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State of play
State of playdi Kevin McDonald
con Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams (Usa, ‘09)
 
Corriere della Sera, 8 maggio 2009

State of play

Di personaggi come Cal McAffrey, il reporter-detective dal capello lungo e taglia large che sfida la morte per la verità, sono pieni il cinema e i libri. Bogart, ma anche nel Sudario non ha tasche di Horace McCoy c'è il giornalista che denuncia la corruzione. E nel thriller appassionato di Kevin Macdonald la morte della ragazza nel metrò (perché un assassinio?) mette in moto un meccanismo di indagini che dal membro del congresso si spostano al gruppo di mercenari che assumono il controllo militare Usa. Giocato su molte e amare sorprese incastrate nell'armonia del cinema che alla fine risolve i casi della vita, il film è ottimo esempio di thriller politico attuale e fila via veloce come un treno nel gioco psicosomatico di Russell Crowe e Ben Affleck, cui s'aggiunge la giovane blogger e la moglie per due.

VOTO: 8
Maurizio Porro

 
Corriere della Sera, 1 maggio 2009

Crowe reporter improbabile
Una celebrazione troppo ottimistica della vecchia carta stampata

Butto inutilmente all' aria la casa per ritrovare (ma non so neppure se ce l' ho) la videocassetta di L' ultima minaccia (Deadline Usa, 1952) di Richard Brooks. Vorrei controllare se davvero la battuta finale del giornalista Humphrey Bogart, che fa sentire al telefono il rombo delle rotative a un gangster presunto onnipossente, suona: «E' la stampa, bellezza... E tu non ci puoi fare niente!». Sia questa o qualcosa di simile, la conclusione è la stessa, oltre mezzo secolo dopo, di State of Play. Dove i macchinari del quotidiano The Washington Globe risuonano come le trombe del giudizio a garanzia che il quarto potere può dissolvere gli intrighi, chiarire i misteri e fare giustizia. Illusione! Se fosse così sapremmo da un pezzo se Mattei è stato ucciso e per ordine di chi, chi ha messo le bombe del terrorismo, chi ha fatto sparire De Mauro... E invece non lo sapremo mai, anche se abbiamo alle spalle un' epoca di grande giornalismo d' assalto: quando Montanelli si batteva per la salvezza dei marmi di Venezia, Scalfari e Jannuzzi attaccavano l' Immobiliare, Giorgio Bocca scopriva gli altarini viaggiando tra le piccole industrie della provincia italiana, Camilla Cederna faceva cadere il presidente della Repubblica. Nella presente era dell' online trionfante, State of Play è una celebrazione ottimistica della vecchia carta stampata e dello scoop raddrizzatore dei torti. E il protagonista ci ricorda Giancarlo Fusco, che ritroviamo tale e quale (con altro nome e parlante un' altra lingua) nell' incarnazione di Russell Crowe. Scarruffato, beone, indisciplinato, linguacciuto, il tipo (proprio come il nostro amico) ogni tanto ha l' aria di aver dormito vestito, ma è per tutti il collega principe, il maestro, quello che sa dove mettere le mani, che intuisce, scopre e risolve. E' vero, peraltro, che un simile personaggio è diventato uno stereotipo e come tale lo presenta il film. Crowe riesce a farlo accettare per la sua straordinaria comunicativa: in uno spettacolo serrato, ben ritmato e appassionante, fa un numero a sé. Ma com' è il film che lo contiene? Cupo, notturno, spesso piovoso, allarmante, è tratto da una serie televisiva della Bbc (di quelle alla 24, che aggrediscono la realtà come sul grande schermo raramente succede). L' autorevole firma registica è del britannico Kevin MacDonald, peraltro ben ambientato nella capitale americana. Al giornalista si contrappone un emergente amico politico, Ben Affleck, ripulito quanto l' altro è bohemien. In mezzo ai due sta Robin Wright Penn, moglie tradita di Ben ed ex-amante del fascinoso Russell. Da subito è in ballo l' omicidio di una giovane, legata sentimentalmente al politico: chi può avere avuto interesse a farla scaraventare sui binari del metrò? Di sorpresa in sorpresa il racconto va avanti fino a una conclusione imprevedibile. E qui, fermo restando il piacere di vedere un bel film, i discorsi sono due. Da una parte invenzioni siffatte abituano ad aprire gli occhi, al di là della cronaca, su una dietrologia che non risulta abituale a chi legge i quotidiani o guarda le tv. Il mondo non si comincia a capire senza le maliziose chiavi di lettura che la letteratura spionistica e il cinema, più veri del vero, forniscono ogni tanto allo spettatore. Dall' altra parte, e prendiamo proprio il caso di State of Play, tutto va avanti a colpi di scena, si condensa in un resoconto preciso, formula accuse provate, non lascia dubbi. Ben congegnato e in fin dei conti logico, proprio come nella realtà raramente succede. Il racconto scatta troppo a orologeria, anche nei suoi aspetti sorprendenti, per riuscire convincente; e proprio perciò, pur apprezzando il film, alla fine non ci credi. Tali simpatiche utopie, che si concludono su speranze tanto esaltanti quanto ingiustificate, si liquidavano in passato con una paroletta oggi sparita dall' uso: americanate.

Tullio Kezich

 
La Stampa, 1 maggio 2009

Il Marlowe della stampa

Dietro a State of Play, basato su una miniserie in sei puntate che la Bbc mandò in onda nel 2003 con grande successo, c’è un copione firmato da un trio di assi, ovvero Matthew Michael Carnaham (Leoni per agnelli), Tony Gilroy (Michael Clayton) Billy Ray (Breach - L’infiltrato). Per cui tremano i polsi a scrivere che il problema in questo thriller di taglio classico ad alta tenuta di tensione attiene proprio alla sceneggiatura. La quale è impeccabile fino al finale, che contiene una sorpresa, questo sì, ma è la sorpresa (narrativamente) sbagliata.

Per tutto il film abbiamo seguito le imprese di Russell Crowe, cronista d’assalto del Washington Globe, che aiutando a uscire dai guai il suo amico Ben Affleck, politico emergente, ha fiutato un intrallazzo fra il ministero della Difesa e una società che offre servizi bellici, tipo eserciti di mercenari e altro. Ci sarebbe già di che appassionarsi - in Usa il tema della privatizzazione della sicurezza è al centro del dibattito - ma il film provvede a mettere sul piatto un secondo argomento altrettanto attuale, quello della competizione fra carta stampata e giornalismo on line, affiancando a Crowe la graziosa Rachel McAdams, blogger dotata di poca esperienza e molta ambizione. Lui brusco, sdrucito, arruffato, instancabile, lei per benino, un tantino saccente ma piena di determinazione formano una coppia riuscita e convincente.

E viene dato il giusto rilievo al fatto che il contrasto non riguarda tanto il mezzo, quanto la concezione. Alla giovane collega che prende le notizie da Internet ed è pronta a tuffarsi sul gossip scandalistico senza vagliare la fonte, Russell insegna a saper attendere, a sporcarsi le mani sul campo, a cercare la verità sotto la superficie della falsa informazione (insomma quello che nessuno fa più). Nel personaggio su misura per lui Crowe è straordinario, sembra un Marlowe della stampa, ha quella stessa connotazione di antieroe cinico e romantico. Il resto del cast funziona a meraviglia, da Affleck alla moglie tradita (nonché ex amante di Russell) Robin Wright Penn, dal direttore Helen Mirren alla Mc Adams; e la regia di Kevin MacDonald è sempre vigile. Peccato quel finale che porta fuori pista.

Alessandra Levantesi

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