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Shine a light
Shine a lightdi Martin Scorsese
con i Rolling Stones e, ospiti in concerto, Jack White, Christina Aguilera, Buddy Guy. Fra gli spettatori, Bill e Hillary Clinton (Stati Uniti, 2008)
 
Panorama, n. 16 2008

Gli Stones di Scorsese

Dopo aver partecipato come aiutoregista al documentario su Woodstock nel 1970 e dopo lo straordinario film-concerto L'Ultimo valzer (1978) , il regista più rock di tutti, Martin Scorsese, ci regala (e si regala) un viaggio nelle magnifiche rughe dei Rolling Stones. Montaggio inventivo a perdifiato, nevrotico quanto il regista e adrenalinico come i protagonisti, fotografia densa fino a trasformare ogni inquadratura in immagine simbolica: Shine a light è un omaggio innamorato e insieme cinico, spietato, nostalgico.

Nessun sospetto di santino nella traversata dietro le quinte del concerto dei cari anziani Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ron Wood filmati in una accesa serata al Beacon Theatre di New York. Scorsese anzi s'innervosisce spesso, non riesce a far collimare la sua razionalità d'autore con la svagatezza dei quattro, ancora «fuori zona» nonostante l'età media s'aggiri sui 65. Ma proprio per questo, e grazie all'incrocio con ospiti significativi come Buddy Guy, Christina Aguilera, il film sa restituirci il fascino decadente, aspro, dei magnifici quattro e dei loro classici. Belli gli inserti con interviste d'epoca. Irrinunciabile per i fan degli Stones, indispensabile per coloro che amavano solo i Beatles, imperdibile per chi ama il grande cinema.

Piera Detassis

 
L'Unità, 9 aprile 2008

Sfregate quelle pietre forse sono magiche

Uno è il padrino del punk, l'altro il più grande entertainer del rock'n'roll, insieme una montagna di anni che sculettano, saltano, strisciano, s'arrampicano. Clonarli o farci un calco?

Iggy "Iguana" Pop e i suoi 75 minuti di incendiario show con gli Stooges sono apparsi "replicati" in alcune sequenze di Velvet Goldmine, Ewan McGregor fasciato nei pantaloni argento che si contorce, lancia stardust, mette fuoco al palco. Escluse le riprese di oggi (Iggy praticamente intatto, i fratelli Asheton e gli altri decisamente no), abbiamo pochissime immagini dal vivo di quelle cerimonie hard-rock che terremotarono i piccoli club degli anni sessanta frequentati dai quattro di Detroit. Si attende The Passenger di Nick Gomez.

Ebbene, quando i Rolling Stones erano da qualche anno gli inglesi che spiegavano il rock'n'blues all'America, alcuni loro show sono stati altrettanto tellurici e incendiari. E mentre Iggy, frenetico come sempre, tra settanta e ottanta già prendeva sul serio il suo intento autodistruttivo, magari bevuto e strafatto in un go-go bar di Berlino, i Rolling hanno preso il volo, diventando come una profezia che si autoavvera la "più grande rock'n'roll band del pianeta". Perché avevano il set più completo, i palchi più grandiosi, la notorietà planetaria, erano il miscuglio più caotico e accattivante di rock blues soul jazz, di vecchia Europa e vecchia America, quello che più di nuovo e tradizionale potesse trovarsi in giro.

E sostanzialmente la rockstar più effeminata sciupafemmine, le labbra più grandi, le giunture più resistenti, il miglior direttore di platee per ora on stage: Mick Jagger.

Andate a vederli dal vivo, cercatevi una data del loro tour. Sono 45 anni di date senza sosta ed è probabile che non smettano per ora. Ma dovesse succedere, mettetevi al sicuro almeno un incontro dal vivo.

Volete farvi solo un'idea di cosa scatena l'alchimia di Jagger con un pubblico di fronte? Allora accomodatevi, Shine a light è gentilmente filmato da Martin Scorsese al Beacon Theater di New York nel 2006.

Il regista (che ha altri miti musicali, tutti filtrati dalla sua mdp, da Bob Dylan di No Direction Home a The Last Waltz della Band fino alle giornate di Woodstock) introduce e chiude, appare spesso, si diverte e mostra una verve da gran vecchiaccio.

