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Sleuth
di
Kenneth Branagh
con Michael Caine e Jude Law, Gran Bretagna-Stati Uniti
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Corriere della Sera, 16 novembre 2007
Caine e Jude Law.
Il mistero scompare
Quando Dorelli e Tedeschi la recitarono in Italia la commedia bellissima di Shaffer si chiamava Oplà noi ci ammazziamo; poi venne il magnifico Mankiewicz di Gli insospettabili, che ora Branagh riprende cambiando il segno. Là la campagna inglese solare, qui una casa hi-tech notturna, ferma restando la felice ambiguità di uno strano rapporto tra il marito di una donna, scrittore ricco e snob, e l'italiano amante di lei parrucchiere e proletario. Si cerca pirandellianamente un accordo che passa anche per una presunta scorciatoia gay, ma quando si vuol chiarire il mistero esso scompare. Chiaro che il tutto piace al riduttore Pinter. Un ping pong claustrofobico di attori magnifici: Caine che prende il ruolo che prima era di Olivier e Jude Law che per la seconda volta dopo Alfie va al posto di Michael. Una diatriba quasi metafisica: il mondo è assente, ma questi due sono i detective (sleuth) a nome di tutti i nostri inganni. VOTO: 7,5
Maurizio Porro
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Il Mattino, 10 novembre 2007
Duello di mattatori in un thriller da camera
Un thriller da camera sardonico,
ben congegnato e superbamente recitato; un prodotto, insomma, che abbina
la qualità dello stile all'originalità del
contenuto: per una volta al critico non sembra di giudicare in nome
e per conto di un cenacolo esclusivo. Conciso, serrato e teatrale in
senso alto, «Sleuth» è firmato dallo scespiriano
Kenneth Branagh che è riuscito a fare qualcosa di più di
un semplice remake de «Gli insospettabili»: innamorato
come tanti del classico anni '70 di Joseph Mankiewicz, l'autore/attore
si è certo proposto di riattivarne il leitmotiv riguardante
i risvolti più contorti e minacciosi dei rapporti umani, spesso
connessi all'eterna, istintiva e primitiva lotta degli uomini per il
potere e il «possesso», in particolare di una donna. Ma
l'immediata sensazione di «modernità» è confermata
dal fatto che il testo del giallo firmato da Anthony Shaffer risulta
per l'occasione abilmente rivisitato dalla penna corrosiva di Harold
Pinter. Il remake appare innovativo, del resto, anche per la costruzione
drammaturgica che, dall'originale gioco un po' snob, si è trasformata
nello spietato corpo a corpo tra due presenze diaboliche: un formidabile
Jude Law nel ruolo che era stato di Caine e quest'ultimo, istrionico
e sornione al punto giusto, in quello originariamente cesellato da
Sir Laurence Olivier. Si può cogliere il segno del presente,
per esempio, nella mossa decisiva di regia che vede la vecchia magione
campestre sostituita da un lussuoso e claustrofobico labirinto tecnologico,
dove il gioco a rimpiattino fra il maturo scrittore e lo spiantato
gigolò che gli ha rubato la moglie può assumere sin dall'inizio
tonalità brutali e nichiliste.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 9 novembre 2007
Jude Law e Michael Caine in un duello postmoderno
Il regista ha impresso
alle varie fasi dello scontro un ritmo sempre incalzanteVent' anni fa
mi capitò di tradurre per la scena una
commedia inglese di successo, Sleuth di Anthony Shaffer (il gemello di
Peter, l' autore di Amadeus): un duetto per grandi attori che nel ' 70
aveva vinto il premio Tony nell' interpretazione di Anthony Quayle e
Keith Baxter; e subito dopo era diventato il film di Joseph L. Mankiewicz
intitolato da noi Gli insospettabili, memorabile per la presenza di Laurence
Olivier e Michael Caine. La nostra versione, diretta da Gianfranco De
Bosio, si intitolò Duello perché sul significato di Sleuth
(letteralmente «segugio») non riuscimmo a metterci d' accordo.
