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Sex
and the City
di
Michael Patrick King
con Sarah Jessica Parker, Kin Cattrall, Kristin Davis, Cynthia Nixon, Chris Noth,
Candice Bergen (Stati Uniti, 2008)
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Corriere della Sera, 6 giugno 2008
Le quarantenni versione un po' trash
Ormai 40enni, le quattro ragazze tutte shopping & gossip del telefilm nato dalla costola di una rubrica, sono diventate borghesi: vogliono sposarsi, sono gelose, guai alle corna. L' unica che si conserva spregiudicata è la sfacciata pierre che sta a Los Angeles con un giovane divetto biondo e per lui si prepara nuda, coperta solo dal sushi. L' edizione cinema di Michael Patrick King è lunga per differenziarsi dalla tv e certo vorrebbe somigliare al Cukor di Donne e al Gruppo della McCarthy, ma in versione un poco trash grazie a quella che se la fa nelle mutande e al focoso cagnolino che si soddisfa con cuscini pronti a tutto: l' unico soddisfatto nei sensi. Nonostante la molesta sociologia dell' «american dream» (sogno middle middle class modaiolo, pieno di sponsor) il film è spesso divertente, ben scritto e recitato, insomma professionale anche se sex and city sono lontani. voto 6,5
Maurizio Porro
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L'Unità, 30 maggio 2008
Sex, drink & pret-à-porter
Vedrete almeno cinque
puntate in una botta, tutte consecutivamente come fanno
i veri bulimici delle serie televisive scaricate da internet,
con Sex and the City, traslocato su grande schermo a dieci
anni dall'esordio sul canale americano HBO. Un fenomeno
in patria e in molte parti del mondo e una piccola nicchia
di aficionados anche in Italia, dove è passato
su La7 in seconda serata. E che adesso verrà riprogrammato
dalla prima puntata fino all'epilogo del 2004, strombazzato
sui media di mezzo mondo. Ma come, chiedevano a Michael
Patrick King, a capo dell'operazione, tutte queste ore
a teorizzare la libertà spirituale e sessuale delle
4 amiche single, sguinzagliate per New York solo su scarpe
Manolo Blahnik, intente a guadagnare tanto per svenarsi
con abiti griffati e rimorchiare ogni tipologia maschile
disponibile e poi Carrie (Sarah Jessica Parker, anche produttrice)
la scrittrice di successo dalla verve fragorosa e dalla
stile impeccabile si decide a sposare Big, il finanziere
con cui si era presa e lasciata cento volte? Pare di si.
Comunque il riassunto sta anche in capo al film, con la
voce narrante che riprende la fiaba dove l'avevate lasciata
e presenta Carrie, l'eccessiva Samantha (Kim Cattrall),
mangiatrice di uomini, quella dal temperamento aggressivo
e dominante, Charlotte (Kristin Davis), la gattina, delicata,
che ogni tanto rizza il pelo (la preferita in un sondaggio
recente), e Miranda (Cynthia Nixon), la più rigida,
l'avvocato di successo con un marito che pare un muratore.
Insomma la borghesia ricca newyorkese, con qualche parvenue,
con i suoi rituali (le aste, gli arredatori, gli appartamenti
nelle zone "emergenti", la settimana della moda
e i ristoranti alla moda) e un incredibile ottimismo. Il
film non aggiunge niente alla serie, semmai dilata le buone
battute nell'arco di 140 minuti per avere il tempo di piazzare
tuti, ma proprio tutti i marchi che bisogna spingere. È già partita
una campagna di merchandising che nemmeno Indiana Jones.
La città ha ancora il suo ruolo, calamita di belle
speranze e luogo dove i sogni si possono avverare. La Parker
ha avuto naso per l'intera operazione e si è costruita
addosso il ruolo della vita. Tanto che ormai l' osmosi
realtà/finzione è totale.
