Se non così!
di Luigi Pirandello
Commedia in tre atti
Corriere della Sera,
20 aprile 1915
Leonardo Arciani, letterato, ha sposato Livia, la figlia di un ricco
provinciale, Guglielmo Groa. I primi anni sono stati felici. Ma un
giorno Leonardo ha ricevuto una lettera fatale: era la lettera di
Elena Orgera sua cugina e anche sua ex-fidanzata. Elena gli comunicava
che era rimasta vedova, senza mezzi, e si raccomandava al suo parente
per un soccorso. Il soccorso fu dato. Fu l’inizio di rapporti
amichevoli, che dopo divennero amorosi e intimi. Tanto intimi che
un giorno i due cugini si sono trovati in tre: lui, lei e una bimba.
Livia è vissuta tranquilla senza sospettare nulla della tresca. E quando
l’ha scoperta era tardi. C’era già l’irreparabile, la
creatura innocente che creava per Leonardo delle tremende responsabilità,
e lo orientava verso la sua famiglia morganatica, tanto più che la sua
casa legittima non aveva strilli e risate di bimbi.
La moglie, la donna sterile e tradita, non ha protestato. S’è chiusa
nel suo orgoglio, ha soffocato gli spasimi del suo vano amore, ha spezzato ogni
rapporto col marito. Ha continuato a vivere con lui, nella stessa casa, così,
per la vetrina; ma tra le mura domestiche si aggirano muti accigliati due estranei.
Leonardo allora non ha più voluto far uso della dote della moglie. Ha
voluto lavorare per un profitto immediato e s’è dato al giornalismo.
Aveva pur bisogno di batter moneta in qualche modo per la sua amante, per la
sua figlioletta! Ma egli non sa guadagnare che pochi stentati danari: s’ingolfa
tristamente nei debiti. Elena e la piccola vivono nel grigio degli espedienti,
in quella irrequieta povertà che s’ arrabatta tra recriminazioni
di creditori, minacce di sfratto, e la desolazione d’una vita che non ha
più neanche la poesia d’un affetto sereno. L’amore per Elena è finito.
Resta in Leonardo solo una grande passione per la sua piccina.
A poco a poco ogni energia s’affloscia in lui. Egli non lotta più.
Egli capisce che la sua vita non può mutare. Sempre, sempre così,
tra due donne che tacciono cupamente, una perché egli le ha tolto l’amore,
l’altra perché egli non le dà un pane quieto. È l’esistenza
adorata della bambina che lo tiene fermo, rabbioso, sofferente e stanco, in questa
via senza uscita.
Il padre di Livia capita un giorno dalla lontana provincia. Apprende tutto quello
che ignorava, e, con la sua schietta e aspra iniziativa, rompe quell’amaro
equilibrio instabile e induce Leonardo a uscire dalla casa di sua moglie, per
unirsi definitivamente ad Elena.
La separazione sta per avvenire. Ma in Leonardo è rimasto – forse
c’è sempre stato – un senso d’amore per Livia. L’addio
comincia freddo, poi fa passare nelle gelide parole qualche brivido di commozione
che si vergogna e si irrita di sé. Livia comprende bene che Leonardo non
potrà edificare la sua casa, che dove ci sarà la sua bambina. E
allora offre, dolcemente, con una bontà piena di rassegnazione e di speranza,
di prendere con sé questa bambina. Anzi fa di più. Va lei da Elena,
e chiede la piccina. Le fa capire che in tal modo la piccola avrà gli
agi, avrà anche, un giorno, un nome, perché ella permetterà a
Leonardo di adottarla.
Elena scatta in nome di tutta la sua maternità ferita. Che conteranno
gli agi per la bambina se non potrà avere la sua mamma? La proposta le
sembra assurda e inumana. Sopraggiunge Leonardo. Vede le due donne una di fronte
all’altra. Non ha una parola di difesa per Elena. Anzi, quando Livia se
ne è andata, chiede spietatamente all’amante: “Vuoi darmi
la bambina?”
L’amante intanto è come ossessionata. Volge nella mente le poche
parole che Livia le ha detto: esse si affondano in lei, come punte crudeli. La
bambina potrebbe aver un nome? E ripete a sé stessa l’obbiezione
di prima: “Ma, e la sua mamma? Non avrà la sua mamma, povera piccina!” Ma
la piccina giuoca, cinguetta, ride. Che sa lei, che capisce lei di tanto dolore?
Dimenticherà presto. Così il pensiero di rinunziare alla piccola
lavora, lavora in Elena. Leonardo se ne avvede, chiede ancora per sé,
per sua moglie, la bambina. “Aspetta”, risponde Elena, stringendosi
alla figlia. “O subito, o non lo farai mai”, insiste Leonardo. E
già la madre, camminando come una sonnambula, va nella stanza vicina per
prendere il cappellino della sua figliuola. Ma Leonardo capisce che se Elena
tornerà, non avrà la forza di staccarsi dalla sua creatura. E allora,
senza aspettare, prende in braccio la bambina e se ne va.
Un episodio: non più che un episodio. E sarebbe bene che le commedie contenessero
di più che i particolari di un fatto, di una crisi di passione, di un
urto di sentimenti, di una forma qualunque di rivalità, di antagonismo.
