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Settimo Cielo - Wolke 9
Settimo Cielo - Wolke 9di Andreas Dresen
con Ursula Werner, Horst Westphal, Horst Rehberg
 
Il Mattino, 4 luglio 2009

Un triangolo d’amore per la terza età

«Settimo cielo», il film tedesco premiato a Cannes 2008, ha alimentato attese e curiosità semplicemente perché è una storia d'amore e di sesso della terza età. Il regista Andreas Dresen ha intuito le potenzialità narrative e la tensione interiore di una relazione molto fisica dei protagonisti di un audace adulterio. Inge è una sessantenne sposata da trenta e ancora innamorata di suo marito Werner, ma quando va a casa di Karl, dopo un gioco seduttivo di sguardi si ritrova subito a fare l'amore con lui. Tornata a casa piena di rimorsi, cerca di riprendere con disinvoltura la routine familiare, ma l'uomo la cerca e lei anche se dubbiosa sente che è preda di un'attrazione erotica che non poteva immaginare. Nonostante Karl abbia sedici anni più di lei, tra i due si accende un'incontrollabile miscela ormonale, una passione pura smarrita. Anche dopo il confronto drammatico con Werner al quale confessa il tradimento, Inge non può frenare la voglia di vivere questa inattesa seconda giovinezza sessuale. Alternando macchina fissa e a mano, Dresen adotta uno stile di realistico minimalismo con dialoghi essenziali e lunghi silenzi, osserva e ascolta amplessi e orgasmi di una coppia che in barba all'anagrafe fa sesso dove e quando vuole, filma scene erotiche esplicite senza falsi pudori, censure moralistiche o ambigue reticenze, mostra corpi nudi rugosi senza preoccuparsi di procurare eventuali disagi o imbarazzi, facendo lievitare in maniera naturalistica i sentimenti e la tenerezza di chi si sente ancora vivo.

Alberto Castellano

 
Corriere della Sera, 29 maggio 2009

Sesso, bugie (e terza età)

Vedere Settimo cielo di Andreas Dresen mi ha fatto venire l' idea di giocare uno scherzo a una mia illustre amica, una grande attrice che ha vissuto d' arte e d' amore come Floria Tosca. Sapendo che il suo cruccio è di essere stata ignorata dal cinema, le ho telefonato: «So che ti cercano come protagonista di un film...». Esplosione di gioia. «...Sì, ma dovrai essere nuda e fare all' amore con il collega X, nudo anche lui...». Risposta indignata: «Io nuda? Ma se non l' ho fatto quando ero giovane! E dovrei andare a letto con quel cagnaccio? Ma per chi mi hanno presa? L' amante di Matusalemme?». E giù una sequela di improperi, che sapevo di meritarmi. Ripeto, è stato uno scherzo. Ma anche un test. Perché nessuna delle attrici italiane in volgere di età accetterebbe una proposta simile. E neppure gli uomini. Al contrario in Germania, come ci accorgiamo dal film, tre grossi nomi sono scesi in campo senza batter ciglio: Ursula Werner, da vari decenni la star del teatro Maksim-Gorki di Berlino; Horst Westphal, che ha trionfato in Zio Vania, Il mercante di Venezia, Il misantropo; Horst Rehberg, appena un po' meno noto, ma non meno bravo. Sono Inge, rammendatrice, Werner (il marito) e Karl (l' amante), pensionati: quasi 250 anni in tre. Paghi di mettersi al servizio di un artista della regia, si sono tirati giù perfino le mutande e hanno diligentemente eseguito ciò che gli veniva chiesto. Un notevole esempio di professionalità, adeguato giovanilmente ai gusti del momento, nella consapevolezza che facendo un mestiere pubblico il corpo è solo uno strumento per rendere più credibile il personaggio e comunicare. Chi è troppo pudico, faccia un altro mestiere. Almeno al di là delle Alpi la pensano così; da noi il problema è aperto e molti ragionano come un secolo fa. Il triangolo amoroso si adegua allo schema di sempre: Inge casalinga inquieta, svolge il suo lavoro a domicilio accanto al marito Werner, bravissima persona. Ma sullo sfiorire dell' amore coniugale, l' anziana ragazza è attratta da Karl, ancora più datato di loro due. Fanno l' amore (a vista, naturalmente, gridolini e tutto), poi Inge commette l' errore irreparabile che molti fanno: confessare il peccato al coniuge. Ne consegue una catena di guai. Qual è il senso di tutto ciò? Che le passioni con l' età non si attenuano, ma a volte addirittura irrompono più violente e totalizzanti. Il che non è una scoperta, ma ci aiuta forse a capire l' ipotetica storia d' amore senile di cui sono pieni i giornali. Il valore di Settimo cielo risiede nello stile. Siamo in pieno clima post-Antonioni, maestro insuperato, magari filtrato attraverso l' esperienza di Patrice Chereau. Inquadrature scelte con estro pittorico e taglio di classe. Montaggio sapiente, che tende alla simultaneità e non concede indugi. Fotografia che pennella i grigi ambienti piccolo borghesi, l' onesto squallore delle vite in serra, quel tanto di asfittico che è temperato solo dal rombo dei treni in corsa sotto le finestre e dalle saltuarie apparizioni dei nipotini. La presenza fisica degli attori di cui s' è detto, la loro convinta partecipazione fa il resto. Trasmettono tristezza le visite al padre di Werner, malato e demente: «Se anch' io dovessi finire così...». Curiosi i quattro intermezzi della corale di cui fa parte Inge, l' ultimo dei quali (ironicamente?) è l' Inno alla gioia di Beethoven. Per tali vie il film arriva a essere pregnante come una poesia crepuscolare. Va al cuore delle cose. Va anche al nostro cuore, come hanno sostenuto i premiatori di Cannes? Sul punto, riconosciuti i valori insoliti dell' opera e la presenza di un vero autore, il dotatissimo Dresen, non parlerei di emozione profonda. Questa, a livelli raffinati, resta una realtà artificiosa, una vicenda di cui ammiri la fattura, ma dov' è difficile sottrarsi alla sensazione di una verifica sociologica geometricamente dimostrata.