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Corriere della Sera, 30 maggio 2008
Carrie, Charlotte, Miranda e Samantha invecchiano (ma
senza spensieratezza non sembrano più loro)
Ci sono
almeno due cose da non fare andando a vedere Sex and the
City al cinema. La prima è quella di cercare
di contare i marchi, le etichette e i prodotti vari pubblicizzati
più o meno apertamente: dopo tre scene hai già perso
il conto, perché qui il merchandising va molto più veloce
della memoria e ti resta in mente solo l' ultima «citazione» (ammesso
che fosse davvero l' ultima): le scarpe da 525 dollari
e tacco 12 di Manolo Blahnik che serviranno all' ultimo
colpo di scena (ammesso anche qui che si possa considerare
davvero un colpo di scena). L' altra, forse più importante, è sottovalutare
la lunghezza inusitata del film: 2 ore e 25 minuti, un «veleno» per
gli esercenti (che possono fare uno spettacolo in meno
al giorno, e quindi incassano di meno) ma un «plus» -
immagino - per i produttori (New Line e Hbo), che hanno
pensato in questo modo di differenziare il film dalle serie
e soprattutto di offrire sul grande schermo quello che
sul piccolo non c' era. O c' era poco: una struttura narrativa «tradizionale» dove
avventure, chiacchiere e shopping lasciassero il campo
a un «approfondimento psicologico» delle quattro
amiche, tutte più o meno costrette a confrontarsi,
e a pagare le conseguenze, dei propri caratteri fondanti:
l' ottimistico entusiasmo di Carrie (Sarah Jessica Parker),
l' ingenua fiducia di Charlotte (Kristin Davis), la testarda
rigidità di Miranda (Cynthia Nixon) e il disinibito
edonismo di Samantha (Kim Cattrall). Con una conseguenza
non da poco: limitare, fin quasi a perdere del tutto, la
componente più caratteristica del telefilm, quella
leggerezza spensierata con cui le quattro amiche vivevano
e mettevano in comune avventure sessuali senza problemi
e senza rimorsi, una specie di ronde briosa e ininterrotta
dove «il sesso diventa un gioco e una macchina narrativa
comica» (Aldo Grasso). Quella «narrazione senza
intrigo né corpi, fatta di assenze e di vuoti come
l' idea del sesso delle quattro protagoniste» (ancora
Grasso) e che era alla base del successo dei 92 episodi
televisivi, divisi in sei stagioni, nel film non c' è più.
Resta un ricordo più o meno sbiadito, che affiora
ogni tanto a fatica (il mini-défilé anni
Ottanta di Carrie tra gli scatoloni del trasloco; i sogni
di Samantha sulle infaticabili prestazioni del vicino di
casa), ma non basta a soddisfare le fan della serie. Almeno
a vedere i voti degli utenti del più diffuso sito
di cinema del mondo, Imdb: 3,5 su un massimo di 10. Come
dire: largamente al di sotto della sufficienza. Che cosa
resta, allora, nel film? Le disavventure pre e post matrimoniali
delle quattro (ex) single più famose d' America.
Carrie vede arrivare finalmente il momento in cui non solo
andare a vivere con il suo amato Big (Chris Noth) ma anche
coronare tutto con un matrimonio comme il faut (vestito
bianco Vivienne Westwood, con piume «cerulee» in
testa); Miranda affronta con la sua solita intransigenza
la confessione di un occasionale tradimento del marito
(fatta poco dopo che lei ha concluso troppo sbrigativamente
un amplesso arrivato dopo sei mesi di astinenza); Charlotte
vede messo in discussione il suo proverbiale attivismo
salutista da una inaspettata gravidanza; e Samantha scopre
di non essere felice solo come agente del suo giovane compagno
Smith Jerrod (Jason Lewis), talmente preso dal lavoro da
perdersi il più «erotico» pranzo di
sushi immaginabile. Come dire: dopo la spensieratezza della
serie televisiva, arrivano i «problemi» del
cinema, secondo una logica produttiva che prende spunto
dagli episodi visti in tv («riassunti» durante
i titoli di testa del film) e che cerca di percorrere nuove
strade. Diciamo più «realistiche», perché la
chiave della sceneggiatura (firmata da Michael Patrick
King, qui anche regista e produttore. Proprio come nella
serie tivù) è quella di mettere a confronto
i caratteri fondanti delle quattro amiche con i problemi
del «reale». Ammesso e non concesso che la
vita di Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte sia reale
e non piuttosto la proiezione fantasmatica dei sogni di
rivincita della donna americana post Aids. Probabilmente
King, e i dirigenti dell' Hbo, hanno pensato che bisognasse
inventare qualche cosa di nuovo, far «evolvere» i
personaggi e strapparli dalla ripetitività seriale
del medium televisivo. Ma in questo modo hanno finito per
snaturare la vera essenza delle quattro amiche e della
serie (che era quella di saper superare ogni problema con
una bevuta intorno a un tavolo o con una novità nel
letto e nel guardaroba) e hanno tolto a Carrie e C. la
capacità di offrire una rivincita molto femminile
di fronte alle frustrazioni della vita. Forse questo cambiamento
starà bene alla sociologia, ma non ha quasi nulla
a che fare con il divertimento e la spensieratezza.