Nella commedia del Pirandello si va verso uno strazio di madre, unicamente per
poter rappresentare questo strazio di madre. La commedia abolisce tutto quello
che non è l’angoscia materna di Elena. Sopprime anche la discussione,
il ragionamento. Ciò è un bene. Le discussioni a teatro non provano
niente. L’autore ha già stabilito quale delle due parti in causa
troverà la parola decisiva. Egli parteggia sempre per una di queste due
parti. L’altra è un simulacro. È la pecora nera della famiglia.
Ha la missione di aver torto, sin dalla nascita.
Ma, soppresso il ragionamento, bisogna dar tutto il suo posto o al sentimento
o all’analisi psicologica. Il Pirandello pare invece abbia cercato di tener
compressa la passione entro il cuore dei suoi personaggi. Essi s’aggirano
con parole scarse, entro i tre atti scarni della commedia. Accennano, non dicono.
Sono intimiditi l’uno dall’altro. I rapporti che legano gli uni agli
altri, sono rapporti molli, svogliati. Leonardo non ama più Elena, fa
capire che ama invece Livia, ma lo fa capire a cenni, senza mai interessarci
al suo amore, senza darcene un segno vivo. In lui non c’è mai il
dolore, c’è la scontentezza: il più grigio degli stati d’animo.
Ci passa davanti più volte, ma non rileviamo mai i suoi connotati psicologici. È un’ombra
tra due donne. La sua paternità è generica: un sentimento ammesso
a priori perché è un sentimento umano, elementare. Ma non si irradia
da lui; non ne sentiamo l’ardore.
Le due donne non sono più vive. Sono tutte e due mortificate, annullate
dalla vita. Livia sopporta con dolore il tradimento del marito. È già convinta
prima della commedia che non può far nulla per difendersi. “C’è una
figlia”, ci dice. Certo, questa è una formidabile ragione. Ma noi
vogliamo che questa ragione sia come una delle sette spade nel suo cuore, e lo
faccia sanguinare. Invece Livia ha solo qualche tenue lagrima. È buona
fino alla passività. Così ci stupisce un poco quando va da Elena
a chiederle la figlia. La forza che la spinge a quest’atto ardito e crudele,
cioè l’amore per suo marito, è sottintesa, non rappresentata.
Elena, dal canto suo, non è diversa dagli altri due. Tutti i personaggi,
in questa commedia, si assomigliano. Tutti, o prima o poi, hanno rinunciato o
rinunciano a qualche cosa: Leonardo a lottare, Livia, per molto tempo, ad avere
l’amore di suo marito; Elena, in fine della commedia, alla figliuola. Elena
rinuncia alla bimba per ragioni che hanno certo un gran peso. Ma queste ragioni
rodono il suo santo diritto materno troppo rapidamente e troppo in segreto. Non
le strappano che monosillabi, fuori da uno stato di semi-ipnotismo. E tuttavia,
fra i tre, ella è il personaggio più vivo. Ci sono, in lei, dei
brevi tratti pieni di significazione. Nella infinita semplicità della
sua struttura c’è un principio di bellezza. Ma indistinta.
Bisogna aggiungere che qualche cosa d’altro vulnera ancora più profondamente
questa commedia. Ed è che, in fondo, Leonardo, l’uomo, il generatore
di figli, così come ci è presentato, non ci sembra capace di comprendere
le responsabilità di padre sopra le quali tutto il dramma è imperniato.
Egli è inetto a provvedere a sé e agli altri. Se egli fosse in
caso di guadagnarsi un po’ più di denaro, la soluzione del dilemma
sarebbe forse diversa. A guardar bene, è la dote della moglie che risolve
tutto. Livia non parla mai né con lui né con Elena dei suoi diritti
di donna e di moglie. Parla degli agi che potrà dare alla bambina di suo
marito. Ebbene, quel suo marito manca di ogni dignità. Sacrifica Elena
perché non sa mantenerla. È vero che un giorno, lo promette Livia,
la piccola potrà avere un nome; ma siccome la legge non concede subito
l’adozione, questa prospettiva è ancora troppo lontana perché possa
operare come un motivo sufficiente e determinante nella terribile risoluzione
di Elena. Antipatico, nella sua mediocrità di irresoluto in principio,
di mantenuto più tardi, Leonardo persiste ad esserlo fino alla fine. Porta
via alla madre la bambina con una secca crudeltà che offende. In quel
momento egli è solamente logico, ma di una logica arida e repulsiva.
Ma non bisogna dimenticare che questa commedia è di Luigi Pirandello,
uno dei nostri scrittori più originali, uno dei più acuti
e vivi creatori di tipi. E per quanto sbagliata, grigia, ha infatti
più di un segno del nobile ingegno che l’ha creata. Ci
sono nel dialogo finezze, sobrietà, intenzioni interessantissime.
Ma non è facile rilevarle, perché a tutto il discorso
mancano il piglio, l’accento teatrale. Lo stesso dialogo, rialzato
un poco, tenendo conto del dislivello tra la platea e la ribalta, otterrebbe
certo degli ottimi effetti. Inoltre, la semplicità eccessiva
della commedia, che è, nel complesso, un difetto, diventa spesso
una qualità nel disegno dei personaggi. La scena della riconciliazione
fra Leonardo e Livia nel secondo atto è assai bella. È tenuta
tutta in una mezza tinta delicatissima. |