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Sfida senza regole
di Jon Avnet
con Robert De Niro, Al Pacino
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Corriere della Sera, 3 ottobre
2008
De Niro e Pacino una storia insapore
Al Pacino, più metodico, e Robert De Niro, più sregolato, alla fine insieme nella classica strana coppia di poliziotti che combattono il peggio sociale della rotta Brooklyn-Queens, i serial killer, i pervertiti, i sadici. Tra ricordi di Siegel, Callaghan, di Taxi driver, di Seven e giustizieri notturni, con puntata finale alla roulette della coscienza freudiana, il film amorfo di Jon Avnet (non si crede sceneggiato dallo stesso Russell Gewirtz di Inside man!) è inesorabilmente insapore e sembra di averlo già visto molte volte. Fra ottimi comprimari, qualche battuta alla Woody Allen che ha sbagliato film, anche le due star sono gigione e manierate come avete sempre sospettato, ma bisogna giudicarli come un pezzo di recherche del cinema. E' uno di quei film in cui una volta si sarebbe avvertito di non rivelare l' ultimo quarto d' ora. Chi indovina al primo tempo, non è impossibile, soffre. voto 4,5
Maurizio Porro
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Il Tempo, 29 settembre
2008
Due mostri sacri sul ring. È l'impressione, decisamente favorevole, che ci fa questo thriller di Jon Avnet proponendoci in scena, sempre insieme dal principio alla fine, Robert De Niro e Al Pacino, intenti a confrontarsi (senza mai comunque voler dimostrare chi è il più bravo), pronti a dominare le loro mimiche e, nella versione originale, a chiedere alle loro voci tutte le inflessioni e le sfumature necessarie a dar colore ai caratteri, a spiegare (o a tacere) le intenzioni, spesso segretissime, dei propri personaggiLo schema, appunto, è quello arcinoto, del thriller. Due poliziotti, un assassino seriale, un'indagine che via via si complica perché, in quei delitti, sembrerebbe coinvolto qualcuno che fa parte di un corpo della polizia. Forse addirittura uno dei due.
Le circostanze in cui si imbatte, infatti, sono piuttosto strane. L'assassino colpisce sempre dei criminali che la giustizia ha assolto per insufficienza di prove, sui loro cadaveri, ogni volta, vengono trovati dei bigliettini in cui, con quattro versi in rima, si spiegano le ragioni in base alle quali questo o quel criminale è stato eliminato. Dunque un giustiziere, dunque uno che non è soddisfatto di come la giustizia ufficiale si comporta, ma che è esattamente informato delle responsabilità di quelli che cadono sotto i suoi colpi. Si cerca, si indaga, i due, che da anni lavorano insieme, non lasciano nulla di intentato, ma, curiosamente, la vicenda si apre con quella che sembrerebbe l'ammissione di un coinvolgimento di uno dei due...
Colpo di scena finale. È inatteso, così sorprende e naturalmente convince. Forse, per arrivarci, non convincono del tutto certi passaggi un po' ingarbugliati dal punto di vista narrativo ed anche qualche personaggio di contorno, sbozzato in fretta (la sceneggiatura è di Russel Gewirtz,autore, per Spike Lee di quella di "Inside Man") risulta un po' sfocato, né riesce a ravvivarlo la regia, spesso di maniera, di Jon Avnet, ma il film, tutto il film, sono loro due, De Niro e Pacino, con un impeto, una mobilità di espressioni, una sicurezza nei gesti da riportarci ai momenti migliori della loro felicissima carriera. Al Pacino vince con la vitalità quasi irresistibile della sua maschera, che non perde mai la misura nemmeno nei momenti più forti (e gridati), De Niro privilegia le sfumature, i toni raccolti, l'interiorità anche nelle azioni travolgenti. Due esempi di come, in un film, la recitazione può tutto.
