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Sette anime
di Gabriele Muccino
con Will Smith, Rosario Dawson, Barry Pepper (Stati Uniti, 2008)
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L'Unità, 9 gennaio 2009
Se lo star-system hollywoodiano è il moderno Olimpo, facile comprendere la pretesa di alcuni nomi celebri di presentarsi agli occhi degli spettatori come semi-dei, eccezionali ma con sembianze umane. Poteva far sorridere l’auto-santificazione di Will Smith in Io sono leggenda nei panni del gagliardo medico-guerrigliero-kamikaze che ridà speranza all’umanità usando le parole messianiche di Bob Marley. Già semi-dio nei panni di Mohammed Alì, l’agile attore è appassionato di uomini dal sacrificio estremo. In Seven Pound - Sette Anime, è un personaggio oscuro e incomprensibile, animato dall’impellente progetto che terminerà in modo spettacolare (che non vi sveliamo): aiutare sette persone meritevoli per pagare un pegno con la sua coscienza. Il plot è uscito dalla penna di Grant Nieporte, scrittore per la tv al primo tentativo per il cinema. Regista commissionato Gabriele Muccino, “l’americano”, che tra uno spot e qualche puntata di serial tv negli Usa ha girato due film, sempre con Smith: il riuscito La ricerca della felicità, pieno successo di pubblico e apprezzamenti della stampa.
E questo Sette anime, dramma a tratti debordante con storia d’amore, un melò con al centro un eroe solitario. Ben Thomas sbuca dal nulla (Smith cambia volto, lo stria di una sofferenza rappresa e sottopelle) e si presenta come un esattore delle tasse, che negli Usa è temuto, rispettato e ascoltato. Tutti gli aprono le porte. Uno per uno contatta gli ignari beneficiari, come un paladino del bene in giacca e cravatta. Il progetto vacilla e rallenta per colpa dell’amore (che vincit omnia) ma va a termine. E la storia con una cardiopatica bellissima, leggera, desiderabile (Rosario Dowson) - la parte forse più ispirata - serve a porre gli interrogativi più difficili del film, la materia incandescente che lo può far sembrare ridicolo, difficile, mal riuscito: può essere un gesto eticamente importante e riparatorio allo stesso tempo egoistico e impietoso? La solita frase che avrete sentito qualche volta nella vostra vita: e a me non pensi?
Accoglienza strombazzata e spernacchiata dai critici Usa – tranne importanti eccezioni - per un film ibrido con cui Muccino voleva (riuscendoci poco) coniugare spettacolarità e psicologismo. Ma come Hollywood insegna (e i bravi sceneggiatori sanno fare) la storia si svela pian piano, certo, ma senza lasciare allo scuro chi guarda per ¾ del tempo, impedendo l’immedesimazione nell’estremo sforzo di decifrare. Comunque il cinema è una cucina, e gli autori ci mettono gli ingredienti che credono, i palati differiscono, addio obiettività! Certo non è quel film da studios “coraggioso” come si tenta di veicolarlo, forse l’andamento anomalo può trarre in inganno ma non aspettatevi sperimentalismi. Resta il one man show del bravo Smith paladino del pubblico, una Rosario Dowson irresistibile e un Woody Harrelson cieco che vorremmo vedere più spesso. E poi la medusa, che un critico Usa ha definito “la migliore performer del film”. Pure in Io sono leggenda Smith era in coppia col pastore tedesco (e i maligni con facile ironia a dire che era più bravo di lui).
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 16 gennaio 2009
Muccino e Smith in cerca dell'infelicità
Confortati dagli incassi della ricerca della felicità, Muccino e Smith bissano la commedia drammatica Usa, ma stavolta trattasi della ricerca dell'infelicità. Sette anime sono sette vittime di destini malvagi che Smith insegue a nostra insaputa dall'inizio per rimuovere un crash, un maxi complesso di colpa. Ma c'è sempre un imprevisto, ed è l'amore che arriva con le fattezze di Rosario Dawson: una proposta che non si può rifiutare. In epoca di trapianti, questa seconda bizzarrìa da Hollywood di Muccino ricorda 21 grammi, con quel modo barocco e macchinoso di affrontare questioni semplici come il rimorso e la rimozione, partendo dal pianista cieco Woody Harrelson. L'apologo è lungo ma non spiega cosa gli stia a cuore se non l'ambizione di doppia partita amore-morte, temporale-spirituale.
