Scampolo
di Dario Niccodemi
Commedia in tre atti
Corriere della Sera,
4 dicembre 1915
Scampolo è il nomignolo che hanno dato a una ragazzetta nata
e cresciuta sulla strada. Essa è sola, scontrosa, selvaggia,
armata della logica tagliente e terribile degli esseri primitivi,
nei quali il ragionamento non è un’agile costruzione
mentale, ma quasi l’improvviso chiarirsi d’una sensazione
fisica. Scampolo ha della vita e del mondo alcune idee un po’ confuse;
ma la sua piccola anima osserva la realtà attraverso due occhi
curiosi e difficili. Essa giunge alla soglia della commedia un po’ come
l’ingenuo di Voltaire giunge dai boschi d’America,
e un po’ come Gavroche. Come l’ingenuo, misura
gli altri personaggi con i criteri di un figlio intatto della natura;
come Gavroche, dice sul muso a tutti le sue impressioni schiette
e impertinenti. Capita in un appartamentino male olente di un alberghetto
mal famato, a portare la biancheria a Tito Sacchi, un ingegnere pieno
di progetti, che, nell’attesa che essi si realizzino, occupa
le ore della sua povertà leticando con l’amante, una
stella caduta di caffè concerto. Scampolo non vuol lasciare
la biancheria stirata, se l’ingegnere non paga il piccolo conto.
L’ingegnere non ha un soldo, e prega la ragazzina di portare
a un suo amico una lettera, con la quale chiede un prestito di cinquanta
franchi. E mentre prepara la lettera, parla con Scampolo, e la fa
parlare. Ella lo sorprende con le sue risposte un po’ selvaggie,
un po’ puerili, un po’ sconcertanti, piene dell’aroma
acre della strada. Egli, dal canto suo, con la bontà delle
sue parole, con un certo tono paterno, desta una pronta simpatia
di cagnolino sperduto in Scampolo.
Ma il cagnolino ringhia invece contro Franca, l’amante di Tito, che la
tratta con l’asprezza del suo temperamento bisbetico e del suo malumore.
Che cosa avviene in Scampolo si capisce più tardi. Ella ha una idea molto
elementare delle classi sociali: ci sono i signori, e Tito per lei è un
signore; ci sono gli straccioni, ed ella è una stracciona. Ma se la sua
logica le fa parer naturale che un povero sia senza un becco d’un quattrino,
le sembra, invece, strano, sorprendente, forse ingiusto, che un signore sia senza
un soldo. Intuisce il sordo tormento della miseria vergognosa, ella che è avvezza
alla povertà franca, che non arrossisce dei cenci nei quali è stata
sempre fasciata, e del gesto che chiede l’elemosina.
Non protetta mai da nessuno, prova – povero cosino abbandonato – il
desiderio di proteggere. Scopre che ci deve essere un piacere grande nel dare,
ella che ha sempre ricevuto. Ed ecco quel che fa: non avendo trovato in casa
l’amico di Tito, vende un oggetto d’argento che raccolse un giorno
in istrada, e che restò suo, dopo un anno, perché nessuno lo reclamò,
e finge d’aver trovato l’amico, di aver avuti da lui i cinquanta
franchi per Tito. E invece è il prezzo della sua unica proprietà,
che ella dona, con il pudore scontroso della sua offerta.
Il piccolo trucco gentile è scoperto. Tito si commuove, e raccoglie in
casa Scampolo a far da camerieretta, da galoppino. I suoi progetti, in quel torno,
accennano a divenir realtà. Una ferrovia libica, che egli ha ideata, sta
per essere approvata dal Ministero. Egli ha dunque un appartamentino, uno studio.
Così Scampolo è quasi tolta alla strada, è introdotta nel
consorzio della gente per bene. Vero è che la gente per bene non le piace.
Non le piace Franca, e quella, a dire il vero, è un campione della gente
per male; ma non le piace neppure Giulio Bernini, l’amico di Tito, che
vorrebbe infangare la sua innocenza giovanile; né la moglie di lui, che
ella coglie mentre si fa baciare da Tito. Non le piace la morale degli uomini
che hanno una casa. Il suo malcontento non è però tutto disinteressato.
