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Sei personaggi in cerca d'autore
di Luigi Pirandello
Corriere della Sera, 28 settembre 1921

Il significato apparente dell’interessantissima commedia di Luigi Pirandello è questo: la realtà si trasforma, anzi si deforma nella elaborazione artistica. Ma non bisogna lasciarsi ingannare da questa superficie liscia e semplice. C’è, nei tre atti che ieri sera furono applauditissimi, ben più ricca e più tragica sostanza. Prima di esaminarla conviene descrivere la forma.
Quando si alza il sipario siamo in un palcoscenico buio, all’ora della prova. I comici entrano alla spicciolata; il direttore e capocomico li raggiunge, e la prova comincia. Ed ecco, entrano sei figure tra reali e irreali, con i tratti del viso spasmodicamente tesi nello sforzo di trovare un’espressione. Sono: un uomo maturo, fulvo e stempiato, triste d’una tristezza quasi febbricitante; una donna pallida non più giovane, vestita a lutto; una ragazza, in lutto anch’essa, con un’impronta di sfrontatezza nella quale c’è, insieme, disprezzo di sé e disprezzo degli altri; un giovane grave e taciturno; un ragazzo pensoso e macilento, e una bimbetta di pochi anni. Questi intrusi dichiarano di essere personaggi, personaggi d’un dramma intuito, pensato, sbozzato, non ancora realizzato; e hanno, dentro di loro, la tormentosa forza del dramma che dovevano rappresentare, anzi esprimere; e anelano a viverlo, questo dramma, e a trovare in esso la loro entità, la loro determinatezza, forse la loro eternità. Cercano un autore che li tragga da quel limbo nebuloso nel quale tremulano. Ne conosce uno il capocomico? O egli stesso, ascoltandoli e guardandoli agire, vorrà costruire, alla meglio, un canovaccio di commedia, alla maniera dei comici dell’Arte? Supplicano, insistono. Grida della loro passione, frammenti della loro storia escono, ora dalla bocca d’uno di essi, ora dalla bocca dell’altro, confusamente; e la vicenda a poco a poco si schiarisce, si ordina come fatto, come successione di avvenimenti; non ancora come bellezza artistica. È tuttavia allo stato di rude verità e non ha raggiunto la verosimiglianza; è materia informe, stridente, oltraggiosa quasi, per la sua fatale brutalità.
Il dramma dei sei personaggi è il seguente: l’uomo maturo s’è accorto un giorno che sua moglie (la signora in lutto) era una piccola creatura troppo diversa da lui. Un figlio era nato dalla loro unione, ma quel figlio non bastava a costituire un legame d’anime, poiché non c’era concordia e uguaglianza d’intelletti tra quei due sposi. Avvenne che il marito comprese che un suo umile dipendente era innamorato di sua moglie; innocentemente innamorato, perché le assomigliava nella bontà semplice e nella nullità mentale; e la donna traeva dalla presenza di quell’essere umile una grande dolcezza e un candido appagamento. Allora il marito ha, si può dire, creato lui il peccato di quei due; ha voluto che si unissero, che se ne andassero insieme, che formassero una famiglia irregolare, ma quieta e docile e passivamente contenta. La donna è uscita di casa sua, lasciando il suo bambino; e dall’amante, incolore come lei, ha avuto tre figli: gli altri tre personaggi in cerca d’autore. Poi il padre insignificante di questi tre è morto; e lei, la povera donna vestita di nero, è tornata nella città dove viveva suo marito; desolata e povera vi è tornata, e la sua ragazza maggiore, tra la miseria e le tentazioni, è caduta, s’è venduta; e, un giorno, senza saperlo e senza che egli lo sapesse, è stata in procinto di vendersi al marito di sua madre. Ma costei è sopraggiunta in tempo, urlando di orrore; e quel gran male fu evitato. Anzi il marito, pieno di angoscia e di rimorso, ha accolto in casa sua la moglie e i tre figli di lei. Qui cominciò una vita di acerbe inquietudini. Il figlio legittimo di quel padre e di quella madre ha guardato con sordo rancore i tre intrusi e la donna che li accompagnava. Essa gli ha dato la vita, sì, ma egli lo sa appena, e tardi l’ha appreso, quando, dopo il lungo abbandono, il suo cuore non poteva essere che muto.
Vita d’inferno! Il padre sente ora che il peccato che stava per commettere, quel peccato che non era che un momento della sua vita, un fuggevole episodio, gli si è, agli occhi della sua bizzarra famiglia, come rappreso addosso; e la sua famiglia vede lui solo sotto l’aspetto di vecchiotto vizioso. Ingiustamente, ché egli è ben diverso; e se talora fu l’uomo con le brevi miserie della sua carne, tante altre forze e voci e voglie e aspirazioni fremono nel suo spirito e nel suo cervello. La madre di tutti i quattro figli non ha occhi che per il suo primo nato, per il nato in purità, e implora da lui, sdegnoso e appartato, la carità d’uno sguardo amoroso. La ragazza ha il sordo rancore d’essere entrata in quella casa per l’onta che sfiorò; e, per nascondere che si vergogna di sé, spregia ed accusa gli altri. Il ragazzo minore si sente solo, sopportato, trascurato, e si uccide, mentre la sua sorellina piccina annega nella vasca d’un giardino.
