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Sbirri
Sbirridi Roberto Burchielli
con Raoul Bova, Simonetta Solder, Alessandro Sperduti, Luca Angeletti
 
Il Giornale, 10 aprile 2009

Bova reporter antidroga al festival del romanesco

Docu-fiction, termine ostrogoto che lascia presagire una noia infinita. A parte che si tratta di merce per la tv, mica per il cinema. Anche se siamo sotto Pasqua, non bastano tutti i santi del Paradiso per salvare il nobile, ma barbosissimo Sbirri, scritto e diretto da Roberto Burchielli, autore, guarda caso, di numerosi film per Rai e Mediaset.
La storia, priva di qualsiasi emozione, parte da Roma per trasferirsi presto a Milano, ahinoi senza la scomparsa della terribile inflessione romanesca con relativi, abominevoli riti lessicali («Dove stai?», «Lì ci sta un ostello»). Dunque, Raoul Bova è il reporter giramondo Matteo Gatti, reduce da inchieste in Iraq, Libia, Colombia, eccetera. È sposato alla libraia Sveva, in dolce attesa. I due hanno un figlio già grande, Marco, di sedici anni, che scalpita per andare a una festa con gli amici a Milano. Papà scuote la testa, poi cede. Ed ecco che sul cellulare gli arriva la più tragica delle notizie: il ragazzo è morto, forse per overdose. Il giornalista, sconvolto, convince il remissivo capo (ma dove diavolo lavora?) a mandarlo a Milano per un’inchiesta sulla droga. Così parte, con l’invisibile operatore Gigi, corre in Questura, ottiene il permesso di entrare nel corpo speciale di polizia che si occupa di stupefacenti e per un’ora abbondante, con parrucca, barba lunga, berretto a visiera con fascia di lana, partecipa a controlli, pedinamenti, interrogatori. Tra gli agenti c’è un certo Angelo, capellone e filosofo bresciano, che parla come l’ex campione dell’Inter e ora scatenato opinionista sulle tv locali Beccalossi nella pubblicità di un prosciutto: «Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto», unica concessione allo strapotere linguistico romano. Anche se non è un vero poliziesco il finale va tenuto segreto. Ricordando l’isterico Raoul Bova, che, in pieno delirio, spara banalità a raffica, tipo: «La neve a Milano non è più un’emergenza meteoreologica, ma sociale». Poi piange come una fontana. A film visto, ha tutte le ragioni per singhiozzare.
voto: 3

