Dramma e ironia nello «specchio» di Oliveira
Il maestro ultranovantenne dirige un cast superbo con Cintra, Silveira e Trepa
Manoel de Oliveira è l’autore più prestigioso del cinema portoghese, in cui, ormai ultranovantenne, è attivo dal 1929, proponendosi quasi ogni anno con film di severe qualità e un senso alto del cinema. Attento, specie agli inizi, alla realtà quotidiana, è venuto via via indirizzando le sue ricerche sul linguaggio del film attraverso testi letterari reinterpretati spesso in equilibrio fra cronaca e visionarietà; in cifre in cui, spesso, privilegiava anche l’astratto. Fra i testi letterari cui in prevalenza si è rivolto ci son sempre stati quelli di una delle più acclamate scrittrici portoghesi, Agustina Besca-Luís che, pur con creazioni autonome, ha finito quasi per svolgere la sua intera opera in vista delle trasposizioni con cui poi Oliveira le avrebbe fatte approdare sullo schermo. Esattamente come il film di oggi che deriva, con molta fedeltà, ma con intuizioni personalissime, da uno dei suoi romanzi più noti, "A alma dos ricos". I "ricchi", come annunciava quel testo, sono al centro della storia. La protagonista, infatti, è una signora che vive in una splendida tenuta, Alfreda, alla quale non manca niente all’infuori di un desiderio che con ogni impegno aspira a veder realizzato, quello di poter vedersi apparire la Madonna e discorrere con lei dato che un esperto in studi biblici le ha confidato che la Madonna era ricca e perciò avrebbe avuto molta affinità con lei. Interviene un ex carcerato, Luciano, che ha trovato lavoro proprio nella tenuta e che, con la convivenza di un complice, un ambiguo accordatore di pianoforti, studia il modo più acconcio, e per loro redditizio, di far credere ad Alfreda che il suo desiderio finalmente è stato esaudito. Senza naturalmente che la donna si immerga in quella luce ultraterrena cui aspirava molto più per ambizione che non per fede. Ritmi quasi immobili, atteggiamenti da palcoscenico, un’analisi delle psicologie che al dramma mostra, con finissimo equilibrio, di saper accoppiare l’ironia. E con una staticità resa vitale da una dinamica soprattutto interiore: nei caratteri, sempre incisi e spesso molto forti, nei dialoghi, sfrondati con rigore da qualsiasi eco letterario, nella visualizzazione degli stati d’animo alla quale la fotografia del grande Renato Berta presta una luminosità che sa accostare il reale all’immaginato. Con ispirazione intensissima. Ieratici e quasi astratti anche gli interpreti, pur radicati nel concreto. Cito soprattutto Ricardo Trepa, Leonor Silveira e Luís Miguel Cintra, fedeli da sempre al cinema di Oliveira.
Gian Luigi Rondi