In scena Giancarlo Zanetti e il carissimo Renzo Palmer (il Cavour della
TV), di cui questa fu purtroppo l' ultima apparizione. La commedia era
stata precedentemente proposta da un' altra compagnia con il titolo Oplà...
noi ci ammazziamo! e nonostante la presenza di due splendidi mattatori
come Gianrico Tedeschi e Johnny Dorelli non era andata bene: un incidente
incomprensibile nel percorso di un testo che andava raccogliendo allori
ovunque. La vicenda vede lo snobbone Andrew Wyke, ricco e famoso scrittore
di polizieschi, ricevere nella sua casa piena di trucchi e trabocchetti
un uomo da punire, il rozzo parrucchiere Milo Tindle amante di sua moglie.
Nel gioco che si fa sempre più pericoloso, a un certo punto c' è un
morto; e pronto arriva un detective a investigare... Ricordo che mi accinsi
al lavoro volentieri perché la commedia mi era parsa ottima. Tanto
che ai giorni nostri, quando alla vigilia della Mostra di Venezia appresi
che sarebbe stato presentato un altro Sleuth per la regìa di Kenneth
Branagh, mi stupii che a riscrivere il copione fosse stato chiamato Harold
Pinter: che bisogno c' era di ricorrere a un premio Nobel per manipolare
un testo che aveva sempre funzionato? Ebbene, per prepararmi alla visione
veneziana mi accinsi a rilegge il vecchio copione; e dopo qualche pagina
scoprii che mi stavo annoiando. Quella commedia, a distanza di tempo,
appariva macchinosa e prevedibile. Come mai l' avevo trovata appassionante?
E soprattutto cosa avrà potuto escogitare Pinter per rinfrescarla?
L' ho scoperto vedendo il film: l' adattatore ha tradotto il dialogo
in pinteriano. L' intrigo è lo stesso e la falsariga originale è rispettata
in modo sintetico, ma con pochi tocchi ogni battuta assume un accento
diverso. Ciò che è impallidito nel copione originario si
traduce miracolosamente in una sequenza di lampi di luce. Suggerirei
a Masolino d' Amico, o altro sapiente anglista, di imbastire un corso
universitario sul confronto fra i due testi, versione Shaffer e versione
Pinter. Ne uscirebbe un manuale su come si scrive per lo spettacolo,
a conferma dell' assioma (oggi condiviso da pochi) che in scena la parola è tutto.
O quasi: perché ci vogliono anche gli interpreti, che qui sono
di nuovo Caine nella parte che fu di Olivier (un giro di valzer che pochi
interpreti hanno avuto l' occasione e il coraggio di fare) e Jude Law
(sagace produttore sagace produttore del film) in veste di topo in trappola.
Ci vuole anche un regista della classe di Branagh, che ha ambientato
il duello in un contesto tecnologico e postmoderno e ha impresso alle
varie fasi dello scontro un ritmo sempre incalzante giocando sulla sorpresa.
Il suo segreto è accostarsi a una commedia di consumo con lo stesso
impegno di quando realizza i suoi bellissimi Shakespeare. Senza contare
la competenza nel dirigere la recitazione che hanno soltanto alcuni attori-registi,
in grado di rendersi davvero utili ai colleghi che stanno sotto i riflettori. È anche
per questa professionalità, discendente da secoli di gran teatro,
che il cinema inglese, pur snobbato dalla critica e dalle giurie dei
festival, è oggi il migliore del mondo.
Tullio Kezich
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Il Tempo, 9 novembre 2007
Un giallo da premio Nobel
Da quel testo teatrale, nel 1972, Joseph Mankievicz
aveva tratto un film intitolato, nella versione originale, "Sleuth" e in quella
italiana "Gli insospettabili". Solo in apparenza, però,
il film di oggi è un rifacimento di quello perché Pinter,
pur rispettandone lo schema fedelmente desunto dal testo teatrale, lo
ha addirittura ricreato trasformandolo in un crudo psicodramma tra le
cui pieghe si agitano due personaggi incisi a tutto tondo, con i loro
macroscopici difetti, le loro menzogne costanti, l'evoluzione, di fronte
alla macchina da presa, di due caratteri che via via si danno parti e
atteggiamenti opposti, sempre in contraddizione.
In sé gli snodi sono semplicissimi. Un celebre scrittore riceve
in casa un attorucolo spiantato che viene a chiedergli di divorziare
dalla moglie diventata la sua amante. Finisce in trappola (l'altro è pronto
ad ucciderlo), ma riesce comunque a tendere a sua volta una trappola
al rivale, in un gioco al massacro che, alla fine, non vedrà né vincitori
né vinti.
