanzia creativa e ribelle contro la disciplina borghese. Nelle vene di Léora Barbara scorre anche sangue tricolore (la madre ha genitori italiani ma parla solo francese, come Carla B.). Ultima apparizione al cinema per Guillaume Depardieu, figlio turbolento e sfortunato di Gerard, scomparso da poco: è uno sbandato gentile, una sorta di principe azzurro smarrito, che guarda Stella, vorrebbe parlarle ma non smette di fumare la sua sigaretta.
Pasquale Colizzi
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La Stampa, 12 dicembre 2008
"Stella" in banlieue
(e senza il divieto)
Scritto e diretto da Sylvie Verheyde, forse autobiografico, Stella è uno di quei film preziosi che a raccontarli pare di tradirne la verità. Ne è protagonista (e «io» narrante) una ragazzina undicenne della banlieue parigina, capitata in una scuola borghese dove si sente l'esclusa. Cresciuta in un ambiente di alcolisti, frequentatori del bar dei suoi genitori, Stella conosce il biliardo e le trappole della vita, ma ignora l'ortografia e Balzac. Saprà far tesoro dell'esperienza?
Da una materia così poteva uscire un quadretto patetico, invece il piccolo romanzo di formazione scorre semplice e sensibile. Con tutti volti giusti, a partire dalla bimba Léora Barbara, e l'ultima partecipazione di Guillaume Depardieu. Inizialmente vietato ai minori di 14 anni fra le polemiche, è stato riconosciuto «per tutti» proprio ieri.
Alessandra Levantesi
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Il Mattino, 15 dicembre 2008
L'adolescenza inquieta delle banlieue
Con «Stella», il suo terzo lungometraggio, la regista francese Sylvie Verheyde, ispirandosi alla propria infanzia, vuole ricordarci che oltre all'ovattato mondo borghese del «Tempo delle mele» di Sophie Marceau, negli anni Settanta esistevano i proletari e i sottoproletari delle banlieue parigine, dove il delicato passaggio dall'infanzia all'adolescenza poteva diventare la spia di un malessere non solo generazionale. In realtà l'undicenne Stella del titolo è figlia dei ragazzini di «Gli anni in tasca» di Truffaut, ma anche della dolorosa protagonista di «La piccola ladra», ma l'autrice sembra incrociare anche la disperata e poetica solitudine della «Mouchette» di Bresson e il fantasioso ottimismo del «Favoloso mondo di Amelie». Al suo primo anno di scuola media, Stella si divide tra il bar gestito dai genitori e il prestigioso istituto che frequenta. Qui conosce Gladys, figlia di uno psichiatra, che la fa entrare in contatto con un mondo fatto di musica, letteratura, sogni e sicurezze. La ragazza passa, così, con disarmante disinvoltura dalle difficoltà dell'apprendimento scolastico di base alla naturale curiosità per Balzac e la Duras, oscilla tra teneri slanci e gesti affettuosi e l'indignazione che la spinge a minacciare con un fucile l'amante di sua madre. Evitando le suggestioni sociologiche e la retorica politica, la Verheyde si mantiene su toni favolistici ma senza dimenticare l'obiettivo di raccontare la difficoltà e la sofferenza di essere ragazzi. E affida allo sguardo innocente ma incisivo di Stella la radiografia di un mondo adulto in disfacimento, dalla fragilità delle illusioni degli anni '70 all'insensibilità di genitori in crisi e assenti. Presentato a Venezia e distribuito dalla Sacher di Moretti, «Stella» è un'opera asciutta, pudica in cui il lavoro di sottrazione della regista ha trovato nella piccola straordinaria Léora Barbara (nella foto sopra) l'interprete ideale.