VOTO: 6
Maurizio Porro
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Il Messaggero, 9 gennaio 2009
Tutti bravi, anzi bravissimi. E poi?
Gabriele Muccino prosegue nel suo brillante apprendistato "americano" con mimetismo stupefacente. Stavolta affronta una storia che non appartiene a un genere preciso, ma che tutti riconosceremmo a prima vista. È quel tipo di film in cui un personaggio segue scrupolosamente un piano tanto rigoroso quanto incomprensibile creando un imparabile effetto di suspance.
Perché il soave Ben (Will Smith) spia una serie di sconosciuti che nulla accomuna se non il loro estremo bisogno di cure mediche o attenzioni? Come mai, da agente del Fisco, concede sconti e dilazioni purché si dimostrino persone sagge e irreprensibili? Perché questo incrocio fra un dandy, un detective e un angelo custode, fruga nelle loro vite con accanimento da inquisitore talvolta entrandovi pericolosamente in prima persona, come accade con la bellissima cardiopatica Rosario Dawson?
Il gioco non è nuovo, ma Will Smith è il grande attore di sempre, anche quando usa corde così diverse dalle solite. Anzi, l'ambiguità è tale che ci chiediamo a lungo se quei modi cortesi e controllati nascondano un furfante o una specie di mistico moderno deciso a fare il bene secondo un suo inconfessabile piano. Mentre Muccino sfrutta a dovere tutti i possibili giochi di montaggio che dicono e non dicono, preparando la svolta finale senza scoprire troppo le carte.
Il problema di questo genere di film è che quando il disegno si completa raramente si sfugge a una certa delusione. Vuoi perché la trovata è meno originale e sferzante del previsto; vuoi perché, come in questo caso, a tanta abilità non corrisponde la profondità e la delicatezza che il tema richiedeva. Se poi pensiamo ai grandi già avventuratisi su terreni analoghi, dall'Almodovar di Tutto su mia madre, che sfiorava un tema qui più esplicito, al Kieslowski di Film blu, fino volendo al Frank Capra de La vita è meravigliosa, che con tutt'altri mezzi esplorava i mille legami invisibili di cui sono fatte le vite di ognuno di noi, i limiti di Sette anime, pur nella sua brillantezza, diventano vistosi. Perché alla fine è sempre questione di stile, e raccontare una storia così diversa nei modi più sperimentati e spettacolari del cinema Usa è un po' come suonare musica da camera con una orchestra sinfonica. Fuori luogo.
Fabio Ferzetti
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Avvenire, 9 gennaio 2009
Un melodramma tra paradossi folli e finali consolatori
Se il negativo della vita, quello vero, era tenuto alla larga in « La ricerca della felicità » , esso al contrario domina il secondo incontro Smith- Muccino, « Sette anime » . Qui il protagonista è scosso da una crisi che coinvolge addirittura un dato metafisico. Un uomo che ha prodotto morte come può rimediare? Alla domanda Muccino dà una risposta squisitamente laicista, la sola che forse un mondo laicizzato potrà intendere. Fa salvare al protagonista sette anime dando loro la possibilità di vivere una vita che dovrebbe finire fornendo parti del proprio corpo. Questo comporta la soluzione del suicidio, ossia una scelta che grida vendetta proprio al proclamato senso di colpa e che il protagonista urla alla voce del telefono amico – un cieco di forte sensibilità musicale – di accorrere perché un uomo sta per suicidarsi. Il senso di colpa spinge Ben ( interpretato da un Will Smith cupo) a donare i propri organi a persone innocenti, anzi alle più innocenti delle perone che sceglierà da una lista. Perché lo faccia lo si viene a sapere verso il finale. Un espediente narrativo centrale per la trama viene quindi posto quasi alla fine della storia che resterà almeno all'inizio misteriosa. Ben sceglie di opporsi a quello che egli chiama destino.