Massimo Bertarelli

 
Il Manifesto, 10 aprile 2009

Milano di notte: i giovani muoiono, la polizia incastra gli spacciatori

Con un doppio salto mortale la televisione invade anche il grande schermo, in Sbirri, di Roberto Burchielli grande spot didattico contro la droga, testimonial Raoul Bova e l'Uocd (Unità Operativa Criminalità Diffusa)di Milano. Costruito in parte avendo come riferimento l'azione dei reporter d'assalto, le fiction sulle squadre di polizia, ha come elemento documentario originale l'autentica azione dei reparti antidroga. Una parte di fiction e una parte di autentiche azioni per strada contro gli spacciatori. Racconta la storia di un reporter impegnato sui fronti caldi (Matteo Gatti, ispirato a Fabrizio Gatti dell'Espresso, interpretato da Bova) che è sempre in giro per il mondo per i suoi servizi televisivi e non ha tempo per il figlio adolescente (Alessandro Sperduti) e per la moglie incinta (Simonetta Solder). Così per lenire i sensi di colpa dà al ragazzo sedicenne il tanto desiderato permesso di un viaggio a Milano dove con gli amici li aspetta una serata nella famosa discoteca e anche la morte per aver assunto qualcosa di troppo. Decide così che il prossimo servizio sarà ripercorrere il viaggio del figlio per capire cosa gli è successo. A questo punto inizia l'autentica azione notturna delle pattuglie specializzate nell'antidroga («Ciao, polizia. Sei in arresto» è la formula ricca di pragmaticità milanese), con frenetiche riprese realizzate con telecamere e attrezzature di ultimissima generazione, e una colonna sonora ritmica e martellante. «È inutile trovare risposte, dobbiamo intervenire, agire» gli dicono i poliziotti trascinandolo nelle incursioni notturne fuori dai locali dove spacciatori e clienti sono seguiti con sofisticati apparecchi, filmati, registrati e colti sul fatto. E anche sottoposti a interrogatori «di sostegno umano» che hanno lo scopo di avere delle impossibili spiegazioni. Raoul Bova ha prodotto il film con la Sanmarco, la società che ha fondato con la moglie Chiara, colpiti dal documentario Cocaina dello stesso Burchiello sulla facilità con cui a Milano si compra e si diffonde la droga fra tutti i ceti sociali dalle commesse, agli operai, ai professori. «Si voleva far vedere qualcosa di più di un film di prima serata» ha detto Bova presentando Sbirri al festival europeo di Lecce in un tour che lo ha portato anche a Scampia. «Sapevamo anche che era un sogno. Abbiamo unito film e documentario con un arco narrativo che facesse partecipare il pubblico per gli elementi sentimentali e romantici che contiene. All'inizio non lo voleva distribuire nessuno, poi siamo riusciti a convincere Mediaset e Medusa. Abbiamo scelto di stare dalla parte dei poliziotti perché parlano con i giovani, chiedono ai ragazzi di spiegare perché lo fanno, stanno tutto il giorno sulla strada, e in più hanno problemi con le istituzioni. Dobbiamo sempre andare a cercare gli elementi negativi della società, una volta tanto parliamo degli esempi positivi. Appostamenti, pedinamenti, irruzioni, è tutto vero, intervallato dalle scene di finzione improvvisate. Tutto è stato vissuto con le telecamere accese».

Silvana Silvestri

 
Corriere della Sera, 10 aprile 2009

Raoul Bova giornalista d' assalto

Sono ottime le intenzioni e buoni i risultati di Raoul Bova che ha avuto l' idea di un film molto attuale, originale che mescola il pubblico al privato chiamando il regista Roberto Burchielli, esperto di reportage e stringate docufiction, che mescola bene cine verità e fantasia. Un giornalista d' assalto, Marcello Gatti (omonimia non casuale con il coraggioso collega dell' Espresso) dopo la morte del figlio impasticcato, in gita a Milano, si butta in un' inchiesta sullo smercio di droga nella city delle discoteche e dei summit nazisti, si trucca insieme ai veri, bravi poliziotti sul campo. Il film è il risultato di un' esperienza etica, di cinema e vita, il lieto fine si apre all' impegno e alla volontà futuri. Il mix a volte è un po' confuso da qualche banalità sentimentale, ma la passione, l' abnegazione di Bova, la sua bravura meritano sinceri complimenti. voto 7

Maurizio Porro

 
Il Messaggero, 10 aprile 2009

L’ispettore di “Sbirri” ruberebbe la scena a Al Pacino
Ma perché calcare sul pathos come in tv?

Roberto Burchielli, il regista più bravo a realizzare "realmovie" (da recuperare il capolavoro Cocaina visto su Raitre), affianca l'attore Raoul Bova a veri poliziotti milanesi della squadra speciale antidroga. Bova è il giornalista Matteo Gatti (omaggio al vero Fabrizio Gatti dell'Espresso) traumatizzato dalla morte del figlio per una pasticca di ectasy. Eccolo decidere di fare un reportage sul consumo di droga a Milano seguendo passo passo azioni e interrogatori degli agenti. Si camufferà pure con il risultato di sembrare il Commissario Giraldi di Tomas Milian. L'effetto è pessimo. Omaggio voluto? Mischiare fiction e documentario non è facile. Le parti vere sono buone. L'ispettore Angelo Langè, già star di Cocaina, ruberebbe la scena a Pacino. Burchielli riprende, fotografa e monta il reale come un sapiente thriller in diretta alla Rec o Cloverfield. Male, invece, i momenti più costruiti: retorici (colonna sonora enfatica), sensazionalisti (le litigate nei film di Muccino sono meno teatrali) e produttivamente sbagliati. Perché calcare la mano sul pathos come fa la brutta fiction tv? Cocaina era grande cinema visto in tv. Sbirri è l'esatto contrario.

Francesco Alò

© Sipario 2011