Pinter, questi snodi, li ha trasformati in una schermaglia in cui, fra
un colpo di scena e l'altro, tutto procede in modo lucido, abile, smagliante.
Con una struttura narrativa a incastro, prodiga, ad ogni svolta, di capovolgimenti
e di sorprese. All'insegna di una crudeltà che si nutre ora di
astuzie ora di perfidie.
La regia di Branagh, lavorando spesso sui primi piani (facce e dettagli)
riesce a costruire, sempre in un ambiente unico, una dinamica di fatti
e gesti quasi travolgente, con ritmi, però, non di rado solo interiori.
Inventando, come cornice a quell'azione serratissima, una scenografia
di tipo quasi avveniristico (la casa totalmente fantasiosa dello scrittore)
che, ad ogni immagine, al reale sembra preferire il surreale. Pur tenendosi
alla cronaca.
Completa questi meriti a dir poco straordinari, la recitazione dei due
protagonisti, pronti, ciascuno per proprio conto, a scandire dei dialoghi
inclini spesso a un umorismo prossimo al sarcasmo: Michael Caine, nella
parte che nell'altro film aveva Laurence Oliver, Jude Law in quella che
era stata proprio di Caine. Un duetto che non si dimentica. Specie se
lo si ascolterà in inglese.
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L'Unità, 8 novembre 2007
Colpo su colpo fino alla fine
Remoto, freddo, sprezzante, malevolo: le
moglie insoddisfatte hanno sempre una grande proprietà di linguaggio. Tanto più se
devono descrivere al giovane amante il loro consorte scrittore di successo,
così ricco e pieno di se da risultare pedante e spocchioso. Ma
Andrew Wyke non è tipo da ammettere la sconfitta e abbandonare
il campo. Quando gli si presenta in casa Milo Tindle, l' attore e autista
part-time (ma forse fa il parrucchiere) che gli ha portato via la moglie
e da lei mandato a chiedere che conceda il benedetto divorzio, lui si
mette a sfidarlo a tutti i livelli. Prima con stratagemmi subdoli, poi
sfoderando colpi sempre più scoperti. Visto che Tindle è un
diminutivo di un cognome italiano, spara subito: "Gli italiani?
La cultura non è il loro forte". Poi in un gioco di umiliazioni,
che diventerà reciproco, i due finiscono anche per spaventarsi
a morte nonché a corteggiarsi, in una escalation di azzardi che
non presagisce nulla di buono. Come se alla fine si fossero dimenticati
del motivo del contendere – una donna che non vedremo mai – per
incamminarsi sul sentiero senza ritorno del continuo rilancio.
Remake de Gli insospettabili di Joseph Mankiewicz, che vedeva sfidarsi
Laurence Oliver e Michael Caine, in Sleuth si fronteggiano Michael Caine
(passato dal ruolo di Milo a quello dello scrittore) e Jude Law, diretti
su commissione da Kenneth Branagh. La sceneggiatura originale di Anthony
Shaffer è stata riscritta da Harold Pinter con una serie di aggiunte
e inflessioni nuove, come la trovata dell'adescamento omo (fasullo?).
Il testo in fondo regge bene e di certo il premio Nobel regala delle
perle da segnare sul taccuino. Tutte di incredibile cinismo, tanto che
l'ironia è così sottile da non percepirla nemmeno. Il confronto
Caine/Law è altamente virtuosistico, con il primo che si controlla
meglio rispetto al secondo. Interessante l'idea di trasformare gli interni
della lussuosa magione di campagna dove si svolge la scena dall'inizio
alla fine in una dimora dal design moderno e hight tech. Peccato che
il risultato sia così brutto da vanificare lo sforzo.
