Parmadanza, Petit incorona Bolle
e la Scala
Serata d'eccezione al Regio di Parma. È il Corpo
di Ballo della Scala con i suoi prestigiosi ballerini e
due étoiles di lusso, Roberto Bolle e la russa e
talentuosa Polina Semionova, sbocciata al Bolscioi, che
chiude il Festival di danza. Si festeggia un mito della
danza moderna: Roland Petit, il più estroverso dei
coreografi del nostro tempo. Una carriera fatta di titoli
importanti, all'Italia e soprattutto alla Scala unito da
un lungo filo rosso. Lo si omaggia con un trittico che
anella fra loro tre storie di passione e di morte. Nate
tutte e tre dalla penna di tre grandi scrittori d'Oltralpe:
Mérimèe, Daudet e Cocteau. A settembre lo
spettacolo arriverà a Milano. Si apre con L'Arlesienne.
Musica di Bizet, storia di un giovane pronto alle nozze
ma stregato da una passione proibita al punto di impazzire
e uccidersi. Un balletto veloce, geometrico; attorno alla
coppia protagonista due gruppi di uomini e donne a dare
l'idea dell'assolata Provenza descritta da Daudet con l'immagine
in sipario del "Campo di grano" di Van Gogh.
Bolle ne è l'interprete straordinario. L'infelice
Vivette la fidanzata è la brava e graziosa Marta
Romagna. Il corpo di ballo accompagna con necessario slancio.
Ma è Bolle che cattura l'attenzione rivelando una
vera maturità espressiva. A regalare un Frèderi
carico di malinconia che superbamente danza perduto nel
suo sogno perduto. Per lui un'ovazione finale.
Al centro della serata Le jeune homme et la mort un lavoro
storico che si vede sempre con rinnovata emozione, anche
se il tempo ha lasciato qualche ruga su di esso. È il
balletto suggerito da Cocteau e che segnò (anno
1946) la folgorante carriera di Petit. Un Petit in vena
di espressionismo esistenzialista e che si snoda sulla
splendida, Passacaglia di Bach. Difficile da interpretare
e al quale con sforzo generoso si applicano il giovane
Mick Zeni e ancora l'altera Romagna.
Si chiude con Carmen, dei tre lavori il più famoso
e che non ha perso per nulla la sua forza anche se le scene
e i costumi di Clavè ci appaiono oggi un po' fanè.
Ancora la musica di Bizet. E ancora una storia tragica
d'amore che il coreografo affronta in maniera esplicita
e diretta. Con un'azione rapida che si snoda in cinque
esenziali quadri con uno stile omogeneo che trapassa senza
forzature dal realistico alla danse d'école, volutamente
scartate tutte le digressioni troppo pittoresche o spagnoleggianti.
Tutto a stringersi intorno alle due figure centrali, la
focosa gitana e l'aitante Don Josè, per dare il
massimo rilievo alla loro passione ma anche al loro amore
impossibile. E qui sulla scena è la filiforme Polina
Semionova, gambe d'acciaio e braccia liquide come onde,
che nel ruolo del titolo sfoggia qualità straordinaria.
Seduttiva, provocante quanto basta per essere una Carmen
capace di mettere alle corde un Don Josè che Bolle
(la sua prima volta) disegna con finezza e fierezza. Intenso,
virtuoso e drammatico. Per i due arrivano applausi infiniti.
Anche da parte di Zizi Jeanmaire, icona sempre venerata,
presente in sala a onorare il suo ineffabile marito.
Domenico Rigotti