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Star System - Se non ci sei non esisti
Star System - Se non ci sei non esistidi Robert Weide
con Simon Pegg, Kirsten Dunst, Jeff Bridges (Inghilterra/Usa, 2008)
 
L'Espresso, 18 maggio 2009

Super Star Trek

Phaser. Motore a curvatura. Allarme impatto. Sistema laurenziano, smorzatori iniziali, propulsori accesi, deviare la potenza ausiliaria. Sensori gravitazionali. Invertitore degli scudi. Valvola rilascio turbina. Xenolinguistica.

Un simile vocabolario, persino peggiore dei gerghi politici, rispecchia una caratteristica di "Star Trek": è il film di fantascienza che più appassionatamente aspira alla scientificità e che è il più totalmente inventato, immaginario. Ha 43 anni: dal 1966, data di nascita del primo serial televisivo di 79 puntate popolate dai personaggi ideati da Gene Roddenberry, si sono aggiunti un altro serial televisivo quasi infinito e dieci film.

L'undicesimo, questo, è un prequel: si torna alle origini della storia, ormai da tutti dimenticate. Il capitano Kirk e il vulcaniano dottor Spock sono appena usciti dall'Accademia della Flotta Stellare, e con slancio giovanile il film racconta l'apprendistato e l'ascesa dei due ragazzi-eroi, il conflitto tra loro che si trasforma in una lunga complicità.

Il regista Abrams ha saputo impadronirsi di un mito polveroso, scuoterlo bene, ricavarne una storia energica, moderna: alla velocità della luce la nave spaziale Enterprise plana di pianeta in pianeta e lotta contro il nemico capitano Nero, gli astronauti esplorano lo spazi spinti da ideali progressisti, si fanno teletrasportare, frequentano extraterrestri inclusa una ragazza di colore dalla pelle verde. Il film diretto in modo brillante è visivamente stupefacente, nonostante la voluta monotonia di personaggi, battute, situazioni, citazioni dagli "Star Trek" precedenti. Le scenografie sono molto riuscite: si naviga tra il mondo di "2001: Odissea nello spazio" di Kubrick e l'estetica di Mondrian.

Lietta Tornabuoni

 
Il Mattino, 9 maggio 2009

«Star Trek», il nuovo inizio

Già il titolo «Star Trek» secco, senza i rituali numeri che scandiscono i capitoli della più longeva saga della storia della fantascienza, fa un certo effetto. Ha il sapore di un rimando paratestuale al fenomeno nella sua globalità, di un’allusione metonimica all’undicesimo episodio che però è il prequel, del richiamo all’importanza di una storia-chiave per il non detto e il non visto di una serie cinetelevisiva di dimensioni planetarie che appassiona milioni di fan da oltre quarant’anni (il primo episodio tv fu trasmesso negli Stati Uniti nel 1966 e il primo film risale a trent’anni fa). La mitica Enterprise torna a solcare lo spazio, dunque, grazie a uno dei nuovi re di Hollywood, quel J.J. Abrams che si è imposto con le serie televisive «Lost» e «Alias» e con «Mission: Impossible III». Il viaggio inaugurale dell’equipaggio dell’astronave più all’avanguardia mai creata si configura come la scoperta di galassie inesplorate. Al centro i due rivali: James Kirk, un giovane spericolato e delinquente cresciuto in una fattoria dell’Iowa e Spock, frutto dell’unione tra un’umana e un vulcaniano, cresciuto in una società basata sulla logica che rifiuta ogni emozione. Quando i cattivi romulani, guidati dal Generale Nero, scoprono un portale per andare indietro nel tempo e progettano di uccidere il futuro capitano Kirk, Spock riesce ad avvertire e salvare il suo alter ego. Grazie all’unione improbabile dell’istinto impetuoso con la tranquilla razionalità sarà possibile guidare l’equipaggio e affrontare qualsiasi pericolo. C’era molta attesa per «Star Trek» non tanto per il valore di numero zero, per il ritorno alle origini della mitica sci-fi, quanto per l’intenzione di Abrams di riscrivere la saga, di reinventare in chiave moderna e giovanile i personaggi classici, in particolare Kirk e Spock che hanno segnato l’immaginario collettivo di tante generazioni, cercando di non scontentare i trekkiani duri e puri e di conquistare anche i non affezionati della serie. A conti fatti, però, l’operazione si riduce a un ennesimo film di fantascienza classica rivisitata a colpi di grande ritmo, di azione serrata, di effetti speciali ultrasofisticati, di sarabanda audiovisiva, di trip caleidoscopico. Un viaggio spaziotemporale nel quale fa capolino anche il leggendario Leonard Nimoy, ovvero Spock da vecchio che incontra se stesso da giovane. Il nuovo episodio con ambizioni di storia autonoma, che strizza l’occhio al nuovo pubblico giovanile, non può sottrarsi all’iconografia della saga stratificata nei decenni.