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L'Espresso, 8 novembre 2007
Law contro Caine
"Sleuth" di Kenneth Branagh è un geniale non-film che
mette a confronto due grandi attori
Grande non-film: due uomini dialogano in una casa elettronica alla
moda il cui gelo contrasta con le loro passioni. All'origine c'è il
testo teatrale di Anthony Shaffer, riscritto da Harold Pinter, già filmato
da Joseph L. Mankiewicz nel 1972 con il titolo italiano 'Gli insospettabili',
con Lawrence Olivier e Michael Caine nei ruoli affidati ora a Michael
Caine e Jude Law. Potente competizione fra due uomini per una donna che
non si vede mai, testimonanza di grande intuito della ferocia di possesso
(anche di qualcosa di invisibile e indifferente) che domina le società contemporanee
in Occidente. Il vecchio Caine, scrittore di polizieschi miliardario, è il
marito della donna contesa; il giovane Law, attore disoccupato, è l'amante
di lei. Il marito tende una trappola. L'amante ci casca. I morti risorgono,
la polizia è falsa, le porte si spalancano, le parole letali come
pallottole vengono sparate per umiliare l'avversario. Caine sfotte Law
perché è di origine italiana, si chiama Tindolini e fa
il parrucchiere; Law sfotte Caine perché è sessualmente
insufficiente.
Vittorie e sconfitte verbali di ciascuno si alternano, il vecchio prova
a sedurre il giovane, la lotta di classi non c'è perché entrambi
sono abili, spiritosi, eleganti, e si può anche ridere. I protagonisti
recitano in uno stile classico convenzionale perfetto, con il fascino
di una bravura persino eccessiva: sono entusiasmanti, bravissimi. Il
bel testo contiene diverse battute sugli italiani: "Strana gente,
gli italiani. La cultura non è il loro forte, ma il loro salame è ottimo";
oppure: "La vendetta è una specialità italiana".
Il film inglese a basso costo, coprodotto da Jude Law e dal regista Branagh, è al
massimo della professionalità, dell'intelligenza e della freddezza:
un'opera all'antica geniale.
Lietta Tornabuoni
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La Repubblica, 9 novembre 2007
"Sleuth", virtuosismi in villa
con Michael Caine e Jude Law
Sono in pochi a saperlo, ma nel 1999 lo scrittore francese Tanguy Viel
pubblicò un romanzo, "Cinéma", tutto dedicato
alla prima versione di Sleuth (quella diretta da Mankiewicz nel 1972).
Un vero film di culto che ora Kenneth Branagh ripropone con un remake,
dove Harold Pinter rielabora secondo le regole del proprio universo il
testo originario di Anthony Shaffer.
Il soggetto è il gioco-al-massacro tra Andrew, maturo scrittore
di polizieschi di successo, e l'amante di sua moglie: Milo, giovane,
belloccio, proletario e di origine italiana. Il primo propone al secondo
di simulare un furto di gioielli prima di spaventarlo a morte; poi entra
in scena un "piedipiatti" (il titolo è una parola gergale
per "poliziotto"), che mette sotto torchio lo scrittore per
un presunto omicidio.
Rispetto al prototipo sono cambiate parecchie cose: Michael Caine ha
scambiato la parte dell'amante con quella del marito, ad esempio; Pinter
ha aggiunto una suggestione di omosessualità; la casa dove si
svolge l'azione è diventata ipertecnologica e piena di sistemi
di controllo. Restano, invece, la struttura teatrale di un claustrofobico "cinema
da camera" e il gioco d'attori: bravi, virtuosistici, narcisisti
e un po' "caccolosi".
Roberto Nepoti
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La Stampa, 9 novembre 2007
Partita a due tra gelosia e vendetta
Due soli personaggi in scena, che
a un certo punto diventano tre ma poi si riducono di nuovo a due: sveliamo
così, ovvero a carte
coperte, il meccanismo di Sleuth, fortunatissima commedia di Anthony
Shaffer portata sullo schermo per la seconda volta da Kenneth Branagh.
La prima fu nel 1972, a cura di Joseph L. Mankiewicz, con una coppia
di attori del calibro di Laurence Olivier e Michael Caine in un film
che da noi si chiamò Gli insospettabili. Dove c'è ancora
Caine, ma nel ruolo di Olivier, mentre il ruolo di Caine è assunto
validamente da Jude Law.
Lo scrittore di polizieschi Andrew Wyke convoca l'amante della moglie
Milo Tindle e si accinge a farne polpette dentro una villa che è una
specie di trappola mortale. Se nel film precedente la cifra dell'arredo
era un bric-à-brac, qui trionfa un gelido postmoderno ben intonato
all'inquietante adattamento di Harold Pinter. Il quale, incaricato di
riscrivere i dialoghi, si è appropriato del copione trasformando
il macchinoso thriller in un suo tipico, disturbante teatrino della crudeltà.
Ne è uscito un piccolo capolavoro di messinscena al servizio di
una recitazione ambigua e brillante.
