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Sogno di una notte di mezza estate
adattamento dall'opera di William Shakespeare
testo in tedesco Frank Günther
regia/coreografia: Thomas Ostermeier e Constanza Macras
scene: Jan Pappelbaum
costumi: Ulrike Gutbrod
musica: R. Chris Dahlgren, Maurice de Martin, Alex Nowitz
con Nabih Amaraoui, Robert Beyer, Lars Eidinger, Markus Gertken, Jörg Hartmann,
Bettina Hoppe, Hyoung-Min Kim, Florencia Lamarca, Eva Meckbach, Alex Nowitz,
Gail Sharrol Skrela, Rafael Stachowiak
cantante Alex Nowitz
Napoli, Auditorium Rai, 13 ottobre 2007
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Il Mattino, 15 ottobre 2007
Tango crudele per un «Sogno» tutto sesso
Una volta tanto la scena più spinta è anche quella più significativa.
All'inizio e alla fine (e dunque in posizione fortemente icastica) dell'allestimento
del «Sogno di una notte di mezza estate» - presentato all'Auditorium
della Rai, in chiusura del «Prologo» al Teatro Festival Italia,
dalla Schaubühne am Lehniner Platz di Berlino con la regia del suo
direttore, Thomas Ostermeier, e le coreografie di Constanza Macras -
un attore nudo infila il pene in una maschera teatrale e lo fa sporgere
dalla bocca di quella come una lingua. Ed è la traduzione perfetta
dell'acuta analisi compiuta da Jan Kott a proposito del testo shakespeariano
in questione. Scrisse il grande studioso polacco: «La riduzione
del personaggio a partner amoroso mi pare la caratteristica più essenziale
di questo sogno crudele. E forse la più moderna. Il partner non
ha più un nome, non ha neanche un volto. È semplicemente
quello più vicino. Come in certe opere di Genet, in cui non esistono
dei personaggi precisi, ma solo delle situazioni. Tutto diviene ambivalente».
E dunque, per l'appunto, si può fare l'amore soltanto con una «maschera»,
in tutti i sensi del sostantivo. Mentre il sesso, totalizzante, prende
il posto delle parole, ormai completamente destituite dal compito di
veicolare certezze. Non a caso, infatti, di tanto in tanto i sovratitoli
in italiano vengono sostituiti da indecifrabili simboli grafici. Ed ecco,
allora, che lo spettacolo comincia come un banalissimo party a cui partecipano
anche gli spettatori, che vengono fatti entrare direttamente in scena
prima di accomodarsi in poltrona. Ma, appena quella festa finisce, si
scatena un'autentica esplosione di movimenti frenetici, a volte seriali
e a volte disarticolati, comunque sempre più violenti. E se a
commento della scena citata arrivava all'inizio una canzone che diceva: «Se
quel che dico non ha più senso, sei tu il senso», il duca
di Atene Teseo, pur seminudo, indossa lo stesso cappello e gli stessi
stivaletti che indossava Jon Voight in «Un uomo da marciapiede»:
perché, si capisce, anche la prostituzione ha bisogno dell'anonimato.
La cornice, ovviamente, è quella del musical, scandito dalla band
del cantante Alex Nowitz. Ma, sul piano formale, il «Sogno» di
Ostermeier non costituisce una gran novità: già nell'anno
di grazia 1982, poniamo, il Teatro dell'Elfo e Gabriele Salvatores avevano
messo in scena la commedia del Bardo con tanto di bottiglie di whisky,
chitarre elettriche e un mare di microfoni destinati ad amplificare le
canzoni che sostituivano i monologhi del testo originale. E anche nell'allestimento
di Salvatores la danza svolgeva un ruolo decisivo, se è vero che
vennero ingaggiate ben due coreografe, Elisabeth Boeke e Patrizia Fachini.