Un fatto nuovo è avvenuto per Scampolo. La sua pura adorazione per Tito
non è più il sentimento stupefatto e rispettoso che un bambino
nutre per uno più grande di lui; è una oscura tormentosa tenerezza,
che s’arma inconsciamente di punte gelose. Un sentimento simile nasce in
Tito senza che egli se ne avvenga. La coscienza si fa in lui, prima che in Scampolo.
Si fa quando ha l’incarico della famosa ferrovia, e pieno di entusiasmo
s’accinge a partire dopo d’essersi finalmente liberato della sua
arida amante attaccabrighe. Egli vede il dolore di Scampolo, scopre che in segreto
la piccola selvaggia si fa insegnare a leggere da un vecchio maestro, per poter
sillabare le lettere che egli le scriverà, e allora una dolcezza grande
l’invade, una promessa nasce sulle sue labbra che cercano le labbra di
Scampolo, che resta sola a pensare, a sognare, a piangere un piccolo pianto di
bimba, sulle carte geografiche che rappresentano la Libia lontana.
La commedia all’aprirsi ci dà una cara impressione di freschezza,
che dura tutto il primo atto. Questa freschezza non la troveremo più negli
atti successivi; vi troveremo invece l’abilità e il grande ingegno
del Niccodemi, e tutte le risorse d’uno sceneggiatore pieno di sicurezza,
e il sapore d’un dialogo, che è tutto teso nella volontà di
tenere incatenato il pubblico, e lo tiene infatti avvinto nel sorriso o nella
commozione, con una persistenza veramente singolare.
Ma, prima che dal dialogo, il pubblico è stato conquistato dal personaggio.
Scampolo si fa amare subito. L’amore degli ascoltatori non abbandona più la
minuscola figurina, striminzita entro la parca plastica di Dina Galli. Scampolo è posto
nella commedia come un bibelot sopra un tavolino, in un salotto. I suoi
cenci, la sua anima, le sue parole hanno una grazia composita che seduce. Quello
che piace in Scampolo è la sua finta verità; quel modo delicato
onde quel fiore di serra è truccato da fiore di campo. No, Scampolo non
viene dalla strada. Non ne reca la polvere, l’ansito, la torbida promiscuità.
Ella s’è disinfettata e pulita entro la fantasia d’un autore
che, questa volta, non ha voluto fare dell’aspro verismo, ma darci una
specie di gustosa arcadia della miseria. Scampolo è ancora un po’ Susanna
del Mondo della noia, è ancora un po’ la vergine pura e
caustica del repertorio moderno.
Ma il Niccodemi ha un ricco temperamento d’autore drammatico. Il motivo
fondamentale della commedia non è nuovo, ma nelle sue mani pare verissimo.
E Scampolo diventa subito uno di quei personaggi che si distinguono fra mille
altri. Lo scrittore, con la forza della sua volontà e con molti tratti
geniali, l’ha isolata dalle sue molte parentele ideali.
Così la guardiamo sorridendo, e non ci meravigliamo se Scampolo continua
a dirci cose da bambina anche se intorno a sé desta sentimenti da donna.
Se anche mentalmente Scampolo è immobile, ella ci par varia perché si
muove e progredisce sentimentalmente. E non andiamo a chiederci se in una donna
la vita del cuore e il maturasi dei sensi non rinnovino il giudizio e non trasformino
il raziocinio.
La cornice di Scampolo vale meno di Scampolo. La storia di Scampolo è una
storia un po’ nota. Pazienza. I personaggi stessi non si curano molto di
quel che succede a loro.
Spesso si fermano intorno a Scampolo per udire quello che Scampolo
dice, e l’interrogano per divertire e per commuovere noi, e per
divertirsi e commuoversi anch’essi. La virtù di questa
commedia è qualche cosa che rompe e supera l’artificio; è una
sensibilità di scrittore che si traduce in forme evidenti e
attraenti. Il segreto del lietissimo esito di ieri sera sta nella simpatia
che esala da ogni scena e che i difetti della sua struttura non riescono
a far cessare. È questa la prima commedia che il Niccodemi scrive
in italiano. L’inizio è ben felice. |