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Schweyk nella seconda guerra mondiale
di Bertolt Brecht
al Piccolo Teatro
regia Giorgio Strehler
scene e costumi Luciano Damiani
con Tino Buazzelli, Franco Sportelli, Edmonda Aldini, Tarascio, De Toma, Moschin, Mauri, Bonati, Ridomi, Bartolucci, Gemmo, Polacco, Alzelmo, Tassoni, Fanfani, Varisco, Marano, Montini, Biribò, Zanoli
canzoni di Hans Eisler
Corriere Lombardo, 26 gennaio 1961

Non mi sentirei di porre Schweyk nella seconda guerra mondiale fra le opere più significative e meglio meditate di Brecht. Ma se fossi richiesto di indicare quella che è la più agile, semplice, svelta, accessibile, immediata e soprattutto divertente non ci penserei su un momento a fare il nome di questo copione. Ecco un caso esemplare in cui il riso assolve pienamente la sua funzione liberatrice – diciamo catartica trattandosi del Piccolo Teatro, noblesse oblige – di fronte a un’indignazione morale. Il che non è poco parlando di un tedesco, anche se è un tedesco progressista. Per nove persone che uscivano da teatro con gli occhi allegri e la faccia distesa, ieri sera ce n’era una accigliata che borbottava delusa. Non manca mai qualcuno pronto a confondere la noia con la profondità. Quante volte non abbiamo sentito un equivoco snobismo deplorare la “facilità” di Molière, di Goldoni e perfino di Shakespeare! Chi fu a dire che una certa dose di banalità e di volgarità fa parte del genio? Sono le componenti della sua universalità e della sua popolarità – il Verdi del Trovatore, esempio, non è certo minore del Verdi del Falstaff - . Certo si è che nel copione in questione, rappresentato nel ’57 dopo la morte del poeta, cessano se non di aver senso, di avere il peso preponderante che hanno nella rimanente sua opera, quelle sospette sofisticazioni intellettualistiche che sembrano condizionare imprescindibilmente ogni discorso critico su Brecht. In primo luogo le opinabili pregiudiziali ideologiche e le discutibili sovrastrutture di una poetica; e in modo particolare il suo apocalittico e messianico pessimismo. Le prime si semplificano, e si universalizzano, qui, in un generico umanitarismo che corre parallelo come una rotaia lungo il motivo pacifista implicito nella sardonica irrisione del nazismo – efficace quanto e più forse di una requisitoria morale. Viene alla mente, in qalche punto, Il Dittatore di Chaplin, e le seconde si svincolano dalle preoccupazioni di quella famosa “epicità” didascalica alla quale, a vero dire, hanno dato più importanza i soliti zelanti chierici di turno che non l’autore stesso, per seguire gli estri, i capricci, i dispetti di una inventiva farsesca schiettamente plebea, niente affatto disposta a rinunciare né al lazzo, né alla volgarità, né alla pedata sollecitati da una grossa popolaresca villania, la qual, forte oltretutto del senno di poi, ha sempre ragione a priori. Lo ha compreso benissimo Giorgio Strehler che s’è guardato bene dall’attenuarli o dallo stilizzarli. Ed altrettanto bene lo hanno compreso, prima di lui, i due traduttori Ettore Gaipa e Gigi Lunari alla ricerca di un personaggio naturale e discorsivo, insaporito da pertinenti e pittoresche espressioni di gergo.
Scadimento di tono, oscillazioni di stile? Non direi. Il merito precipuo dell’opera è anzi quello di una progressiva elevazione, un procedere ascensionale che, dalle note realistiche e perfino petulanti di una caricaturale comicità, ascende ad una sorta di sarcastica rapsodia tragicomica, senza tradire mai la costante tonale della grottesca parodia. (Se di intento didascalico si vuol parlare è unicamente in tale direzione che va individuato). Quanto di pessimismo esso manifesta ed esalta, fino ad espimere un vero e proprio messaggio ottimistico, quella fiducia nell’uomo collettivo, colto al livello dei sentimenti più semplici e dei bisogni più elementari, generalmente soltanto implicita nel consueto giudizio negativo di una opprimente struttura sociale. Qualcosa che a un orecchio distratto potrebbe suonare come un’inesplicabile eresia qualunquistica e che, in effetti, è, diciamo, una sorta di socialismo puro, una volta tanto privo – o quasi – di etichette dottrinarie.
Il protagonista, Schweyk, una specie di Sancho Panza; così diverso e così simile, per i casi che lo toccano, al Candido di Voltaire, prima di apparire nella commedia di Brecht, era già un personaggio celebre anzi proverbiale nei paesi di lingua tedesca e slava per aver figurato al centro di un fortunatissimo romanzo satirico: Le avventure del buon soldato Schweyk del cecoslovacco Jaroslav Hosck (1883-1923) uno stravagante che ne fece di tutti i colori e nel quale si riconosce il prototipo del dadaismo ceco. Un dadaismo soprattutto privatamente autobiografico, direi. Da anarchico si fece bolscevico, da suddito di Cecco Beppe divenne cittadino sovietico; soldato dell’esercito austroungarico, disertò in Russia e si arruolò nell’Armata rossa, non contento tornò indietro, a Praga, con una donna che presentava come principessa russa, perseguitata dai comunisti. E se l’alcol non avesse messo fine alla catena delle stramberie depositandolo sotto terra, chissà cos’altro avrebbe fatto vedere ai suoi contemporanei degli assurdi anni venti.
È proprio il termine assurdo che ci dà la chiave del suo eroe, un essere elementare, povero di mente, che, adattandosi, con supina e rigorosa coerenza alle coercizioni, alle costrizioni, alle contraddizioni di un ordine sociale preso alla lettera, ne svela, solo per questo, tutta la assurdità e sfugge paradossalmente, di conseguenza, a un ingranaggio per il quale rimarrà, sempre e in ogni occasione, inafferrabile: l’obbedienza idiota come forma di resistenza inconsapevole, involontaria e vittoriosa.
A farne le spese nel romanzo, che ebbe anche una rielaborazione scenica, curata, se non erro, da Piscator, era il decrepito impero austro-ungarico; nella commedia di Brecht è il terzo Reich nazista. Lo vediamo, questo invincibile antieroe, alle prese con le S.S., dire e fare le cose più enormi, profondersi nello zelo più sperticato con una logica lapalissiana che lo salva sempre dopo averlo immancabilmente portato a tiro del plotone di esecuzione; ai lavori forzati, nell’esercito hitleriano, impassibile, euforico, fiducioso, invincibile: un monumento di impermeabilità, il prototipo della vitalità primordiale; sublime ed affascinante come il mistero della stupidità. Esce dalla terribile macchina tale e quale vi è entrato.
Inevitabilmente, lui e i personaggi che lo circondano – a non parlare delle figurazioni mostruosamente emblematiche di Hitler e dei suoi accoliti – tendono ad assumere i contorni del simbolo – cos’è il sardonico livore onde viene prospettato il disumano mascherone di quel sacrilego, terribile e meschino cappellano delle S.S.! – senza però mai perdere di realistica corposità capace di indulgere anche a cedimenti patetici più o meno originali e pregevoli come – ed è il più notevole – quello del poveruomo eternamente affamato, terrorizzato dalla paura di cedere alla tentazione di arruolarsi nell’esercito germanico per avere una razione sufficiente a soddisfare una perpetua fame.