Paolo
Mereghetti
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Il Manifesto, 30 maggio 2008
Tornano le quattro amiche ma il desiderio è ormai
perduto
Variety pone un quesito nei confronti dell'uscita
planetaria di Sex and the City di Michael King: riuscirà il
pubblico femminile a cammellare al cinema anche quello
maschile? Le quattro protagoniste che hanno creato il caso
televisivo sono sempre loro: una in cerca di sesso (Samantha),
una in cerca d'amore (Carrie), una dedita al lavoro (Miranda),
l'altra serena in famiglia (Charlotte), tutte affascinate
dallo shopping e dalla moda, impegnate a chiacchierarsi
addosso e a fare gaffe dai risvolti comici, talvolta affettivamente
disastrosi.
Dall'epoca del serial però qualcosa è cambiato.
Le ragazze sono più grandicelle. Samantha ha puntato
su Los Angeles dove vive con un fustacchione, ma soffre
la monogamia, Carrie sembra avviata a buon fine matrimoniale
con Big, Charlotte ha adottato una bimba orientale e si
ritrova felicemente incinta, Miranda ha mollato il marito
perché in fondo non vedeva l'ora, prendendo l'occasione
di un'infedeltà occasionale. Così, come sempre,
si ritrovano e si puntellano tra loro. E le battute non
mancano, frizzanti, ammiccanti, caustiche, solo che i tempi
dilatati del film hanno portato anche a momenti più «realistici» di
depressioni e tristezze che nell'economia emozionale complessiva
del racconto sono devastanti perché irreali nel
contesto. La serie tv scorreva agile con la sua breve durata,
qui invece siamo alle quasi due ore e mezzo, troppo per
chi pensa che Manolo sia un torero, ma anche per le blahnik-dipendenti.
Un po' di freschezza è data dall'assistente di Carrie
che riesce a mettere ordine nella confusione mentale del
suo capo. Da noi erano i baci perugina a dispensare pillole
di saggezza affettiva sottoforma di bigliettini, laggiù sono
i biscotti cinesi della fortuna, solo che quelle frasettine
sembrano essere state scopiazzate e gonfiate con steroidi
e botox, così suonano esagerate. Ci sono gli oh
d'ammirazione per gli abiti da sposa che Carrie indossa
per un servizio su Vogue, con citazione obbligatoria della
griffe. Per dirla in lingua, c'è fashion, shopping,
penthouse, storage, drink, wedding planner, molto «love» e
solo qualche spruzzata di «sex» californiano,
spiato da Samantha e questo è curioso perché il
cinema avrebbe potuto consentire qualche trasgressione
in più rispetto alla sola scoperta di Dante (inteso
come il vicino latino) con tanto di oggetto del desiderio
in controluce. Così come the City, New York, sembra
servire solo come pretesto per l'affissione pubblicitaria,
il Messico per i luoghi comuni della dissenteria e dei
mariachi e Los Angeles come luogo dove si sta nella jacuzzi,
ma in riva al mare. Qualcuno ha scritto che il film sembra
essere il sogno di ogni ufficio marketing, tanto è funzionale
allo sfruttamento dei marchi, quel che si tratta di capire è se
tutto questo si trasformerà anche in sogno del pubblico,
compreso chi non coglierà mai la differenza tra
una borsa Chanel e una Vuitton.
Antonello Catacchio
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Il Mattino, 31 maggio 2008
A Manhattan con nostalgia
Innanzitutto si spera che il lettore (futuro) utente sia
più fortunato e non debba sorbirsi - come capitato
al sottoscritto - l'orrido balletto del microfono a vista
sulla testa dei protagonisti; ma i problemi di «Sex
and the City» non si limitano, purtroppo, ai mascherini
sbagliati usati da qualche proiezionista negligente. È decisiva,
per esempio, la forbice delle aspettative tra lo spettatore-fan
(che non si è perso una puntata delle sei stagioni
della serie televisiva) e quello ignavo, perché diverso
sarà l'impatto del film presso le due categorie.
Succede sempre così quando una serie tv tenta di
riciclarsi in versione cinematografica, ma nel caso di «Sex
and the City» il compito era reso ancora più gravoso
dall'intelligenza d'analisi, dal brio sarcastico e dalla
perfezione del congegno narrativo messi a punto dall'ideatore
Darren Star (a sua volta ispiratosi alla celebre rubrica
della giornalista trendy Candace Bushnell) nel suo girotondo
a quattro fra i dolci vizi di Manhattan. Il film, per non
sbagliare la partenza, prende le mosse dal finale dell'ultimo
episodio con le amatissime protagoniste più o meno
accasate: Carrie con l'eterno fidanzato di ritorno Mr.
