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Speed racer
di
Larry e Andy Wachowski
con Emile Hirsch, Susan Sarandon, Christina Ricci, John Goodman
(Usa, 2008)
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Il
Mattino, 15 maggio 2008
«Speed Racer» videogioco senza'anima
«Speed Racer» il nuovo film dei fratelli Andy
e Larry Wachowski è un po' il prototipo del cinema
ipertecnologico di oggi che si nutre di computer grafica
ma poi, a conti fatti, raggela le sensazioni e le emozioni
che vorrebbe comunicare. I geniali creatori di «Matrix» a
cinque anni di distanza dall'ultimo capitolo e con il sostegno
di un produttoe lungimirante come Joel Silver, hanno riesumato
la serie culto dell'animazione giapponese degli anni '60
realizzata dall'illustratore Tatsuo Yoshida arrivata in
Italia solo negli anni '80 con il titolo «Superauto
Mach 5» per riproporla in una chiave estetica da
pop art. Speed Racer, giovane e intrepido pilota che ha
disposizione la Mach 5, potentissima vettura costruita
dal padre e ricca di gadget elettronici attivati da pulsanti
posti sul volante, sogna di vincere la più terribile
delle corse, quella nella quale ha perso la vita suo fratello.
Ma dovrà vedersela con Arnold Royalton, un manager
senza scrupoli, e boss delle corse - una specie di Moggi
dell'automobilismo - che decide a tavolino chi deve vincere
e chi deve perdere. Nella gara decisiva, un rally massacrante
e pieno di insidie, Speed trova l'aiuto insperato del suo
acerrimo rivale Racer X, il pilota mascherato. Il problema
della coesistenza dell'animazione e del live action è stato
risolto con la tecnica del «green screen» che
consente di integrare attori in ambienti tridimensionali
ricreati con soluzioni digitali. Il nuovo giocattolo dei
Wachowski, tra grafica psichedelica anni '60, colori sgargianti
anni '70, kitsch-pop art, suggestioni beat e hippie, riferimenti
alla cultura metropolitana afro-americana, si annunciava
come un nuovo prodotto-choc per gli effetti visivi. Ma
nonostante gli ingredienti del cinema d'azione spettacolare,
il film, eccessivo acnhe nella durata, diventa un noioso
videogame, che senza la console e il joystick crea la percezione
di un mondo virtuale compresso e autoreferenziale che spinge
il cinema in un'altra direzione. E anche il neodivo Emile
Hirsch, reduce dalla incisiva interpretazione di «Into
the Wild», affiancato da John Goodman, Susan Sarandon
e Christina Ricci, appare quasi come un attore sintetico.
Alberto Castellano
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Corriere della Sera, 9 maggio 2008
Divi in corsa verso la noia
Sarandon e Goodman in versione manga giapponese
Ci sono
registi, come Spielberg, che pensano di ispirarsi a un
videogame per fare un film e altri, come i fratelli Wachowski,
che invece cercano di trasformare i film in videogiochi.
Ma un conto è farlo avendo alla base
la genialità visionario di Philip K. Dick, un altra è partire
dall' «anime» di Tatsuo Yoshida Go Go Match
5. Come dire: lo spessore intellettuale, per quel che riguarda
trama e personaggi, non è lo stesso... Speed Racer
racconta le prodezze di un giovane pilota cresciuto nel
mito familiare per le gare (il padre costruisce auto, il
fratello maggiore si è schiantato durante un rally).
La sua bravura attira l' interesse della potente scuderia
Royalton ma il giovane rifiuta di firmare in nome di una
idealità sportiva che tutto e tutti gli dicono solo
apparente. Ma per fortuna la pista di gara è un
terreno non del tutto manipolabile e se uno sa guidare
bene... La trama è prevedibilmente elementare: i «buoni» hanno
la faccia rassicurante del protagonista e della sua famiglia
(composta anche, non si sa perché, da uno scimpanzé),
i «cattivi» sono un campionario di fisiognomica
lombrosiana che più esplicito non si può.
