Bychkov scatena il «ruggito» della Filarmonica
Credevamo di conoscere bene le belve, specie quelle dal volto «umano», vivendo in questo mondo; e invece! «Theatrum Bestiarum», recente novità di Detlev Glanert, commissione dei Proms al debutto lunedì alla Scala, con la Filarmonica diretta da Semyon Bychkov, dei cari animaletti ci ha svelato alcuni lati curiosi e inauditi. Intanto: sono belve «in scena», dunque recitano, le infide. Non si limitano poi al gorgoglio del mostro, con l' ovvia tuba, o allo scatenarsi pachidermico delle percussioni, su ritmi selvaggi (per questo, bastavano «Ma mère l' Oye» o il «Sacre»). No: le bestiae di Glanert hanno un bel pelo maculato; e tra i righi d' una scrittura finissima, magnificata dalla purezza timbrica e dalla sensuale fusione della Filarmonica, si mimetizzano come tra il fogliame. Lo stesso «Theatrum», più che un bozzetto pittorico è una sinfonietta. Subdole belve: dopo il corrusco esordio, si inteneriscono, sognano forse, in un Adagio disteso e carezzevole; forse piangono, come l' Asterione di Borges, certo sanno stare composte a tavola. E nell' Allegro conclusivo sono ancora più ambigue, pestano i piedi e insieme sghignazzano, ruggiscono e fischiettano. Solo che, quanto a pesantezza, ingombra di più il finale della Sinfonia n. 8 di Dvorak (graziata solo dalla tersa maestria di Bychkov, specie nelle movenze limpide e fluviali del Trio). E quanto a irresistibile potenza dei ritmi, il Concerto per pianoforte n. 2 di Shostakovich, reso fulminante da Kirill Gerstein, supera in cardiopalma ogni più ungulato mostro della zoologia. Al confronto, insomma, le bestiae di Glanert sembrano cucciolotti: ma chi si fida? Caro lei, non ci sono più le belve di una volta.
Gian Mario Benzing