Gian Luigi Rondi
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L'Unità, 26 settembre
2008
When we were kings
Sono come John Lennon e Paul McCartney se ancora il primo fosse vivo e stessero (artisticamente) insieme. E come in Amici miei, dopo trent'anni di frequentazione, conoscono tutto l'uno dell'altro, servendosi le battute giuste e porgendosi la spalla per fare colpo sulle ragazze. E infatti il detective Turk (De Niro) se la fa con una della scientifica che ha la metà dei suoi anni (aspettate di vedere Wolke Neun dalla Germania, su un triangolo sessuale ed esplicito tra tre anziani). Con il collega Rooster (Pacino) sono due colonne della polizia di New York e alla soglia dei settanta si divertono a calpestare i piedi ad una coppia di colleghi giovani e rampanti. C'è un caso da risolvere – un serial killer che lascia sul corpo delle vittime un biglietto con motivazioni "in rima" – e dei sospetti che si tratti di "righteous kills" (titolo orginale) ossia uccisioni di pregiudicati o gente losca che se avvengono involontariamente e per mano di un poliziotto in genere non sono punite. Il film inizia con la confessione di Turk. Secondo le regole di scrittura dei thriller, serve solo a portarvi fuori strada. Trucco così semplice e comunque sempre abusato.
Che guaio essere una leggenda vivente. Due poi… Al Pacino e Robert De Niro stanno nel pantheon dei mostri sacri italo-americani di Hollywood, con nume tutelare Marlon Brando e Coppola e Scorsese e De Palma a lanciarli in orbita. Hanno fatto passare 20 anni tra il primo "non incontro" sul set del Padrino II e le due scene insieme in Heat di Michael Mann. Poi altri 15 per girare questo film fianco a fianco, rivali quanto lo erano Beatles e Rolling Stones. Cioè quasi per nulla. Non spenderemo parole su Jon Avnet, onesto artigiano della regia con poco di pregevole. Colpa sua o di Russel Gewirtz, sceneggiatore col botto (ha esordito con Inside Man di Spike Lee), quando l'azione nel film cala verticalmente e diventa improbabile? Peccato, perché sul versante "divi al tramonto" Gewirtz riesce a infarcisce i duetti di ficcante ironia geriatrica ("Non riuscirai a tenerlo dritto nemmeno con due stampelle"). Quanto alla presenza fissa nel cast di almeno una star nera dell'hip hop (e questa regola vale anche per i singoli musicali), non ci abbiamo fatto ancora l'abitudine. Pare che serva per tirare il prodotto. Se poi Pacino/De Niro diventa persino un brand con formula da ripetere (nella conferenza stampa romana alludevano a possibili ritorni), bisognerà pur spiegare che ad abusare delle reunions si paga sempre.
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 26 settembre
2008
Non bastano De Niro e Pacino
Si rimpiange che interpreti di questo calibro abbiano deposto le ambizioni
Sfida senza regole di Jon Avnet I divi invecchiano, il carisma impallidisce e la chiamata commerciale è appena un bel ricordo. Né Robert De Niro (anni 65) né Al Pacino (anni 68) figurano ormai sulla lista dei 100 ultrafamosi «Moneymakers» della rivista Forbes. A suo tempo ciascuno per conto proprio bastava a sostenere un film; e infatti solo una volta erano apparsi insieme, in una breve scena di La sfida (1995) dove Bob era il bandito e Al lo sbirro. In Sfida senza regole, un titolo italiano inventato proprio per riecheggiare il successo del classico di Michael Mann, i veterani si sono messi in due; e si ritrovano entrambi dalla parte della legge. Amici per la pelle, sono detective della polizia di New York che al limite della pensione ricevono l' incarico di scoprire un serial killer. Sorpresa! Il film è appena iniziato che De Niro confessa in un video di aver ucciso 15 persone. E allora dove sta il mistero, dove sta la suspense? Per saperlo è d' uopo attraversare 90 minuti spesso uggiosi: troppi episodi, troppi morti ammazzati. Se torniamo al titolo originale, Righteous Kill (ovvero «Delitto giusto») una lampadina si accende. Quell' assassino, chiunque sia, ha