Big, Miranda con il piagnucoloso Steve, Samantha esiliata
a Los Angeles in compagnia del giovane stallone di turno
e la single Charlotte allietata da un'adottata cinesina...
Sarà perché le brillanti attrici incardinate
nella parte esibiscono su viso e corpo i maligni segni
del tempo; sarà perché lo sceneggiatore e
regista Michael Patrick King ha inteso pararne l'effetto
spegnendo la loro migliore caratteristica, quella post-femminista
dell'aggressività insolente (solo Samantha sembra
ancora in sintonia con la propria provocatoria missione
edonistica); sarà perché il ritmo e lo stile
seriali - una rapsodia di strappi, ora dolci ora secchi,
che dilatano la battuta o la gag a «concezione del
mondo» e «specchio della società» -
proprio non si ritrovano nella peculiare «vastità» del
linguaggio filmico. Fatto sta che in due ore e venticinque
lo spirito originario si può riconoscere a stento,
confinato in uno scorcio romantico, in un momento intenso
(come quello del più triste ultimo dell'anno delle
ex leonesse newyorkesi) o nel riepilogo un po' stanco della
passione per la moda e lo shopping di lusso (alle scarpe
di Manolo Blahnik va aggiunto perlomeno un incredibile
vestito da sposa firmato Vivienne Westwood). Quella che
costituiva una delle chiavi tragicomiche del prototipo
si è trasformata, però, in una citazione
come un'altra del mito di Manhattan.
Valerio Caprara
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Il Messaggero, 30 maggio 2008
"Sex and the City",
cattive ragazze crescono
«AMARE significa non dover mai dire mi spiace" diceva
nel 1970 Ali MacGraw in Love Story. «L'amore è l'unica
griffe che non passerà mai di moda» sostiene
oggi Sarah Jessica Parker nell'atteso film dalla serie
tv Sex and the City. Due frasi simbolo del romanticismo
al cinema. Smielato per le giovani del passato, ironico
ma ancora attuale per le donne del presente.
Tornano Miranda (la tosta in carriera), Charlotte (la precisina
iperborghese), Samantha (la mangiauomini a tradimento)
e Carrie (giornalista, leader del gruppo e sintesi delle
tre amiche) a quattro anni dall'ultimo episodio della serie
tv diventata fenomeno di costume. Le quattro dell'ocra
selvaggia raggiungono i quaranta ma non la pace dei sensi:
Miranda molla il marito per via di una scappatella, Charlotte
non si rassegna all'idea di non avere bambini, Samantha è diventata
monogama a Los Angeles nonostante il vicino italiano tentatore
("Nel momenti in cui Samantha seppe che si chiamava
Dante, capì di essere finita all'inferno!")
e Carrie, udite-udite, prepara le nozze con l'imprendibile
Mr. Big, che non sa scrivere lettere d'amore come Napoleone
e Beethoven ma le compra un appartamento da sogno a Manhattan
con armadio labirintico.
Sex and the city di Michael Patrick King (sceneggiatore
e regista di molti dei 94 episodi delle sei stagioni) è un
prodotto ben cucito. Le quattro portano in viso i segni
del tempo (tranne Samantha che preferisce il botulino al
matrimonio perché: "Almeno il botox funziona
sempre"), sono più riflessive, fanno meno l'amore
(per Samantha è una missione tragicomica) e vivono
in pace con l'universo maschile.
La guerra dei sessi è finita. Ma la distensione
porta momenti di tensione. In 148 minuti di commedia romantica
vedremo doni generosi di Vivienne Westwood, servizi su
Vogue, la Settimana della moda turbata da animaliste decrepite,
signore degli anelli, Charlotte colpita da dissenteria
durante una vacanza messicana (la scena più comica),
Miranda disperatamente bisognosa di depilazione, Samantha
vestita solo di sushi per sorprendere l'innamorato e Carrie
che guarda in tv Judy Garland in Incontriamoci a St. Louis
sola soletta a capodanno.
Si piange e si ride, tra vita e Louis Vuitton, glamour
e amour fou, locali in e ristoranti rustici. Sotto il vestito,
gente di tutti i tipi. Ecco il vero segreto di serie e
film. La moda può passare di moda. L'umanità dei
personaggi no. A partire da Carrie, interpretata da una
meravigliosa Sarah Jessica Parker. Fragile, saggia e ancora
non illusa dalla disillusione.