Tolti i preliminari dietro le quinte - mostri sacri a confronto: i Rolling preparano lo show e Scorsese si prepara a filmarlo – una ventina di canzoni viaggia senza sosta, inframmezzata di pillole in bianco e nero: Jagger a metà sessanta dice che forse suoneranno ancora un anno, Richard assonnato strapazza giornalisti e confessa di svegliarsi solo alla prima canzone, Watts, come al solito monosillabico, se non avesse suonato sarebbe stato "designer or painter".

Secondo scaletta, la prima potente eiaculazione è spinta da Jumpin Jack Flash. Molti i pezzi mai suonati dal vivo. L'immersione dei 20 importanti direttori della fotografia coinvolti, da Albert Maysles a Ellen Kuras e Robert Ellswitt, è totale, il montaggio vorticoso, nessun angolo del palco è lasciato scoperto mentre si celebra la santa messa del rock'n'roll.

Quasi 40 anni fa One Plus One di Jean Luc Godard li aveva spiati, operosi, accigliati in sala prove. Altro che droghe e pellicce su nude girls (anche se Brian Jones venne arrestato sul set per possesso di erba): sotto gli occhi della cinepresa nasceva Sympathy For The Devil e intanto il cineasta suggeriva l'anima nera, ribellista, sovversiva di un gruppo mentre destrutturava il film con la sua idea "rivoluzionaria" di cinema.

In Shine A Light bastano pochi minuti perché mirini e macchine da presa scompaiano dalla percezione dello spettatore. Una arriva dall'esterno, affonda sul luminescente ingresso del Beacon Theater e forse la stessa lascerà il locale alla fine dell'esibizione (Martin Scorsese apre la porta) per allontanarsi nel cielo altissimo sopra la notte di New York. Dio è venuto a dare un'occhiata ai suoi discepoli? Gli abbagli di luce suggeriscono come potrebbe essere immortalata per sempre una band fuori dal tempo.

Persino Keith Richard, spesso ginocchio per terra proteso alle prime file, flemmatico, sbarella poco, lancia occhiate complici all'altra chitarra Ron Wood e poi canta rude e sornione You Got Silver.

Prima e dopo un Mick Jagger elettrificato duetta con Jack White dei White Stripe (un pupillo che quasi gli assomiglia) suonando la chitarra, impugna armoniche, circuisce Christina Aguilera, si fa pizzicare dal leggendario blues di Buddy Guy, live and alive come lui.

Non vi aspettate un film su chi sono stati i Rolling Stones. Se non li conoscete già leggetevi una biografia. Quelli che vedrete sono degli eterni adolescenti che irretiscono il pubblico di giovanotti e belle ragazze. Il capo branco ha la verve cristallina, i pantaloni strizzati, le mosse scattanti, una perfetta sincronia. A differenza del circo-rock'n'roll del concerto al Meazza di Milano nel 2006 – lingue giganti, palco mobile, effetti a ripetizione – qui al Beacon la scenografia è classicheggiante, a canne d'organo, quasi celestiale.

"If I could stick a knife in my heart, suicide right on stage, would it be enough for your teenage lust, would it help to ease the pain? Ease your brain? … would ya think the boy's insane? He's insane. I said I know it's only rock 'n roll but I like it".

Pasquale Colizzi

 
Il Mattino, 19 aprile 2008

Con Scorsese viaggio nell'anima degli Stones

Vecchi rockettari di tutto il mondo unitevi! Martin Scorsese non si prefigge di documentare la storia dei Rolling Stones, ma -volando più alto nel segno della sua intelligenza filmica, oltre che musicale- d'incidere sullo schermo come su una maxi-mappa i percorsi evidenti e quelli segreti di un'energia davvero inesauribile. Missione riuscita grazie a due ore di vera e propria trance, inseguendo Mick Jagger, Ron Wood, Keith Richards e Charlie Watts sul palcoscenico del newyorkese Beacon Theatre e soprattutto, al di là dell'unica e claustrofobica performance di beneficenza, i frastagliati contorni del mito per una volta "senza trucchi né inganni" promo-videoclippisti... Lo spettatore può condividere dubbi e ansie dello stesso regista, immergersi nei più curiosi risvolti del backstage o lasciarsi trasportare dal fiume in piena dei suoni, dei colori, dei gesti dell'esibizione; mentre la memoria delle glorie passate non esagera con gli inserti d'archivio, bensì quasi «scaturisce» dall'anima degli Stones che non sapresti se individuare nei corpi ancora atletici e scattanti o nelle facce sempre più scavate dai reticoli di rughe. Una vita artistica, ma non solo, tessuta di eccessi, di polemiche e di trionfi affiora, così, senza pagare alcun tributo alla pedanteria degli esperti proprio perché non viene ricostruita come un incunabolo nostalgico: sono le canzoni a diventare il baricentro del film, a dargli la sua profondità e la sua adrenalina, a comporre l'alchimia di una delle più grandiose leggende del rock.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 11 aprile 2008