L’ammirevole disegno di una regia tutta incondizionatamente lodevole per il controllatissimo equilibrio fra la agilità, la freschezza e l’immediatezza del gioco comico, con la meditata serietà dei profondi significati ed ammonimenti che esso racchiude, incontra il suo momento magico nel quadro del carro armato tedesco avanzante nella bufera di neve, carico di soldati che crollano di schianto: una scena goyesca. Fra i collaboratori principali dell’applauditissimo spettacolo: lo scenografo e costumista Luciano Damiani insolitamente sobrio e gli interpreti: Franco Sportelli di una commovente verità, Edmonda Aldini che recita con semplicità e canta con bravura le popolari e orecchiabili canzoni di Hans Eisler, il Tarascio e il De Toma libellisticamente caricaturali; il Moschin, il Mauri, la Bonati, la Ridomi, la Bartolucci, la Gemmo, il Polacco, l’Alzelmo, il Tassoni, il Fanfani, il Varisco, il Marano, il Montini, il Biribò, la Zanoli e tutti gli altri; con, alla testa, l’insuperabile Tino Buazzelli che aveva sulle spalle si può dire tutta la responsabilità dello spettacolo e l’assolse con un’arte finissima ed esilarante trovando modo di fondere e conciliare l’immobilità interiore di una disarmante frenastenia con l’istintiva vivacità d’un’enigmatica saggezza, senza trascurare né il buon cuore né l’allegria. Che simpatia. E che successo.
   
© Sipario 2011