Francesco Alò
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La Stampa, 30 maggio 2008
Che il glamour sia con voi
Tornano le ex ragazze ben note
ai telespettatori: prima erano protagoniste di una rubrica
quotidiana autobiografica e mondana di Candace Bushnell
pubblicata dal New York Observer; poi personaggi di un
best seller che raccoglieva quegli articoli, pubblicato
nel 1996; poi interpreti di una serie della Hbo, la televisione
a pagamento americana, nata nel 1998 e terminata nel 2004;
poi figure principali di una serie di Dvd e di repliche;
infine star di questo film su grande schermo.
Percorso esemplare. Il prolungato successo sarebbe dovuto
al fatto che si tratta di quattro amiche newyorkesi single
piuttosto belle, eleganti, mondane, con una passione per
abiti e oggetti firmati, indipendenti e benestanti, capaci
di scambiarsi confidenze sessuali numerose e ardite. Al
cinema non cambiano: tranne che per le chiacchiere collettive
che si trasformano in concreti episodi. Le storie riprendono
quattro anni dopo la fine della serie tv. Carrie sta per
sposare il suo uomo, perde la testa, mette in campo duecento
invitati per un gran matrimonio che spaventa lo sposo e
lo induce a ritirarsi: lei soffre molto, ma non finirà così.
Miranda riceve la confessione del marito (è andato
con un'altra, una sola volta) e lo caccia di casa, ma non
finirà così. Charlotte riesce finalmente
a rimanere incinta. Samantha non arriva a contentarsi di
un solo uomo.
Scene di sesso, voci stridule, vestiti tremendi: se Sex
and the City è piaciuto nel mondo per l'eleganza, è stato
un abbaglio. Sbronze in Messico, telefonini gettati in
mare per la rabbia, urla esultanti, un coro d'indignazione
perché a carnevale gli unici costumi disponibili
per le bambine sono da strega o da fata. Una sfilata di
moda raccapricciante alla quale assistono tutte e quattro,
unite e felici. Il film dinamico e brioso non somiglia
a Il diavolo veste Prada, ma ai fotoromanzi dei Cinquanta:
però, grande vantaggio, non è affatto moralistico.
Lietta Tornabuoni
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Il Tempo, 29 maggio 2008
Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker),
autrice di successo e icona della moda della porta accanto
che tutti amano, è tornata con la sua ironia, più tagliente
che mai, mentre continua a raccontare storie sul sesso,
l'amore e le donne single di New York ossessionate dalla
moda. "Sex and the City" ritrova Carrie, Samantha
(Kim Cattrall), Charlotte (Kristin Davis) e Miranda (Cynthia
Nixon), quattro anni dopo la conclusione della fortunata
serie della HBO, mentre le quattro amiche emancipate continuano
a barcamenarsi nel lavoro e nelle relazioni affrontando
la maternità, il matrimonio e il mercato immobiliare
di Manhattan.
Ma stavolta la favola è più edulcorata, anche
perché la tormentata Carrie è in pieni preparativi
nuziali con il suo Mr. Big. Mentre la dolce Charlotte,
sposata con Henry (Handler) diventa mamma di una bambina
adottiva, l'avvocatessa Miranda vive a Brooklyn con figlio
e marito che la tradisce (ma solo per una volta e con dolore);
e la sexy Samantha se la gode a Malibu con il muscoloso
attore Smith (Jason Lewis). Insomma, le quattro amiche
hanno messo la testa a posto, o quasi. Ma per Carrie i
tormenti non finiscono mai, nonostante sfoggi sempre centinaia
di capi firmati, compresi gli immancabili sandali di Manolo
Blahnik, le mitiche scarpe Jimmy Choo e il sontuoso abito
di Vivienne Westwood, con il quale la sfortunata Carrie
si consolerà dopo l'abbandono del suo promesso sposo,
Mr. Big, che non si presenta alla cerimonia. Ma le favole,
si sa, non possono fare a meno dell'happy end e l'amore
alla fine trionferà tra lusso, party e gioielli,
in una Manhattan surreale, dove s'intrecciano il gusto
fresco per il glamour e quello un po' noioso per la soap.
Il mito roseo di Cenerentola, la fiaba sul cui archetipo
ogni donna viene plasmata fin da bambina, sopravvive con
il suo strascico stucchevole. Mentre sfavillano gli abiti
favolosi che fanno gola a tutte le signore, in una scintillante
passerella che mostra come una vera lady dovrebbe vestirsi
e truccarsi nelle varie occasioni della giornata e della
vita. Soldi permettendo.
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