Gli Stones, mistero lungo mezzo secolo

Va bene, il teatro era minuscolo, gli ospiti fin troppo illustri (i Clinton al completo con corteo di invitati), la logistica complicata con 19 macchine da presa in azione. Però Mick Jagger poteva anche tenere la bocca chiusa perché Shine a Light è un gioiello. Un film-concerto che diventa una riflessione sul tempo e la gloria. Un omaggio agli Stones che vira verso l'esperienza estatica a forza di insistere su quei corpi macerati e indistruttibili. Un documentario sul mito e la musica degli Stones cucito addosso alla loro performance come una seconda pelle. Fino a quando la pelle si squarcia e dietro le piroette di Mick Jagger, le smorfie di Charlie Watts (l'unico che non nasconde la fatica), la flemma bruciante di Keith Richards, il dialogo silenzioso fra Ron Wood e gli altri membri della band, prende forma qualcosa di completamente diverso. Uno spettacolo segreto che unisce in un flusso continuo di musica e immagini gli Stones di oggi e quelli di ieri, il concerto al Beacon Theatre di New York ripreso da Scorsese e le interviste spesso esilaranti degli anni 60. Come se il mito più longevo del rock, un tempo conficcato nella Storia, appartenesse ormai a un "altrove" familiare quanto irraggiungibile. E assistere al concerto fosse un po' come guardarsi in uno specchio magico che comprime il tempo e lo spazio, i sogni e la realtà.