Ricerca persone in sofferenza, ne diventa amico. Ma una delle prescelte, Emily Rosa ( Rosaria Dawson), in attesa di un trapianto di cuore, si innamora di lui… E torna così, spietato, nel protagonista l'interrogativo sulla vita, su Dio e su una decisione che secondo un modo di pensare non cristiano Ben aveva preso. Ma il senso di colpa non si annulla in lui ( vedi la sequenza con cui il film inizia). La scelta di restituire la vita ai migliori fra i sofferenti proposta dall'ideologia del film farà molto discutere gli spettatori, e non obbligatoriamente i soli cattolici dato che dà una risposta folle a un problema che inquieta e spaventa pervenendo a un finale consolatorio.
Francesco Bolzoni
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Il Mattino, 10 gennaio 2009
Obiettivo redenzione
Imbarazzante. Perché di fronte a «Sette anime», che ricongiunge Gabriele Muccino con Will Smith (già protagonista di «La ricerca della felicità») la stroncatura non ci appaga, vorremmo capire come e perché tessere di per sé valide abbiano composto un puzzle così implausibile, sdolcinato e insulso. Fine dei titoli di testa. Un respiro affannoso e il bip dei tasti del telefono. Un uomo annuncia il proprio suicidio al servizio emergenze. Seconda sequenza. Le acque blu del mare solcate da un nuotatore in controluce, mentre la voce fuori campo dichiara gravemente: «In sette giorni Dio ha creato il mondo, in sette secondi io ho distrutto il mio». A un incipit così impegnativo segue il farraginoso viavai dei flashback che raccontano l'apologo del protagonista Ben, perseguitato dai sensi di colpa (per un terribile episodio che sarà il clou del finale, ma si capisce dall'inizio) e quindi determinato a correre in aiuto di sette estranei disastrati. Fino a quando, per sua fortuna/sfortuna, non s'innamora perdutamente di uno di essi, l'avvenente Emily in attesa di trapianto cardiaco... Dicevamo dei presupposti positivi: Muccino è in grado di elaborare ogni aspetto della messinscena, Will Smith è un virtuoso della recitazione e la partner Rosario Dawson possiede una presenza strepitosa, la tensione esistenzialistica poteva anche centrare l'obiettivo (come dimostra il successo di film come «21 grammi», «Babel» o «The Burning Plain») e il messaggio simbolico e lirico di redenzione mirava saggiamente a lenire le piaghe dell'aridità che ci circonda. In concreto, però, «Sette anime» riesce a trasmettere solo una serie di goffaggini ed errori: la sceneggiatura basata su un «mistero» scontatissimo, personaggi presi e lasciati o, peggio, ridicoli (il pianista cieco), musica e fotografia retoriche oltre ogni limite, sequenze scult a profusione (specie quando all'acme della tenerezza partecipa il gigantesco alano della donna). Il problema non sta nel melodramma, bensì nel fatto che i capidopera del genere hanno il coraggio d'essere estremi, la spudoratezza d'andare sino in fondo: in questo caso la freddezza, l'intellettualismo e la pretensione cercano di nobilitare l'alluvione di sentimentalismi, indirizzando tono e senso del film molto di più del carisma «divino» di Will Smith.
Valerio Caprara
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Il Giornale, 9 gennaio 2009
Un donatore d'organi tra amore e senso di colpa
La retorica rammenta che il trapianto d'organi salva delle vite, ma omette sempre che un'altra vita, meglio se giovane, deve concludersi ad hoc, e non per morte naturale. Scritto da Grant Nieporte, Sette anime (in originale Seven Pounds) di Gabriele Muccino cambia prospettiva: il film è dalla parte del donatore (Will Smith), anche se un donatore volontario, tanto da programmare e agevolare l'espianto con rara tenacia, spinto dal senso di colpa per aver causato, con una distrazione al volante, la morte di sette persone, moglie inclusa.