l' uzzolo di fare giustizia; e ha anche l' abitudine di depositare accanto alle sue vittime dei congedi in versi, un' idea ispirata (per non dire copiata) dal romanzo Il poeta di Michael Connelly. Anche la frase di lancio è dirottante: «Molti rispettano il distintivo - tutti rispettano la pistola». A guardar bene, il motto c' entra poco: il motivo di fondo del film non riguarda l' uso o meno della violenza, ma l' amicizia fra uomini, il sentirsi in sintonia, il lavorare insieme per anni e in fin dei conti non conoscersi affatto. E trattato con maggiore delicatezza sarebbe un bellissimo tema. Purtroppo il regista Jon Avnet ha la testa altrove. Quello che lo appassiona è raccontare le cose in modo frenetico, secondo quel taglio di montaggio da spot televisivo che sta confondendo le esigenze e i tempi della pubblicità con quelli del cinema. A chi si è formato al gusto dei classici di John Ford, ma apprezza anche la svolta modernista alla Spielberg, il nevrotico stil nuovo non può piacere: è un ridurre tutto a tocchetti, a lampi, a botti. Qualcuno sostiene che, oltre a piacere ai giovani, il metodo rispecchia la frenesia della vita moderna. Sarà magari vero, ma non giova al racconto, disorienta e distrae. Tanto che mi piacerebbe sentire l' opinione di uno dei nostri grandi montatori sulla piega affannosa ed esteriorizzante che stanno prendendo parecchi colleghi americani. Tornando ai protagonisti (questo è un film dove gli altri non contano), se esercitano ancora un richiamo è sugli spettatori di una certa età. Probabilmente il popolo giovanile non sa neppure chi sono. Per non deporre le armi, attori come De Niro e Pacino accettano film tutt' altro che all' altezza delle loro cose migliori. Se la cavano indulgendo agli stereotipi, ai manierismi; e transitano da una situazione all' altra senza incidere affatto. Però sul finale noblesse oblige: i due vecchi leoni tirano fuori le unghie e a sorpresa riescono a trasmettere un inatteso brivido di verità. Insomma non si è divi per niente. E sono proprio gli ultimi dieci minuti che ci lasciano con il rimpianto che interpreti di questo calibro abbiano deposto le ambizioni e smorzato le pretese su sceneggiature e registi. Se avessero avuto il coraggio di programmarsi da artisti e non da mercenari, sarebbero ancora fra i grandi. Come ha fatto l' impeccabile Paul Newman dosando le apparizioni e alternando la recitazione con la regìa, il cinema con il teatro, bene attento a non lasciare di sé un' impressione poco felice e soprattutto a non deludere il pubblico.
Tullio Kezich
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Panorama, n. 40
2008
Giustizieri con poca classe
Non si va per il sottile qui, specie nel fraseggio, tradotto a colpi di «fottuto», «rimettiti le palle in tasca», «sfanculalo» (e chissà com'era nell'originale), citazioni a effetto tipo: «Alcuni rispettano il distintivo, ma tutti rispettano la pistola». L'atteso duetto De Niro–Al Pacino non è all'insegna della finezza, né per testo né per regia. Jon Avnet scolpisce la storia con l'accetta mentre la cinepresa sovraeccitata prende a schiaffi protagonisti e intreccio. Due poliziotti anziani battono da sempre la strada in coppia solidale, ma poi uno dei due (occhio al colpo di scena finale) decide di saltare la giustizia lenta e anziché indagare sui presunti colpevoli li ammazza. I mostri sacri Pacino e De Niro si muovono un po' troppo sfatti e distratti, ma non è colpa loro, visto che devono recitare battute improbabili in una storia di giustizieri della notte che dimentica di approfondire gli abissi dell'anima oltre alle parolacce. Così, pur ricordando con tanto affetto i fasti passati, ci si intristisce quando De Niro su di peso è costretto a rincorrere goffamente in tuta stinta qualche banalità di plot o, peggio, a fare l'assatanato con Carla Gugino, detective troppo perversa per un anziano in attesa di pensione. Risparmiandosi almeno il sesso, Pacino la sfanga con più onore.