Colpi di scena, rovesciamenti di campo o anche solo momentanee
irruzioni della suspense sono praticamente banditi: la
storia prosegue sui binari di una prevedibilità monocorde
e anche i rari elementi di «disturbo» che il
fumetto possedeva (chi ha dato a Speed il pacco bomba per
il padre?) sono anestetizzati o cancellati. Perché allora
impegnare 120 milioni di dollari nel produrre una storia
così sciapa? L' unica risposta plausibile può essere
la convinzione (del produttore Joel Silver) che il pubblico
non cerchi più storie a cui appassionarsi ma immagini
da cui farsi bombardare e stordire. E su questo piano Speed
Racer non è davvero secondo a nessuno. Ci sono circa
2000 inquadrature nel film e si può dire che nemmeno
una non sia stata ritoccata o manipolata al computer. Le
gare in pista o su strada (per partecipare al Grand Prix
finale i concorrenti devono sfidarsi prima nel mortale
rally della Croce) sembra che si svolgano solo per sbattere
l' avversario fuori pista o distruggerlo, costringendo
gli artefici del film a rinunciare alle riprese dal vero
per «inventare» tutto in digitale. L' ambientazione
e l' arredamento rivelano spunti avveniristici in ogni
dove (più facili da ricreare al computer che da
realizzare concretamente). Ma è soprattutto il riferimento
visivo alla cultura pop (il manga originale risale agli
anni Sessanta) ad aver imposto una omogeneità visiva
decisamente irreale, fatta di colori saturi, forme geometriche
e trappole prospettiche, che ha favorito da una parte l'
utilizzo di fondali artificiale, disegnati ad hoc, e dall'
altra ha consigliato la «trasformazione» di
ambienti reali (piazza del Campo a Siena, le torri di San
Giminiano, i tornanti del passo dello Stelvio) in quinte
irreali, dove colori luminosissimi e altre scurissimi cancellassero
i confini reali delle immagini per dare a tutto il film
la medesima atmosfera di un mondo sospeso tra i fumetti,
le visioni psichedeliche e il mondo dei giocattoli. È chiaro
che in questo contesto anche gli attori si sono dovuti
adeguare a una recitazione decisamente lontana dai tradizionali
parametri realistici. Praticamente impossibile riconoscere
nel protagonista Speed Racer quello stesso Emile Hirsch
che Sean Penn aveva scelto per il suo Into the Wild. Stesso
discorso per John Goodman, «soffocato» da un
inutile parrucchino, o per Christina Ricci, a cui è appiccicato
un sorriso inespressivo per quasi tutto il film. E piange
il cuore nel vedere un' attrice versatile come Susan Sarandon
costretta a inseguire l' espressività di un manico
di scopa. Ma immagino che tutti avranno avuto il loro bel
tornaconto per accettare ruoli così stereotipati...
Resta da scoprire solo se questo prodotto si possa ancora
chiamare cinema o non sia necessario trovare un' altra
espressione per non confonderlo con certi vecchi prodotti
in pellicola dove le storie si sforzavano ancora di appassionare
e gli attori di recitare. Ma soprattutto varrebbe la pena
di interrogarsi sul rapporto che questo tipo di immagini
dovrebbero avere con lo spettatore in sala: se chiedono
l' immedesimazione? se invece cercano solo l' ammirazione?
o piuttosto lo stordimento sensoriale in nome dell' annullamento
della propria coscienza critica... La sensazione è che
la ricerca a tutti i costi di immagini sorprendenti e inedite
rischi di cancellare il legame (necessario) che dovrebbe
esistere tra chi guarda e quello che si vede sullo schermo.
E che la credibilità (della storia, dei caratteri,
delle situazioni) sia diventata un optional, lungo un percorso
che si sta avvitando su se stesso. Ma se Joel Silver, che
non è certo uno sprovveduto, ha investito tanti
milioni di dollari in un film così forse a sbagliarmi
sono io.
Paolo Mereghetti
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La Repubblica, 9 maggio 2008
"Speed Racer", solo effetti speciali
sotto il computer non c'è niente
La bellezza di vent'anni fa, il critico Roger Odin esaminò alcuni
film "postmoderni" che stavano cambiando il modo
di vivere l'esperienza cinematografica: guardandoli, lo
spettatore non vibrava tanto agli eventi narrati, quanto
alle variazioni di ritmo, d'intensità e di colore
delle immagini e dei suoni. Da notare che Odin si riferiva
a titoli come "I predatori dell'Arca perduta",
roba che, a paragone di Speed Racer, sembra scritta da
Dostoevskij.
Con Speed Racer, nuovo kolossal dei fratelli Wachowski,
il processo è arrivato a compimento, e in vari modi.
Intanto, il film esce in contemporanea con un videogame
per Wii, nato in sinergia con la pellicola e curato dallo
stesso supervisore degli effetti speciali, John Gaeta.
Poi la storia, tratta dalla serie di "anime" anni
60 "Go Go Match 5", è scarnificata all'osso:
il superpilota Speed, figlio del costruttore di bolidi
Racer, deve affermarsi come campione della World Racing
League sventando le manovre di un ricchissimo concorrente.