Fabio Ferzetti

 
Il Manifesto, 11 aprile 2008

Il rock che rotola giù per strade anfetaminiche

I Rolling Stones, rampolli brillanti delle Art School inglesi che, solcando elegantemente, ma in senso vietato, lo specchio di Alice, scoprirono pianeti musicali paralleli e eretici, quelli del Blues elettrico-elettronico, forse si sono sempre strafatti di tutto e fatti più o meno tutte e tutti, con la stessa voracità imperiale di Churchill. Ma con altri effetti, sia sulla linea, che sulla pelle, che sul «british sound». La simpatia per il diavolo deve essere stata contraccambiata gentilmente anche se, «umano troppo umano», mai il quartetto si è venduto l'anima. Se non a B.B.King.
30 anni dopo The Last Waltz, elogio «funebre» della Band, di Robbie Robertson, di un infernale club, il Fillmore, e della musica che doveva cambiare il mondo, ma non pare sia riuscita, il rock è inquietantemente vivo e erotico.
Almeno a giudicare da questo rockumentary (summa del genere, nato per moltiplicare l'energia collettiva di una performance «live») che aprì la Berlinale 2008, ed è diretto dal recidivo Martin Scorsese, che proprio sul set di Woodstock iniziò il mestiere.
Splende una stella (Shine a light), dal titolo di un grande successo dei Rolling, è anche un omaggio commuovente alla generazione dei documentaristi anni '60 (e ai capostipiti del cinema verità e di Woodstock, i fratelli Maysles) che con due, dieci, cento cineprese, allora pure «mute», e il Nagra da sincronizzare, si buttavano nella mischia, tra fans scatenati, manager mafiosi e vedette più assuefatti di mescalina, Lds e alcool messi insieme.
Qui sono quasi 20 le performance complete, più gioielli di repertorio (perfino dal «maledetto» Charlie is my darling, il primo doc sulla band di Peter Whitehead), montate dallo scienziato pazzo David Tedeschi che ha utilizzato l'intrecciato lavorio di 20 cineprese in movimento, sincronizzandole come mai un solo essere umano potrebbe (anche se, ora, le cineprese registrano il suono). Quelle fissate, ai lati del palco, quella di dietro sulla gru, quelle mobili, tra il pubblico, e quelle sotto il «corridoio da sfilata di Mick» (ricordate la monumentale e anfetaminica apologia di Hal Asbhy a Jagger «atleta»?)...
Anche qui domina il pignolo, attentissimo e perfezionista Mick: al suo fianco la leading guitar, perennemente in trance, Keith Richard, con il calumet sempre acceso; il batterista Charlie Watts (il più autoironico, tuttora) e l'estatica chitarra ritmica Ronnie Wood. Quattro stelle fisse splendenti in un film già classico, che essendo diretto da quel gambler di Scorsese, che gioca al regista «operistico», prevede ogni micromossa sul palco. Il filmone è in parte finanziato dal Clinton Fund, che fa opere di bene e controinformazione (su Aids, inquinamento, etc.) ed è presentato proprio dall'ex presidente-sassofonista con al fianco il probabile futuro candidato democratico alle presidenziali. Ma il movente segreto del film è che il rock più va verso Obama e l'african-american, più si rigenera.
Shine a light è un'opera giovane e entusiasta sui quattro eterni amici inglesi, oggi travestiti da rugosi stregoni hopi. Un omaggio da fan e coetaneo, dopo una trentina di lavori che si sono interrogati sulla musica radicale, alla scoperta delle sorgenti africane del jazz, come Feel Like Going Home, o Bob Dylan, No Direction Home). Certo è duro sopravvivere alle tonnellate di sostanze che quella generazione di anime belle fu costretta a ingerire per sopravvivere psicologicamente ai veri veleni del mondo (atomica, Vietnam, Nixon, Johnson, Reagan, i Bush, centroamerica, Iraq...) e alla fatica di offrire in dono totale, quasi ogni sera, da 50 anni, al pubblico cannibale questo rock, melodicamente più hard del Liverpool style, ma meno policentrico, anzi a «centralismo democratico». Così si si è molto alterata questa musica «postumo», in mutazione continua e impercettibile. E lo spettacolo non è più solo concentrato sul finish fisico e glamour del vocalist più transessuato e trascinante della storia. Mick e compagni disegnano sculture improprie spaziotemporali («cosa avresti fatto se non il musicista?» chiedono a Charlie Watts, tra i 20 materiali d'archivio utilizzati: «il designer»), dall'imitazione del «volo Nureyev» al «make-up cretese per gli occhi di Keith Richards, cui sono affidati due intensi e struggenti assolo da vocalist), fino alle mille smorfie espressive, dalla rabbia del kamikaze all'urlo della bimba dolce, che sono la specialità comunicativa, le «variazione Goldberg» della forma e della sostanza dell'espressione Jagger.
La rielaborazione dei successi più famosi si avvale poi, per rafforzarne la densità d'impatto, di una decina di musicisti di supporto (4 nella sezione fiati, 2 coristi, una di Brooklyn, uno di Queens, un tastierista, un basso...) e di 20 geniali direttori della fotografia, da Albert Maysles (Gimme shelter, 1970) a Ellen Kuras e Robert Ellswit (Il petroliere di P.T. Anderson). Certo questo è rock da camera, ormai, che non incendia più gli stadi e non richiede back stage, interviste, spezzare lance contro, filtri cromatici caleidoscopici, controluci e tutto il repertorio Mtv. Quasi galoppa a ritroso, invece, questo rock rotolante, verso le sue radici blues, l'essenzialità delle 12 corde, il «movimento da fermo» da mummia egizia, il gesto sacro del danzatore di flamenco: meno elettricità, più sciamanesimo lisergico, più Santo & Johnny e Shadows, perfino.
Il potere ha disinnescato in mezzo secolo la pericolosità sovversiva, virale e contagiante del rock? Sembrerebbe, ma fanno male oggi ad allertarsi solo i pompieri negli spazi rococò e neobabilonesi come questo tempio del liberty, il Beacon Theatre, Broadway, New York, 2800 posti, sede, nel 2006, della magica doppia performance dei Rolling Stones e dei loro ospiti d'onore: Christina Aguilera, platinata da Madonna, Buddy Guy che non fa rimpiangere Muddy Waters e Jack White dei White Stripes. Il rock non è morto è solo svenuto.

Roberto Silvestri

 
La Repubblica, 11 aprile 2008

"Shine a light", con Scorsese
i vecchi Stones brillano ancora

Autunno 2006. Al Beacon, vecchio teatro di Broadway, i Rolling Stones tengono un lungo concerto. Sono presenti Hillary e Bill Clinton e Martin Scorsese, con un'intera batteria di cineprese. Dietro ciascuna delle quali occhieggiano leggendari operatori e direttori della fotografia (a cominciare da Albert Maysles), pronti a riprendere l'evento dai punti di vista più inimmaginabili.

Né gli Stones sono nuovi al cinema, né Martin Scorsese lo è al "rockumentary", come questo Shine a light. Nel lontano 1970 la band fu protagonista del contestato Gimme Shelter, sul concerto californiano del '69; prima ancora lo era stata di Sympathy for the Devil, diretto da Jean-Luc Godard. Quanto a Scorsese, ci ha regalato L'ultimo valzer, una storia del blues, la bella biografia di Bob Dylan.