Proprio dalle coreografie della Macras, in ogni caso, scaturiscono i
momenti migliori dello spettacolo tedesco: e basta, in proposito, fare
soltanto l'esempio del passo a due che realizza una strepitosa reinvenzione
del tango, con i partner che si attraggono e si respingono utilizzando
il tessuto elastico delle magliette e dei calzoncini. E tutti molto bravi,
ci mancherebbe, sono gli attori, specialmente per quanto riguarda l'uso
acrobatico del corpo. Ne deriva una rappresentazione vivacissima e divertente.
Ma Ostermeier non poteva dimenticare il gelo che spasima al fondo di
quel sabba di finzioni e travestimenti. E così disegna, alla fine,
la scena più bella, che vale da sola l'intero allestimento. A
poco a poco spariscono tutti i personaggi, e se ne vanno pure i musicisti.
E nella luce che si spegne lenta, Ermia resta sola e sgomenta a chiamare
gli altri che non vede più. Nessuno risponde. Poteva starci in
sottofondo Sergio Endrigo: «La festa appena incominciata è già finita»;
oppure Umberto Bindi: «Ecco, la musica è finita / gli amici
se ne vanno»...
Enrico Fiore
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Il Messaggero, 14 ottobre 2007
All'Auditorium Rai di Napoli per il Festival Italia
una versione hard del classico shakespeariano
Ostermeier, il "Sogno" senza complessi
Il popolo di questo
Sogno è misto, impuro, compromesso e compromettente.
Maschi vestiti da femmina e femmine come mostri al maschile. Sessi e
sensi si confondono, nella certezza shakespeariana (il Sogno di una notte
di mezza estate, in questo senso, è la più contemporanea
delle opere del Bardo) che a letto ci si mescoli spesso e volentieri.
E la fantasmagoria di incanti che intreccia fate con asini, elfi con
principesse, folletti con ragazzacci, diventa, grazie a due artisti "folli" come
Thomas Ostermeier e la coreografa e performer argentina Constanza Macras,
in un'orgia di ieri, oggi e domani.
Lo spettacolo – ieri sera all'Auditorium Rai, con replica oggi
pomeriggio – ha già impreziosito il Festival di Atene dello
scorso anno, coprodotto dalla Grecia assieme alla Schaubühne Am
Lehniner di Berlino. Nell'adattamento del geniale e notoriamente disinibito
regista tedesco, tutto parte da un epilogo: le battute finali di un gran
ballo in maschera. L'orchestra ha da poco suonato l'ultimo brano e comincia
a smobilitare. Ma qualcuno, fra gli invitati, non ha voglia di concludere
così. Ed eccolo, il creativo, si fa vivo come dal Nulla per improvvisare
uno scardinato streaptease che rimette in moto la festa.
La popolazione in palcoscenico si agita allora come un'onda di molti
colori, s'increspa, schiumante e vitale, corre verso la metaforica spiaggia
dove vive l'anarchia sessuale.
Ostermeier e la Macras usano tutte le armi possibili, attori, danzatori,
sciabolate di luce, suoni techno e hard rock, musica barocca, guêpière,
giarrettiere, occhialoni, maschere e parrucche, plastica e pizzi, in
un bailamme scientificamente dionisiaco che favorisce la perdita di ogni
identità. La magnifica fusione dei generi, il risultato scenico
intensissimo (che già impressionò il pubblico di Atene)
sono senz'altro uno dei regali migliori del Prologo del Teatro Festival
Italia che si conclude stasera a Napoli.
Quella di Ostermeier è in fondo una lezione per chi da noi ancora
stupisce di fronte a operazioni di attualizzazione, formale o sostanziale,
dei classici. Vedi, ad esempio, la versione di un altro Shakespeare doc,
Misura per misura, diretta e interpretata da Gabrielle Lavia con, fra
gli altri, il figlio Lorenzo. Ai giovani, cui la rassegna napoletana è destinata,
il Sogno euro-argentino presenta la complessità di un allestimento
internazionale al quale, prima o poi, interpreti e registi degni di tal
nome dovrebbero poter approdare.
Sempre che, anche da noi, realizzatori e produttori si decidano alla
collaborazione programmatica, all'abbattimento delle barriere di genere
e alla non criminalizzazione a priori delle idee ardite o iconoclaste.
Rita Sala
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