Con tanta disperazione, chi avrebbe tanta lucidità? Gli Stati Uniti hanno una cultura molto meno emotiva e molto più decisionista della nostra: Beppe Grillo, cui capitò un'analoga sventura, s'è sentito in colpa, ma ha scelto un modo meno cruento per lui di risarcire l'umanità. Eppure Muccino è tanto bravo da calibrare il personaggio di Smith perché non sia un mostro o un fanatico.
S'è parlato tanto della prima scena di sesso nella carriera di Will Smith: ma la sua con Rosario Dawson (che è una donna) è una scena d'amore. Nei film si vedono sempre dei letti, ma quasi mai ci entra chi ama il partner. In Sette anime si ha invece questa sensazione. Così il pochissimo che si vede qui coinvolge più del molto che si vede altrove. Come si distingue un amplesso per amore da uno qualsiasi? Dalla preparazione, dal fatto che lui, ingegnere laureato al Mit di Boston, ripari - prima - una macchina da stampa del 1956 solo per far contenta lei. Una sceneggiatura e una regia con accortezze sono insolite.
E proprio l'amore avrebbe potuto orientare il finale di Sette anime verso i confortanti lidi dell'abbandono dell'impegno drammatico preso all'inizio. Si ricordi Profumo di donna di Dino Risi, dove la determinazione dell'ufficiale di Vittorio Gassman scemava fra le braccia di Agostina Belli. Ebbene, quella di Will Smith barcolla soltanto e non perché la Dawson sia meno affascinante. Anzi.
Quanto al titolo originale, le sette libbre alludono forse al peso delle anime che gravano sulla coscienza di Will Smith; quanto ai comprimari, Woody Harrelson ha pochi frammenti di film per sé, che in pellicola non pesano forse nemmeno sette libbre: ma restano in mente.
Maurizio Cabona
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Il Tempo, 9 gennaio 2009
Se il primo film a Hollywood di Gabriele Muccino si intitolava «La ricerca della felicità», questo secondo, protagonista sempre Will Smith, potrebbe intitolarsi «La ricerca della tristezza».Tutto infatti è triste, cupo, infelice, non solo senza lieto fine (e a Hollywood...), ma senza nessuna letizia fra le pieghe di una vicenda che sembra dipanarsi solo all'insegna della malinconia. Una malinconia, però, e qui è il merito, costruita con straordinaria abilità quasi soltanto in cifre di mistero o, comunque, di temi sospesi, fra interrogativi da sciogliere, situazioni tenute a bella posta in continue zone d'ombra e destinate a chiarirsi solo all'ultimo. Si comincia con un giovanotto, Will Smith, appunto, che, presentandosi come un funzionario dell'Agenzia delle Entrate, contesta via via a varie persone il mancato pagamento delle imposte. Lo fa però senza acredine, anzi, con un certo distacco, finendo per tranquillizzare tutti quelli che son scritti in una sua lista, garantendo loro che le cose si aggiusteranno. Una di queste persone, però, è una ragazza (anche lei di colore come Will Smith) che risulta affetta da una cardiopatia che necessita addirittura un trapianto, non molto probabile perché il suo gruppo sanguigno è dei più rari. Nei suoi confronti il giovanotto si rivela presto meno distaccato di come si comportava con gli altri, che finiscono per risultare solo una sua occasione di far del bene a freddo. Addirittura se ne innamora, pur con quella spada di Damocle che grava sulla testa di lei e nonostante si finisca per intuire che anche lui, forse, è atteso in qualche modo dalla morte... Tutto dosato con finezza, affastellando, ma con molto ordine, i veri significati di quei gesti e scoprendone solo gradualmente i moventi reconditi. Fino quasi al «giallo», ma all'interno di una trama fitta non solo di sorprese ma di sentimenti. Evitando comunque il patetico, anche quando si calca con insistenza sul pedale della commozione, e con una regia, tecnica ma anche stilistica, che ci rivela Muccino sempre più padrone dei mezzi espressivi del cinema. Vincendo, con il loro impiego saliente, persino una pagina piuttosto incongrua di un suicidio con... medusa. Will Smith lo asseconda con partecipazione sempre maggiore. Se rimarrà a Hollywood finirà per diventare per lui quello che era Mastroianni per Fellini.
Gian Luigi Rondi
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