Sulla tramina s'innesta un tripudio di effetti speciali
(2300), cui hanno collaborato Industrial Light & Magic
e Sony Imageworks: inclusa una tecnica chiamata "bubble
technology", che permette di riprendere in alta definizione
a 360°. Completano vertiginose riprese in profondità destinate
a fare dello spettatore un pilota virtuale, lanciato in
corsa su piste che paiono ottovolanti.
Per riempire il rutilante contenitore durante 135 minuti
di proiezione, poi, i Wachowski pescano a piene mani brandelli
di un enorme repertorio "meticcio": dai colori
primari dei fumetti alle sfide di gladiatori del futuro
(genere "Mad Max"). Fino, e soprattutto, all'immaginario
dei manga e dei cartoon giapponesi; non a caso i mortali
duelli d'auto si chiamano "car-fu", nuovo genere
d'arte marziale, l'eroe è aggredito da sicari Ninja
e le parti drammatiche sono alternate a siparietti comici
in stile "anime", pieni di fesserie affidate
al fratello di Speed, Spritle e al suo scimpanzé Chim
Chim. Il che, nei progetti del navigato produttore Joel
Silver, corrisponde evidentemente al perfetto film globalizzato
per tutta la famiglia (le battute più ardite sono
del tipo "santa polpetta!"), una macchina capace
di moltiplicare come uno jackpot i 120 milioni di dollari
investiti.
Per andare ancor più sul sicuro, però, Silver
non affida il compito ai soli effetti speciali; si procura
anche un supercast: Emile Hirsch (apprezzato nel recente "Into
the Wild"); la rediviva Christina Ricci, nella parte
della fidanzatina Trixie; Susan Sarandon e John Goodman,
in quelle di mamma e papà Racer; Matthew Fox, divo
della serie "Lost", come giustiziere mascherato.
Ma qual è, insomma, l'effetto di tanta abbondanza
di materia prima? Anche sorvolando sull'ideologia implicita
(vincere a tutti i costi) e sulla retorica della famiglia,
dai cineasti di "Matrix" era lecito aspettarsi
di più.
Dopo un po' domina l'effetto-ripetizione e, se hai più di
dodici anni, cominci a spiare il telefonino per vedere
quanto manca alla fine.
Roberto Nepoti
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La Stampa, 9 maggio 2008
Tenetevi, si va al massimo
Quattro ruote di fuoco. Auto rombanti e volanti, scontri
e sorpassi sul circuito sfolgorante della corsa. Città colorate,
radiose, splendenti come luna park. Fasci luminosi, ragazze
vestite d'argento, esplosioni di fuochi d'artificio. Squilibrio
del Tempo: le persone sono Anni Cinquanta, le automobili
Anni Tremila. Larry e Andy Wachowski, i fratelli registi
americani, 43 e 41 anni, autori geniali della trilogia
di Matrix, dopo cinque anni di assenza dirigono Speed Racer,
un film doppio, magnifico e divertente, sul giocattolo
prediletto dagli esseri umani, l'automobile.
Storia così: famiglia di artigiani dell'auto che
non dimentica un figlio morto in corsa e non scoraggia
l'altro figlio suo erede, contrasti con un industriale
canaglia dell'auto, la loro onestà contro la corruzione
dell'ambiente delle corse, buoni sentimenti, lietissimo
fine. Corse, gare, Grand Prix, rivalità accanite,
auto fantastiche, ambienti fatti di luce. Il segreto sta
nella doppia natura del film: può piacere al pubblico
più toccato dal patetico come a quello più amante
dell'ironia, ai giapponesi come agli americani. Contiene
ogni contraddizione: niente di più moderno.
L'attrice più dark, Christina Ricci, viene usata
come banalizzata fidanzata vestita a quadretti rosa; l'attrice
più impegnata, Susan Sarandon, viene vista come
trepida mamma autrice di squisiti pancakes. Quell'omaggio
al cinema avvenirista-passatista che è il film nasce
da un cartone animato giapponese dei Sessanta, Go Go Match
5. Il soggetto ovvio usa mille effetti, un montaggio sperimentale,
una tecnica di ripresa chiamata Bubble Technology che permette
di visitare virtualmente un ambiente a 360 gradi; però,
magari apposta, gli effetti più semplici (auto o
persone stagliantisi su panorami d'alta montagna o italiani
o sulla porta di Brandeburgo) sono realizzati in modo visibilmente
elementare. Speed Racer (Corridore Veloce) è un
film di straordinaria padronanza e intelligenza cinematografica:
peccato il gran rumore, che alla lunga (2 ore e un quarto)
può far star male.
Lietta Tornabuoni
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