Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Savage grace
Savage gracedi Tom Kalin
con Julianne Moore, Stephen Dillane, Eddie Redmayne, Elena Anaya, Unax Ugalde, Belén Rueda, Hugh Dancy
 
Panorama, n. 26 2008

Soldi, sesso e superficialità

Disturbante, con un finale inatteso (per chi non conosce la storia vera da cui è tratto), Savage Grace è raccontato con un gelo stilistico che si traduce in un sottile tedio, la parola più spesso usata dai privilegiati protagonisti. La storia, tratta dal bel libro di Natalie Robins e Steven Aronson, potrebbe appartenere al repertorio di Francis Scott Fitzgerald. Brooks, svuotato erede dell'inventore della bachelite, è sposato con Barbara, donna libera e instabile, tutta pose, provocazioni e arrivismo sociale. Espatriati miliardari, tra il 1949 e gli anni 70, migrano tra New York, Parigi, Maiorca e Londra, trascinando con loro il fragile figlio Tony. Un inesorabile viaggio verso la decadenza e l'autodistruzione, condito di tradimenti, omosessualità, incesto, tentativi di suicidio, rancori e droga. Fino all'estremo gesto del figlio che accoltella Barbara.

La superficialità delle vite si specchia in quella del film, tanto elegante nella messa in scena e nella scelta dei volti quanto incapace di calarci nei personaggi. Al punto che gli eccessi, soprattutto sessuali, dei protagonisti rischiano di suscitare solo fastidio, soffocando le qualità di un film che avrebbe potuto essere affascinante se il suo autore avesse provato vera compassione per le sue disgraziate creature. Bravissima Julianne Moore a cavarsela tra le trappole del suo antipatico personaggio.

Piera Detassis

 
La Stampa, 20 giugno 2008

L'incestuosa Julianne Moore

Quando, nel 1971, Louis Malle diresse Lea Massari, madre incestuosa di un quindicenne in Soffio al cuore, fu un disastro: proteste, censure, accuse di volgarità e sfruttamento sessuale di minori, processi.

Chissà se adesso che Julianne Moore fa l'amore con il proprio figlio giovane accadrà qualcosa di simile. Speriamo di no, anche se brutti segni se ne vedono già. Il film è ambientato a New York nel 1946, la protagonista ha sposato l'erede dell'inventore della bakelite ed è troppo legata al figlio. Il legame diventa più forte in Spagna nei Sessanta, nei Settanta sopravviene l'omicidio.

Lietta Tornabuoni

 
Il Manifesto, 20 giugno 2008

Madre e figlio, l'erotismo mortale di un'ossessione

Povera ma ossessionata dalla ricchezza, una famiglia disastrata col padre suicida e il fratello che muore misteriosamente, Barbara Daly, bostoniana, è per lo più considerata un'arramipicatrice sociale. Sposa infatti l'erede dei Baekeland, col suo impero pure se vacillante (lei però non lo sa ...) della plastica, i due viaggiano, New York, Parigi, Londra, Cadaquès, con loro l'unico figlio, Tony... Quasi trent'anni di storia, dal 46, anno in cui nasce il ragazzo, al 72, quando Barbara Daly muore, anche se la saga dei Baekeland copre in pratica un secolo tra ambienti, suggestioni, realtà molto diverse .... Tony uccide la madre, si scoprirà che il ragazzo era gay e il legame con la donna da esclusivo si era trasformato in un'ossessione maniacale...
Tom Kalin che avevamo conosciuto con Swoon ( è produttore di Go fish di Rose Troche e di Ho sparato a Andy Warhol di Mary Harron), si muove in quel cinema indipendente americano vicino per sensibilità e nomi a Todd Haynes - è Christine Vauchon che gli propone il libro di Natalie Robins e Steven M.L. Aronson. In Savage Grace usa con umorismo «nero» e raffinata sensibilità visuale la sceneggiatura di Howard A. Rodman per mettere in scena un universo di ricchezza e abuso del privilegio. Protagonista (libro e film hanno lo stesso titolo) è una magnifica Julienne Moore, che lavora in complicità col regista dando corpo alla follia del personaggio, alla solitudine concentrata nella relazione col figlio. Kalin sceglie detour eccentrici, si lascia guidare dai dettagli: vecchie foto, Tony dodicenne nel '59 in una vasca da bagno a Parigi ammicca sensuale all'obiettivo materno. É un mondo senza tempo, immobile come la donna vuole che resti escludendo il resto. Madre e figlio viaggiano insieme, la follia è reciproca, la tragedia è nell'aria, Tennessee Williams li avrebbe amati in quella loro rigidità perfetta che è anche disinvoltura, tenerezza, sentimento di sofferenza. Non importa se Barbara/Moore invecchia o meno, certo non è un film «realista» Savage Grace. Kalin compone il melodramma nei colori, nelle tonalità emozionali, in quell'inadeguatezza di lei, ragazza povera che mai ha trovato il suo ruolo nell'«alta società», che preserva l'apparenza con sentimento selvaggio, intossicato da quelle costrizioni. E nell'immaginario di cinema, non «citazione» ma atmosfere, giochi di specchi, suggestioni ... Il narcisismo della donna, la schizofrenia del ragazzo, quegli estremismi erotici e personali di un magnetismo violento che sperimenta così le sue pulsioni di rivolta.