Tullio Kezich

 
Il Messaggero, 29 maggio 2009

Che “scandalo”
l’amore a 70 anni

Avete detto gerontocrazia? Già, gerontocrazia. È una parola che in Italia usiamo spesso, con acidità malcelata. Guardateli un po’ questi vecchi. Hanno tutto: soldi, potere, rispetto. Ma ne siamo proprio sicuri? Le prime scene di Settimo cielo, grande successo anche di pubblico in Germania, dicono una cosa diversa. I “vecchi” avranno tutto ma gli manca qualcosa di fondamentale per esistere. La visibilità. Il diritto di essere guardati. L’attenzione.
Chi perde tempo a guardare i volti e i corpi dei vecchi, se non per lavoro? Nella cattolicissima (?) Italia non esser più giovani è una vergogna se non una colpa. Come in tutto l’Occidente. Ma per fortuna ogni tanto un piccolo grande film rimette le cose in sesto. Nato in Germania Est nel 1963, premiato nei festival di mezzo mondo, Andreas Dresen, ha il dono discreto ma decisivo di far suonare le cose giuste. E nello “scandaloso” Settimo cielo tutto è semplice, crudo, efficace, intonato. Il colpo di fulmine che butta uno nelle braccia dell’altra il 76enne Karl e la sua quasi coetanea che fa lavori di sartoria a domicilio, è improvviso e inspiegabile come tutti i colpi di fulmine. I gesti dell’amore, impudichi e precisi come sempre. Anche se le pance sono gonfie, i seni pendono, le rughe si vedono tutte, Karl e Inge celebrano il loro incontro con entusiasmo e stupore da giardino dell’Eden.
E così è tutto il resto perché l’impetuosa Inge è felicemente sposata da trent’anni con un coetaneo che ha cresciuto la sua figlia di primo letto. Ma si può rinunciare a una passione che probabilmente sarà l’ultima? Alternando con miracolosa semplicità dramma e umorismo, gravità e leggerezza, Dresen segue i suoi magnifici attori con un misto di trepidazione e complicità che trova sempre l’immagine o la parola giusta. Un albero svettante e certamente vecchissimo, una polemica sul tema se siano più belli i paesaggi visti dal treno o dalla bicicletta, una furiosa masturbazione nella vasca da bagno, un’ultima volta insieme a cantare con tutta la famiglia, ed eccoci dentro Inge, i suoi ardori, i suoi dilemmi. Mentre il coro di anziane signore con cui si esercita scandisce come in “soggettiva” (quanta malinconia in quell’Inno alla Gioia) l’evolvere inesorabile del racconto. È il tema più antico del mondo, eros o agapé, intimità o passione, il brivido dell’ignoto o il calore della cerchia familiare. Dev’essere per questo che con personaggi di questa età fa così male.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011