Alberto Castellano

 
Il Mattino, 9 maggio 2009

Sulle tracce di Hollywood il gossip diventa commedia

Commedia tra il sofisticato e il demenziale sul classico tema del divismo, «Star System - Se non ci sei non esisti» lo aggiorna con abbondanti dosi di veleno a carico dei media schiavi del gossip. Tratto dall’autobiografia del giornalista inglese Toby Young, il film valorizza un comico strepitoso come Simon Pegg perfettamente accoppiato con la filiforme Kirsten Dunst e sviluppa a dovere il titolo originale che suona pressappoco così: «Come perdere amici e alienare gente». Il protagonista, in effetti, è un giornalista ex contestatore che da Londra riesce a traslocare nella redazione di un lussuoso magazine newyorkese: deciso a inebriarsi del mitico star system hollywoodiano, Sydney aspirerebbe anche alle grazie della «brava collega» Allison, ma non si può esimere dal provocare guai in serie. Il ritratto d’ambiente si risolve, così, in un mega-carosello di pierre spregiudicate, dive fuori parte (una supersexy viene scritturata per interpretare Madre Teresa di Calcutta), party sbracati, artisti taroccati e pazzie prese per buone. Un po’ nel ricordo di «Il grande Lebowski» dei Coen e un po’ sulla scia del «Diavolo veste Prada», ma con qualche volgarità extra, il film fa spesso ridere a crepapelle, poi tenta il guizzo satirico importante citando la dolce vita felliniana, specie quando l’avvenente Megan Fox si esibisce in uno spettacolare bagno in piscina. A questo punto il modello surclasserebbe le forze del neoregista Robert Weide, se non corressero in suo aiuto le esilaranti piroette del goffo perdente travestito da vincente.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 8 maggio 2009

Sorpresa, stavolta il cafone è inglese

È basso. È rozzo. È sprovvisto di qualsiasi savoir faire. Spara battute surreali e spiazzanti. È convinto che un vero giornalista, più è temuto più è rispettato. Ed è inglese. Con un curriculum simile è dura far carriera nella rivista cinematografica più patinata e piaciona di New York. I capi ti snobbano. I colleghi ti schizzano. Le pierre dettano legge. Le dive nemmeno ti vedono oppure ti sfruttano. E quella compagna di tavolo con un romanzo nel cassetto è l’amante del vicedirettore bellone e sottaniere. Ma le piace troppo La dolce vita per non avere un’anima... Liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Toby Young How to Lose Friends & Alienate People (in italiano Un alieno a Vanity Fair, Piemme), Star System è una specie di risposta demenziale e rovesciata a Notting Hill, prevedibile negli sviluppi ma accurata nei dettagli e spesso divertente (molto più del modesto Disastro a Hollywood) anche grazie all’inglesissimo Simon Pegg, un Mr. Bean cinèfilo e cocciuto (al padre professore venuto a trovarlo: «Tu non riconosci mai nessuno, credevi che Brad Pitt fosse una caverna nello Yorkshire!»). Impeccabile Kirsten Dunst acqua e sapone. Jeff Bridges, come quasi tutti gli attori Usa, non sa fumare.

Fabio Ferzetti

 
La Stampa, 8 maggio 2009

Un maialino rosa e diventi famoso

«Tu? Ma se tu non conosci nessuno! Se credevi che Brad Pitt fosse un mastino!». Per entrare nel giro delle Celebrità si fa di tutto: anche arrivare a una festa tenendo al guinzaglio un maialetto rosa che poi si libera, prende l’ascensore e se ne va. Sono tante le allusioni a La dolce vita di Fellini: citazioni, brani, la musica irresistibile di Nino Rota.

Il film brillante e spiritoso è tratto dal libro di ricordi di Toby Young Un alieno a Vanity Fair, in cui il giornalista inglese racconta come fu assunto dalla rivista più chic, da Londra si trasferì a New York, venne licenziato dopo due mesi per mancata osservanza delle regole mondane. Il film è più indulgente ma vivace, ben recitato (Jeff Bridges come direttore di Vanity Fair è sublime) e divertente.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011