Piera Detassis
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Il Mattino, 27 settembre
2008
Bob & Al, detective per caso
Ok, De Niro e Pacino non sono divi qualunque bensì le icone di molti dei migliori film della nostra vita. È notorio altresì che per ragioni ambientali e generazionali i due italo-newyorkesi (rispettivamente di 65 e 68 anni) si sono fatti a lungo un'aspra concorrenza. Non a caso in circa trent'anni di carriera si sono ritrovati nello stesso cast solo due volte: ma nel «Padrino parte II» non appaiono mai insieme e in «Heat, la sfida» lo fanno solo in due studiatissime sequenze. La premessa serve a giustificare le ottime intenzioni di «Sfida senza regole» («Righteous Kill»), che ha il merito di fare siglare finalmente l'armistizio accoppiando Bob e Al nei ruoli di detective veterani e in prossimità della pensione. Peccato, però, che lo sceneggiatore Russell Gewirtz e il regista Jon Avnet non siano stati in grado di meritarsi tanta grazia e ci propinino un film imbarazzante per convenzionalità e monotonia: dove, tra l'altro, sono proprio i big a dimostrarsi invecchiati, fuori forma e visibilmente svogliati nel dare vita a una frenetica e modaiola rilettura delle mitologie poliziesche di Little Italy. «Sfida senza regole» è insomma uno di quei film che, a dieci minuti dall'inizio, sembra già d'averlo visto: Turk e Rooster sono smaliziati detective del NYPD, il celeberrimo dipartimento di polizia newyorkese, decisi ad acciuffare a tutti i costi l'ennesimo giustiziere della notte che ama ornare i suoi cadaveri con appositi sonetti (spunto rubacchiato al best seller di Michael Connelly «Il poeta»). Tra omicidi e colpi di scena quasi sempre, ahimé, «telefonati», battute di dialogo improntate a un'ironia di seconda mano e sprazzi di lirismo velleitario (il valore dell'amicizia riscoperto in extremis), dovranno vincere un'ulteriore sfida «interna» con i giovani e ambiziosi sbirri Perez e Riley nonché superare gli ostacoli frapposti dal capo ansioso di chiudere il caso e dall'assatanata agente Corelli, che tanto per ingarbugliare le cose un po' va a letto con Turk e un po' con Perez. Non ci vuole molto a capire che il regista ricorre al montaggio in stile videoclip per riempire il vuoto di grinta e ispirazione e non per «comunicare il senso di un barbaro caos contemporaneo», come magari opinerà qualche inguaribile cinefilo. Di fatto il film è lento e faticoso, appena acceso dal finale crepuscolare in cui i mostri (poco) sacri danno segni di risveglio e mettono a segno qualche isolato colpo di recitazione.
Valerio Caprara
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Il Messaggero, 26 settembre
2008
De Niro e Pacino,
insieme perché?
Ci sono film fatti solo di cliché, o quasi, ma così eleganti e pieni di brio che ci sembra di vedere tutto per la prima volta (vedi Parigi, qui accanto). Poi ci sono film fatti solo di cliché, o quasi, in cui tutto è così insistito e male assortito che ci sembra di averli visti non cento ma mille volte.
Avrete capito che Sfida senza regole, in originale Righteous Kill, appartiene alla seconda categoria, nel sottogenere (di per sé nobile) del "film da vedere due volte" per capire come diavolo hanno fatto sceneggiatori e regista a farci cadere in trappola (ammesso che ci siate caduti). Altro non si può dire senza rovinare quel poco di sorpresa che il film diretto senza guizzi da Jon Avnet offre allo spettatore.
Ma è quasi superfluo aggiungere che visto il super-cast, unico valore aggiunto del prodotto, tutto ruota intorno all'idea del doppio e della duplicazione. De Niro e Pacino (alias Turk e Rooster) sono due vecchi sbirri di New York. In coppia da trent'anni, ormai tanto affiatati da capirsi con un cenno («Sono come Lennon e McCartney», dice un agente dopo averli messi sotto torchio), ne hanno viste di cotte e di crude, ma ci sono cose a cui non si sono mai abituati. Così un bel giorno, quando un maniaco che ha ucciso brutalmente la figlia bambina della sua convivente, la fa franca ed esce di galera grazie a un cavillo, i due detective falsificano le prove di un caso precedente e lo rispediscono al fresco per un reato che l'assassino non ha commesso. Quindi passano il resto della loro carriera a chiedersi: 1) se la faranno franca. 2) se hanno il diritto di proseguire su quella strada, commettendo reati in proprio per impedire delitti più gravi...
Non è un dilemma nuovo, né è nuova la catena di misteriosi omicidi che spazza via da New York una serie di tipi poco raccomandabili, preti pedofili, papponi su skateboard, eccetera, ritrovati morti con un bigliettino in rima baciata che ne canta le ingloriose gesta. C'entreranno mica le nostre due vecchie volpi? Chi ha voglia di dipanare la matassa si accomodi. Ma era da tanto che in un film di serie A, quantomeno per cast e produzione, non spirava un'aria così stracca e di routine, interpretazioni comprese. Pacino e De Niro hanno sbagliato tanti film negli ultimi anni. Sbagliarne uno assieme non gli era ancora capitato (l'unico precedente è Heat di Michael Mann, che però era memorabile). Si esce dal cinema con una sola domanda, martellante, in testa. Perché?