Alessandra Levantesi
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Il Giornale, 9 novembre 2007
Caine e Law: sfida per una donna tra disprezzo, ironia e passione
«Il nostro Sleuth non rifà lo Sleuth di Mankiewicz»,
diceva alla Mostra di Venezia il regista Kenneth Branagh. Michael Caine
e Jude Law, gli davano ragione. Ma lo Sleuth (Investigatore) di Mankiewicz,
uscito nel 1972 in Italia col titolo Gli insospettabili, era interpretato
sempre da Caine (nel ruolo di oggi di Law) ed era sempre ispirato alla
commedia di Anthony Sheffer. Qui, fra Caine e Law, si ripete dunque la
staffetta di Alfie, con la differenza che l'Alfie originario impose Caine,
mentre il rifacimento ha franto Law. Potrebbe accadere lo stesso col
nuovo Sleuth: pur durando poco, scorre solo nella prima metà,
lubrificata dall'ironia e dal disprezzo degli antagonisti; ma poi divampa
la passione fra loro, che in teoria dovrebbero contendersi la stessa
donna (che non si vede mai) e la lubrificazione cede alla lubricità.
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Il Messaggero, 9 novembre 2007
Quando la recita
è all'ultimo sangue
Due attori che fanno scintille per un testo "a
porte chiuse" firmato
Anthony Shaffer, l'autore di Equus. E' Sleuth - Gli insospettabili ,
remake dell'ultimo film diretto da J.L. Mankiewicz, grande maestro del
cinema di parola, nel 1972. Molte e notevoli le differenze. Là il
giovane Michael Caine affrontava il vecchio Laurence Olivier. Qui invece
Caine è l'anziano giallista di successo mentre Jude Law è il
giovane attorucolo di origine italiana che sta con sua moglie e viene
a chiedergli di concederle il divorzio. Il resto è il classico
gioco a gatto e topo ma chi è il gatto e chi il topo? Nella versione
di Branagh, asciugata e riscritta nientemeno che da Harold Pinter (mentre
Mankiewicz adattò da sé il testo di Shaffer) c'è anche
un terzo personaggio: una fastosa villa high tech tutta ascensori, video
di controllo, computer, che moltiplica e svuota le immagini. In questa
cornice, emblema della moderna ossessione per il dominio su tempo e spazio,
il giallista tesse la rete destinata al giovane plebeo. Lotta di classe
e di culture, rivincita dei vecchi sui giovani (e viceversa), ma anche,
volendo, scontro fra recitazione (Law) e regia (Caine). Uno spettacolo
di grande virtuosismo costruito a scatole cinesi. Con giochi di specchi
addirittura vertiginosi quando nel duello entrano in gioco passioni (o
finzioni?) gay.
(F. Fer.)
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Il Tempo, 31 agosto 2007
Sarcasmo e sospetti nel drammatico «Sleuth» firmato Pinter
VENEZIA - Ancora un film inglese, "Sleuth". Anche questo con tutte le carte in regola, e probabilmente perfino più salde che non in "Espiazione", visto il primo giorno. Il regista, difatti, è Kenneth Branagh, lo sceneggiatore è Harold Pinter, il testo teatrale alla base di Anthony Shaffer, i protagonisti sono Michael Caine e Jude Law, quest’ultimo anche in veste di produttore. Si parte da uno scrittore di gialli che riceve in casa sua l’amante della moglie venuto a chiedergli, con l’accordo della donna, di divorziare. Da qui un gioco, una schermaglia in cui tutto è abile, lucido. smagliante. La struttura narrativa tutta a incastro e prodiga, ad ogni svolta, di capovolgimenti e di sorprese. La regia che, lavorando spesso sui primi piani (facce e dettagli), costruisce, in un ambiente unico, una dinamica quasi travolgente, con ritmi, però, non di rado solo interiori. Le scenografie che, quasi avveniristiche con immagini di puro fascino evocano, degli interni tra la fantasia e il surreale. E finalmente una recitazione che, scadendo alla perfezione dei finissimi dialoghi inglesi inclini ad un umorismo prossimo al sarcasmo, permette, soprattutto a Caine ma anche (e forse una delle poche volte) a Law di giganteggiare sullo schermo. Alternando gli strappi, le sfumature, gli sberleffi. Inarrivabili.
Gian Luigi Rondi
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