Anthony Hopkins, carico di gloria come attore, torna per
la terza volta alla regia. Dopo «Dylan Thomas: viaggio
di ritorno», dedicato a quel poeta nato con lui nel
Galles, e dopo «Augustus», rielaborazione di «Zio
Vania» di Cechov. Non solo questa volta si è scritto
anche il testo, che poi ovviamente ha interpretato, ma
ha composto le musiche, ottenendo che sua moglie, l'attrice
Stella Arroyane, oltre a recitargli a fianco, si assumesse
la responsabilità della produzione. Una condizione
quasi necessaria perché, avendo scelto di lavorare
a Hollywood, non si sarebbe vista concessa molto facilmente
tra quegli schemi industriali la libertà di espressione
di cui aveva necessità assoluta.
Il suo film, infatti, non si discosta molto da quelle ricerche
narrative e linguistiche tipiche, in un dato momento, di
un certo cinema europeo da Godard, a Fellini, a Resnais,
acuendone, persino, in qualche svolta, le asperità e
le impennate. Lo spunto, quando lo si percepisce, è in
sé abbastanza semplice. Uno sceneggiatore sta scrivendo
un film ed ecco che mentre un regista lo sta realizzando
nel deserto californiano del Mojave, i personaggi cui ha
pensato gli si affollano attorno aggredendo a tal segno
la sua psiche da ridurlo a mal partito, specie quando,
come se non fossero contenti delle parti loro attribuite,
polemizzano con lui e vogliono cambiarle. Mentre il film,
per un incidente, si ferma e sembra che si debba ricominciare
a scriverlo daccapo.
Hopkins, con il suo testo, alterna attorno a sé sceneggiatore
questo va e vieni convulso di personaggi, li segue a lungo
in alcuni momenti delle riprese, quando tutto sembra filar
liscio e poi con la sua regia, illuminata dalla fotografia
bella e spesso misteriosa del nostro Dante Spinotti, mescola
a bella posta tutte le sue carte tenendosi sempre in equilibrio
tra la concreta realtà di base e una immaginazione
che sa accompagnarsi qua e là anche alla finzione
che scaturisce dal film mentre si fa (e si disfa).
Il risultato in qualche passaggio può sconcertare
perché non è sempre agevole tenere le fila
di un'azione che volutamente si svolge su più piani,
anche in contraddizione fra loro, nel suo complesso, però,
il film ha una suggestione drammatica, e anche figurativa,
cui si può aderire convinti e non di rado anche
incuriositi: specie quando si cerca di capire dove si andrà a
parare.
Al centro Hopkins, nei panni dello sceneggiatore, atteggia
con sapienza la sua mimica al turbamento e al tormento.
Come una figura tragica.
Gian Luigi Rondi