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 26 settembre
2008
Che noia questi divi
Il nuovo film di Pacino e De Niro si salva solo nel finale
Al Pacino, classe '40, una carriera nel cinema iniziata nel '68 e oltre quaranta film; Robert De Niro, classe '43, esordio anche lui nel '68, quasi ottanta titoli all'attivo. Prima di Sfida senza regole, i due più carismatici divi della loro generazione si erano trovati a lavorare nella stessa pellicola solo un paio di volte: in Il Padrino - Parte II in cui non si incrociano mai; e in Heat dove si fronteggiano per sei indimenticati minuti. Logico che ci fosse una certa attesa per un poliziesco che li vede insieme a impersonare - Al con il volto consumato, Robert con le borse agli occhi e il fisico inquartato - una coppia di pluridecorati detective newyorkesi presto pensionabili, resi tanto esperti quanto disincantati dai lunghi anni di servizio. Sono varianti di ruoli già felicemente rivestiti da entrambi in altre occasioni, ma con un copione (di Russell Gewirtz, lo sceneggiatore di Inside Man) imbastito di battute corrive e una regia senza smalto (di Jon Avnet), non c'è bravura di attore che tenga. E quel che è peggio, Pacino e De Niro ne sono perfettamente consapevoli: infatti recitano con l'aria di chi sta lì sullo schermo più per il vile denaro che per convinzione. Soprattutto De Niro, che da un bel po' accetta qualsiasi cosa gli capiti.
Sfida senza regole gira intorno all'indagine su un serial killer che ammazza esclusivamente criminali, lasciando come firma sui cadaveri bruttissimi versi a spiegazione del gesto. Siccome fin dall'inizio assistiamo a una confessione videoregistrata di De Niro, il dubbio verte non su «chi l'ha fatto», bensì su «come sono arrivati a incastrarlo?» e anche sull'eventuale choc di Pacino alla scoperta che il collega e amico è un assassino. Tuttavia l'investigazione scivola talmente piatta e i personaggi appaiono così ovvii che l'interesse si risveglia solo in chiusura: quando il film ribalta le carte con uno scatto narrativo a sorpresa, offrendo finalmente agli interpreti una scena degna del loro talento e delle aspettative di un pubblico che nonostante tutto li segue e ama. Nel rispetto del quale, sarebbe bello che i due carismatici divi si programmassero in futuro meno cinicamente.
Alessandra Levantesi
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Il Giornale, 26 settembre
2008
DeNiro e Pacino agenti da pensione
A giudicare da Sfida senza regole (in originale Righteous Kill, giusto omicidio) di Jon Avnet, i fratelli Coen hanno torto: il loro è un Paese per vecchi. O almeno lo è la città di New York, visto che tutto il film di Avnet, modesto mestierante, si regge sui poliziotti sull'orlo di una crisi di nervi di Robert DeNiro e Al Pacino (quasi 130 anni in due). Le loro dentiere campeggiano sullo schermo panoramico di questo verboso polpettone, che condensa Taxi Driver e Serpico, Il giustiziere della notte e Ispettore Callaghan, 15 minutes e Seven, Infernal Affairs e The Departed (suo rifacimento).
Per la partecipazione di entrambi gli attori, fra gli archetipi di Sfida senza regole si potrebbe evocare anche Heat, ma nel film di Michael Mann solo in una scena i due erano insieme, per giunta uniti affiancati dal montaggio, non dalla recitazione faccia a faccia.
L'intento perseguito dal film di Avnet è, oltre allo spremere limoni spremuti, è trarne il massimo d'ambiguità. Propone infatti il poliziotto giustiziere come implicito modello per i cinque sesti della storia, poi conclude sui nefasti effetti della sua azione, ma salva la figura del giustiziere come fosse un samurai! In tal senso erano di gran lunga superiori i romanzi poliziotteschi dell'ex poliziotto Joseph Wambaugh e i film - come I ragazzi del coro di Robert Aldrich - che ne sono stati tratti. Comunque, di Sfida senza regole i legalitari non potranno eccepire e i forcaioli usciranno contenti. Usciranno scontenti gli spettatori che non vedono un film poliziesco per tifare, né per vedere i segni del tempo sui volti dei divi di ieri.
Maurizio Cabona
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