Alberto Castellano
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Corriere della Sera, 12 dicembre 2008
Amichette borghesi sostituite con Balzac
Dopo Cantet, anche Sylvie Verheyde, al terzo film, entra in classe per osservare pensieri e azioni di Stella, ragazzina anni 70 che viene dalla periferia e vive nel bar dei genitori popolato da un' umanità folk con personale senso del pudore e dell' alcol. Snobbata dalle amichette borghesi, trova affetto in Gladys che la introduce alle gioie del libro coltivando Balzac e la Duras. La fiducia nel pensiero e nella cultura sono il jolly di Stella e di questo racconto limpido e dai precisi scatti emozionali, dove la colonna sonora segue le hit del tempo e la regia dipinge con tratti impressionisti da Truffaut il passaggio dalla fanciullezza all' adolescenza. Il film non sarebbe lo stesso senza la franca espressività di Leora Barbara dallo sguardo dolce e ispido dove si annida la fine dell' età dell' innocenza che passa il testimone al valore della conoscenza: un messaggio che vale un tesoro.
voto 7
Maurizio Porro
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Il Manifesto, 6 dicembre 2008
La ragazzina del bar che conquistò Parigi. Con Tozzi e Cocteau
Stella ha undici anni, la pelliccetta finta sul collo della giacca, è cresciuta nel bar di mamma e papà, in mezzo agli adulti loro amici, musica e alcol «a rischio di cirrosi» fino a notte fonda, quando si tira giù la saracinesca e si balla. La madre adora i colori vistosi, è lei a fare tutto mentre il padre, «un po' bugiardo, un po' seduttore» (è pur sempre Benjamin Biolay, la star della canzone francese) è lì a farsi bello coi clienti. Stella sa tutto di carte e di calcio ma non sa nulla dei «classici» francesi, e tra le nuove compagne di scuola dello snobissimo liceo parigino, quella pelliccetta scatena risatine imbarazzate. Siamo nel 1977, la ragazzina scrive male, studia poco, è la proletaria tra le molto «perbene» che vanno a dormire alle otto di sera e non guardano la televisione. Ma come insegna Peter Whitehead, geniale cineasta della controcultura inglese (e unico proletario da ragazzo in una scuola di nobili), è sveglia, carina, abbastanza ironica per guardare quel mondo dietro la facciata, e conquistarlo. Professori compresi, pure quelli più ottusi, che sostengono la scuola di classe.
Stella, terzo film di Sylvie Verheyde, è un racconto quasi classico di formazione, che narra con semplicità e anche qualche difetto (ma averceli film così nel cinema nazionale) l'adolescenza sul confine dell'infanzia, la scoperta di orizzonti anche aspri, nei quali lo scintillio dei sogni di bimbi sembra perdere di luce. Parla di amicizia e di amore, di tenerezza e di complicità, del dolore che arriva quando una persona cara ti tradisce - c'è una scena in cui uno dei tanti avventori del bar con cui Stella è cresciuta tenta di violentarla. E del trauma che comporta entrare in una realtà sconosciut.
Non è mai una materia facile, quella dei sentimenti, e diviene ancor più sfuggente quando si tratta di adolescenti, col rischio del luogo comune, del catalogo abusato di stereotipi, frasi fatte, letture prevedibili, imposte dalla lente degli adulti. Si è parlato per Stella di Truffaut e dei suoi Quattrocento colpi, senz'altro vale per la delicatezza con cui la regista si avvicina ai suoi personaggi, a cominciare dalla protagonista, la magnifica Léora Barbara, sguardo incantato e grinta. C' è però qui un diverso mettersi in gioco, qualcosa di personale che entra nel film e lo rende «vero» anche nei suoi toni quasi fiabeschi. Sylvie Verheyde ci ha mescolato un po' della sua biografia di ragazza cresciuta in provincia catapultata a Parigi, e al film ha pensato osservando suo figlio, oggi undicenne come Stella, cresciuto invece nella capitale francese. E c'è una dimensione tutta femminile, specie nel raccontare il legame tra Stella, e la sua compagna di classe-amica del cuore, figlia di una borghesia intellettuale che le fa scoprire libri, con cui diventa più forte e meglio attrezzata alla vita, anche alle brutte sorprese, agli smarrimenti, alle battaglie di ogni giorno. Leggere Cocteau ha lo stesso gusto che inventarsi un look più personale e carino. O ballare alle feste i lenti con Ti amo di Umberto Tozzi. Stella, infatti, è anche un film sulla scuola come luogo di scontri e al tempo stesso di importanti scoperte, specie se si ha la fortuna di incontrare docenti come la bella professoressa di Storia nel film. Necessario per crescere perché permette la dimensione collettiva del confronto. In Italia la commissione censura presieduta da Maria Pia Baccari ha vietato Stella ai minori di 14 anni - esce per la Sacher film di Nanni Moretti. Uno scandalo e una scelta incomprensibile (in Francia non ha divieti) se non nell'ottica del sempre più avvilito paesaggio mentale di questo paese. O forse è dire che la cultura rende più forti a irritare i censori?