Questo sarebbe un dramma, il dramma. E i sei personaggi vogliono che si faccia, e vogliono che si faccia secondo la secca verità della loro natura; e lo vivono, sotto gli occhi del capo-comico e degli attori, frammentario, anti-artistico, tutto potenziale e non mai attuato. Quando poi gli attori provano le scene che essi hanno già detto, i sei personaggi non si riconoscono più, non ritrovano più il loro dramma; lo vedono generalizzato e falso: essi stessi si sentono disindividualizzati. Finché, a un tratto, alla fine, questo sforzo continuo per cercare l’equilibrio, per contemperare la verità con l’arte, è rotto da un soprassalto violento della realtà, dal colpo di pistola col quale il ragazzo si uccide, che non si sa più se sia la soluzione d’un dramma preparato o la improvvisa catastrofe di un dolore troppo vivo in quel momento. Così, tutto è distrutto, la creazione artistica è resa impossibile per sempre, e i sei personaggi sono relegati nel modo opaco degli esseri non nati e incapaci di nascere.
Ma, per le sottili e convulse ramificazioni di questa strana opera, si va sempre di più scoprendo che il problema che l’autore si è posto non è, come molti hanno creduto ieri sera, un problema teatrale, il piccolo problema e il piccolo naufragio dell’opera scenica, alla quale gli interpreti, naturalmente, sovrappongono sé stessi, il loro viso, la loro voce, il loro modo di intendere e di sentire, alterandola. No, bisogna andare più in giù, bisogna intendere con maggiore delicatezza questa rappresentazione ingegnosamente simbolica di una desolazione più grande: in quei sei personaggi oscillanti, vagolanti, imploranti, sempre invano e inadeguatamente cercanti di costruire e di far ricostruire sé stessi, c’è l’angoscia dell’artista che non appaga mai il suo sogno e non compie il suo assunto; c’è l’impotenza sua a raggiungere la pienezza della forma, non la forma bella e lucente, ma l’espressione, la potente, la purissima, la spirituale espressione, che prende tutta l’ideazione, e interamente la riveste, senza rinuncie, senza convenzioni, in una novità misteriosa, miracolosa e perfetta, che deve essere una vita maggiore della vita.
Stiamo attenti, e scopriremo ancora qualche cosa di meglio; andremo fuori dal ristretto territorio dell’arte, e scenderemo nella più dolorante e lacrimante umanità. Più vasto ancora è il dramma. Non all’artista solo manca il possesso dell’espressione; siamo tutti noi che non riusciamo mai a rappresentarci con precisione gli altri e a dare agli altri un giusto senso di noi. Noi ci riveliamo in un momento effimero, spesso falso, più spesso ancora eccezionale, dell’anima nostra e della nostra esistenza; e quella fugace apparenza, che è spesso in contraddizione con la nostra intima verità, diventa, per chi ci giudica, la nostra realtà definitiva. Nei rapporti più semplici, nella più stretta intimità, si genera ogni giorno la tragedia della reciproca incomprensione. Dentro di noi, misconosciuti sempre, c’è una voce, non udita, che supplica: “fratello, amante, moglie, prossimo, comprendimi! comprendimi!” E nessuno è compreso. Né per essere incompresi così occorre essere genii; basta essere vivi.
La conclusione della commedia del Pirandello, che fissa i termini di questa disperazione umana, è di un pessimismo assoluto. L’uomo, l’artista – nella fine della commedia, l’artista più dell’uomo – arrivano alla nera sicurezza che tutto è inutile: ogni sforzo, ogni volontà, ogni sogno, ogni travaglio. Noi si trapassa rapidi, umanità che balbetta, e si vorrebbe essere umanità che si libererà nella parola profonda e sicura. Tutto il teatro di Pirandello culmina in questa opera gelida e potente, torbida e luminosa, nella quale si raggruppano, in una negazione finale, tutte le negazioni ironiche e malinconiche, crudeli e pietose che egli è andato successivamente allineando davanti a noi.

Poche riserve mi sento di fare: la prima è che il dramma dei sei personaggi tende spesso, anche quando non vorrebbe, a diventare acremente intellettuale, mentre avrebbe avuto più ampie risonanze se fosse disceso più risolutamente nel buio della passione; l’altro che c’è spesso una sottigliezza di dicitura ed una contorsione di movimenti logici, per i quali l’aroma amaro del dramma si volatizza e si sparpaglia. Nel terzo atto, poi, qualche cosa c’è di monco, e, più che un progresso di casi, c’è differenziazione di idee per via di sfumature, e una certa mancanza di chiarezza anche formale. Ma ci troviamo di fronte ad un’opera che ha il respiro delle belle, difficili e ardimentose altezze.
   
© Sipario 2011