Dall'incontro tra il regista e i musicisti è nato questo sensazionale documentario, che ha aperto la recente edizione della Berlinale: più che un documentario, una full-immersion che catapulta lo spettatore in pieno concerto, rimandandolo di volta in volta tra il pubblico e sul palco, a condividere la diabolica, stupefacente energia di Mick e degli altri. Bellissimi anche i numeri degli "ospiti", tra i quali una sorprendente Aguilera.

Roberto Nepoti

 
Corriere della Sera, 11 aprile 2008

Lo stile di Scorsese (nonostante Jagger)

Anche se Mick Jagger sbadiglia, il film dell' amante del rock Martin Scorsese sui Rolling Stones è un' opera compatta e stilistica e che gronda stima e passione. La prima parte, felliniana, è quasi la citazione di una prova d' orchestra rock, ma poi nel concerto si esaltano gli evergreen (Jagger, Richards, Watts, Woods). L' occhio di Scorsese, che filtrò Bob Dylan «Last waltz» fa delle immagini un complemento dell' evento di New York con le storiche serate della bigger band. Col film concerto che farà impazzire i cultori dei Rolling e di Martin, il regista ripaga anche un debito moralmente in sospeso. Ha sempre detto che «Mean streets» nasceva dalla musica dei Rolling presente in tanto suo cinema e dalla scoperta del blues: mentalmente, dice, è come se il film l' avessi girato 40 anni fa. Ma arriva e incorona adesso Jagger e soci: come dice il titolo, punta su loro un fascio di luce. Per sociologia di domani. voto 7

Maurizio Porro

 
Il Tempo, 8 aprile 2008
La musica si piega al genio cinematografico

Due ore di grande cinema. Con l'occasione della musica.
Il cinema lo firma Martin Scorsese, la musica è eseguita e cantata, quasi sempre dal vivo, dal gruppo rock ormai leggenda, i Rolling Stones.
Scorsese, che non è nuovo a questi esperimenti (nel '78 con "L'ultimo valzer", ha ripreso il concerto d'addio di un celebre gruppo rock canadese, "The Band"), ha chiesto ai suoi protagonisti di esibirsi per lui (ma anche con il pubblico di fronte) in un piccolo teatro di New York, il Beacon, e li ha seguiti quasi faccia a faccia con ben sedici macchine da presa gestite da importanti direttori della fotografia, quasi tutti premi Oscar, per farci assistere, come se vi fossimo presenti, anzi più da vicino, all'esecuzione dei loro pezzi, solo con un breve antefatto, che illustra, presenti anche i coniugi Clinton, la preparazione del film, e qua e là con poche interviste in anni lontani e pagine sparse di repertorio. Non intendendo in nessun modo raccontare la storia, attraverso gli anni, dei Rolling Stones, ma privilegiando, al contrario, quel loro modo tutto personale ed elettrico di far musica anche oggi quando, tutti e quattro, sono ormai sessantenni e uno di loro con i capelli bianchi.
Il palcoscenico, la platea di fronte, scenografie suggestivamente illuminate di sfondo e loro al centro, soprattutto Mick Jagger, ma anche gli altri e gli ospiti che via via si aggiungono a loro, da Jack White a Christina Aguilera. Le varie macchine da presa li serrano da vicino (visibili le rughe, la frenesia, la fatica) e il montaggio alterna quasi con i loro stessi ritmi le immagini che li riguardano e che illustrano meglio, illuminano, il loro tanto celebrato repertorio.
Le voci, le facce, i gesti, gli "a solo" di chitarra, lo scambio di saluti fra di loro mentre si esibiscono e poi, nel suo insieme, quella costante, fedelissima ricerca del cinema per non tacere nulla di quella musica e di chi le esegue. Certo, Mick Jagger ha, ovviamente, la parte del leone, si agita, canta gridando, si muove (anche oggi) con slanci e una vitalità irresistibili, ma si guarda anche agli altri e a quelli che via via loro si accompagnano in scena. Piegando il cinema alla musica ma, nello stesso tempo - tanto Scorsese è geniale - quasi sublimandolo nella stessa musica. Senza soste, senza pause, perché i suoni trascinano le immagini e le immagini sanno sempre essere tutt'uno con i suoni
Effetto raro su uno schermo.

Gian Luigi Rondi

 

© Sipario 2011