Cristina Piccino

 
Il Messaggero, 20 giugno 2008

Drammi e incesti
inutili e patinati

La cronaca nera mette l'abito da sera per Savage Grace, dramma in sei atti che racconta la storia vera della famiglia Baekeland dal 1946 al 1972. Lui è un uomo senza qualità figlio di magnati della plastica, lei (Julianne Moore) una frivola arrampicatrice sociale col vizio della battuta ad effetto. Tra un party e l'altro volando tra New York, Parigi, Cadaqués, Palma di Maiorca e Londra, assisteremo alla lenta decadenza della famiglia: lui scappa con una ragazza latina e lei diventa si attacca sempre più morbosamente al figlio problematico, che ha scritto in faccia il destino dalla prima inquadratura. Tutti conoscono i Baekeland ma nessuno li ama. Non c'è da stupirsi. Come fare un bel film mettendo in scena squallidi fatti di cronaca? Attaccando il soggetto con un freddo sguardo morale (Autofocus di Schrader) oppure entrando così a fondo nelle ragioni dei personaggi da farceli sentire vicini (il Garrone de L'imbalsamatore). Tom Kalin non fa una cosa né l'altra. Concentrato sugli aspetti futili (i cocktail, gli arredi, le chiacchiere, i vestiti) e troppo pronto a compiacere la sua star (una Moore eccessivamente ingombrante), il sodale di John Cameron Mitchell realizza un film scioccamente chic. Soldi, follia, incesto e omicidio non sono mai stati così patinati, e noiosi.

Francesco Alò

 
Il Giornale, 20 giugno 2008

Povera Julianne Moore
quante orge in famiglia

In un'orgia di trasgressioni si consuma il dramma della famiglia Baekeland, erede dell'inventore della bakelite. Gli accoppiamenti sono multiformi quanto sgradevoli: figlio gay con giovane amante, la madre con l'amante, madre, figlio ed amante ed infine il numero più spettacolare, madre con figlio, mostrati esplicitamente. Malgrado la raffinata cornice, si impone un interrogativo: perché? La malsana sceneggiatura, ispirata ad una storia vera, non si prende la briga di giustificare ma si rifugia in un voyerismo intellettuale, parente in apparenza nobile della pornografia. Julianne Moore si presta con entusiasmo. Nessun personaggio sfugge alla sua dannazione e nessuno spettatore sfugge all'imbarazzo.

Adriano De Carlo

 
L'Unità, 12 giugno 2008

Correndo con le forbici in mano

«Uno degli usi del denaro è che non ci costringe a subire le conseguenze dei nostri errori». Ineccepibile, parla George Baekeland, inventore della bakelite, a capo di una fortuna spropositata agli inizi del secolo. Non compare in Savage grace, piuttosto sono i suoi soldi a tenere banco, il benessere che ha consegnato al figlio Brooks (Stephen Dillane), umbratile, altero pezzo grosso newyorkese che non riesce a eguagliare l'eccezionale impresa paterna e finisce come i suoi concittadini ricchi a svernare cambiando continuamente località nell'Europa del bel vivere. Ha sposato un'attrice di modeste origini, Barbara (Julianne Moore), caparbia, estroversa, di grande stile e bellezza, da giovanissima decisa a fare il salto nell'alta società, con ambizioni così granitiche che il marito non si sentiva «abbastanza grande per lei, per lei ci voleva Enrico VIII». Il loro diventa un rapporto contrappuntato da una sorda violenza, psicologica e velatamente fisica.

Hanno un unico figlio, Tony (Eddie Redmayne), bellezza delicata, spirito artistico, al loro seguito tra Parigi, l'Italia, la Costa del sol, Maiorca, Londra. Appena adolescente, interessato più agli uomini e le droghe che al lavoro (in famiglia sembrava disdicevole come argomento), si mette sempre più sotto l'ombra della madre, s'appisola in un mare di soldi, senza idee precise per il futuro. L'equilibrio precario precipita quando la sua ragazza Blanca se ne va con il padre, che si disinteressa di moglie e figlio. I due vivono a turno tracolli psicologici, prendendosi cura l'uno dell'altro travasando le rispettive frustrazioni in un rapporto persino incestuoso visto quasi come salvifica soluzione. Ma le turbe mentali di Tony fanno presagire venti da tragedia greca.

Costruito con sei ambientazioni differenti, quindi sei crasi temporali che vanno dal 1946 al 1972, Savage grace si basa su un libro di memorie, interviste, foto di Natalie Robins e Steven Aronson che sviscera la vicenda partendo da molto indietro – le fortune dei Baekeland – e si conclude molto più in là, con lo sventurato epilogo di Tony. Una storia vera, quindi, sceneggiata da Howard Rodman e girata da Tom Kalin, secondo lungo dopo Swoon del '92, la storia (vera) di una giovane coppia gay che senza un motivo apparente uccide un tredicenne. In mezzo ai due lavori Kalin ci ha messo molta video-arte.

Savage grace impressiona per l'assoluto rigore asettico con cui viene guidato e affascina al di là della problematica messa in scena di una vicenda con personaggi dai trascorsi e natali così complicati. Regista e sceneggiatore hanno deciso per la soluzione più difficile, cercando di svelarli con un percorso tortuoso, più evocativo, pieno di ellissi e non detti, senza didascaliche voci narranti (tranne quella che apre e chiude). Quasi tutti nella parte, oltre ad una strepitosa Julianne Moore, uno dei volti hollywoodiani più votati alla tragedia esistenziale, in questo caso veloce trasformista nel look, con le sue pose glamourous e una velata nostalgia nello sguardo. Eddie Redmayne poi ha una vena dark e disperata, fredda e caldissima.

© Sipario 2011