Cristina Piccino
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Il Messaggero, 5 dicembre 2008
Le ragioni di Stella,
nipotina di Truffaut
Stella è una ragazzina di umili origini precipitata in una prima media parigina sofisticata del 1977. I suoi gestiscono un caffè frequentato da simpatici e chiassosi avventori. Il loro rapporto in crisi li allontana gradualmente dalla figlia. Sarà l'amicizia con la compagna di classe Gladys, figlia di colti ebrei argentini scappati dal regime militare, a far conoscere a Stella il piacere della lettura (Balzac, proprio come capitava all'Antoine Doinel de I 400 colpi) e il calore di una mano stretta nel buio. Prima di ciò Stella lancerà delle forbici nel petto di una compagna, sbatterà su un termosifone la testa di una bambina antipatica e incontrerà le attenzioni del pedofilo che non ti aspetti. Ma anche gli eventi più drammatici vengono raccontati con positività dalla voce over fin troppo saggia della nostra protagonista. Stella di Sylvie Verheyde è un po' I 400 colpi di Truffaut, un po' Il tempo delle mele. La famiglia che si spezza, le prime cotte, gli amici delle vacanze, la vita come scuola fuori dalla classe e la scuola pubblica come luogo che avvicina le classi sociali. Il film racconta l'adolescenza di una ragazzina particolare ma parla a tutti perché sa essere delicatamente universale. Niente di epocale ma molto gradevole e ben fatto. Presentato alle Giornate degli Autori all'ultima Mostra di Venezia.
Francesco Alò
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Il Tempo, 7 dicembre 2008
Stella è una bambina di undici anni che vive con il papà e la mamma in un caffè con annesso albergo in un quartiere della periferia di Parigi frequentato soprattutto da operai. Va a scuola, invece, in un quartiere borghese tra gente di una classe superiore alla sua. Le compagne non rivelano la differenza, lei invece all'inizio si sente abbastanza spaesata, tanto che non profitta negli studi e ogni giorno verifica che i suoi gusti, e anche i suoi modi, sono piuttosto diversi da quelli con cui adesso è venuta a contatto. Diventata però presto amica di una coetanea, figlia di uno psichiatra e, frequentandola, impara a leggere libri seri e ad ascoltare buona musica, fino a quel momento a lei del tutto estranei. Migliora anche nello studio e alla fine dell'anno scolastico riuscirà persino ad essere promossa, contro ogni aspettativa iniziale...
Dall'infanzia all'adolescenza. In attesa di spiccare i primi voli. Un itinerario sottile rievocato, con accenti scopertamente autobiografici, da una regista qui da noi poco nota, Sylvie Varheyde, ma con doti sicure. Intanto nella descrizione di quei due ambienti quasi all'opposto uno dall'altro, il caffé operaio e la scuola borghese, poi l'occhio con cui la piccola protagonista vi guarda commentandoli con una voce che, narrando, ricorda. Senza retorica, senza sentimentalismi, con la grazia dell'innocenza e del candore anche quando deve dirci di una crisi esplosa fra i suoi genitori e quando rappresenta, quasi di sfuggita, il tentativo di un pedofilo che abita nell'albergo.
Il testo e la regia di Sylvie Verheyde, guidati da questa voce narrante, affidano tutto a tocchi leggeri di cronaca, evocando cornici familiari su cui, a far data (siamo negli anni Settanta) echeggiano musiche e canzoni d'epoca, non accettando mai toni alti, nemmeno nelle dispute fra operai nel caffé e negli scontri fra il padre e la madre, privilegiando solo atmosfere raccolte e quasi sospese: come, appunto, può evocarle una fragile undicenne. La interpreta una bambina nota finora in Francia solo per un piccolo ruolo in televisione, Léora Barbara: un faccino che coinvolge. In cifre di quiete e di misura.
Lorenzo Tozzi
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