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Sanguepazzo
di Marco
Tullio Giordana
con Luca Zingaretti, Monica
Bellucci
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Panorama, n. 22 2008
Divi fascisti al patibolo
Il nuovo film di Marco Tullio
Giordana dedicato alla vicenda di Osvaldo Valenti e Luisa
Ferida, le star del cinema del Ventennio fucilate dai partigiani
nel 1945, è un
turgido «melodrammore» che scava al cuore
dell'anarchia libertina e ribalda affascinata dall'ideologia
fascista e rende omaggio alla passione proibita del regista
per il cinema dei telefoni bianchi, non solo benpensante
ma anche epico, torbido, abitato da cattivi ridondanti
e amanti tragiche, che resero celebri i due disgraziati
attori. All'inizio del film Valenti si consegna con Luisa
alla brigata partigiana del comandante Vero, credendo
possibile lasciarsi alle spalle una vita di eccessi e
droga nonché un forte sospetto di partecipazione
a rastrellamenti e torture.
Sanguepazzo in siciliano indica una personalità irregolare
come quella dello sprezzante Osvaldo. E molto sanguepazzo
scorre nel film, romanzo popolare trascinante e carnale
come la Bellucci, talvolta ingenuo come uno sceneggiato,
spalancato sul vizio, soprattutto privato, di un'intera
epoca. Chiude in levare, però, lo sguardo sperduto
di Luigi Lo Cascio che, dopo l'esecuzione dei due, mormora: «Giustizia è fatta».
Più che un'affermazione, un'esitazione, annunciata
dalle brutali immagini documentarie dello scempio di piazzale
Loreto.
Piera Detassis
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Il Messaggero, 30 aprile 2008
Quei divi di regime
che scelsero Salò
Finalmente. Era ora di frugare
nella piaga della caduta del fascismo con tutto il suo
corteo di fantasmi. Era tempo di raccontare la parabola
maledetta di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti senza temere
manipolazioni da destra né anatemi
da sinistra. Ed è bene che a farlo sia un uomo non
certo sospetto di revisionismo come Marco Tullio Giordana.
Certi personaggi infatti sono così significativi
che se non fossero veri andrebbero inventati. O almeno "completati",
anche usando l'immaginazione.
Come fa Giordana in Sanguepazzo rievocando con molte licenze
la fine di questi due divi di regime, fucilati dai partigiani
nell'aprile 1945. Non per riscrivere la Storia, ma per
illuminarne le zone d'ombra con un'ipotetica "controstoria".
Un po' come fece Bellocchio per Moro, anche se qui domina
quel gusto alla Bertolucci per il mélo che univa
Giorddana al compianto Enzo Ungari. Unito a un gioco cinèfilo
che incrocia dati e profili facendo comunque tornare i
conti.
Così il Valenti narciso di Zingaretti, straordinario,
diventa un "arciitaliano" spericolato e vitalista
che flirta con il potere ma bada ai propri interessi; un
avventuriero che ama il gioco, le donne, la coca, forte
di un'intelligenza smagata forse estranea all'originale
(Giordana gli mette in bocca le parole di Flaiano sugli
italiani che "corrono in soccorso del vincitore").
E soprattutto un uomo di spettacolo, che sa di vivere nel
paese e nell'epoca sbagliata ma è attento a ciò che
lo circonda. Tanto da riprendere con la sua cinepresa,
nelle acque di Venezia, il cadavere col cartello "partigiano" al
collo che appare in Paisà di Rossellini.
È una delle massime licenze del film, nonché la
chiave del metodo di Giordana. Che mescola fatti e fiction,
cinegiornali e scene madri, tenendo in vista i due nodi
essenziali: la "tipicità" dei due antieroi;
e la frattura fra ragioni politiche e ragioni individuali.
Fucilarli in quanto simboli di regime forse non fu giusto,
ma era inevitabile. Anche l'amicizia-rivalità tra
Valenti e l'immaginario Golfiero (Boni), regista nobile
e di sinistra "alla Visconti", va vista in questo
quadro. Certo, distinguere tra fatti e invenzione aiuta
a godere, e capire, fino in fondo. Qualche insistenza rivela
l'origine televisiva. Ma bastano i molti tabù che
affronta, la reticenza di tanta nostra cultura anche di
sinistra, il progressivo scadere del "dibattito" in
corso sulla nostra memoria, a dire l'importanza e l'originalità di
Sanguepazzo.
Fabio Ferzetti
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Il Tempo, 24 maggio 2008
Marco Tullio Giordana e la «leggenda nera» di
Osvaldo Valenti e di Luisa Ferida. Per arrivare a un racconto,
in parte di fantasia, che però risistema dati ed
elementi con cui, in passato, si era alimentata questa
leggenda. Come molti sanno, Valenti e la Ferida erano una
coppia di divi che avevano fatto furore nel nostro cinema
ai tempi dei telefoni bianchi, in ruoli quasi sempre di «cattivi».
Prima amanti, poi marito e moglie, si erano reciprocamente
trascinati in vari vizi, specialmente la droga da cui,
soprattutto Valenti, aveva finito per essere sopraffatto.
Con il risultato di vedergli perdere ogni controllo: sul
lavoro, nei rapporti con la gente, anche al momento in
cui, scoppiata la guerra, aveva finito per arruolarsi nella
X Mas di Junio Borghese con l'occasione di un suo trasferimento
con la moglie a Venezia motivato da una sua adesione alla
Repubblica Sociale frutto più della sua smania di
trasgressioni che non per vero convincimento, presto coinvolto,
ma senza veramente parteciparvi, nelle gesta di un poliziotto
torturatore associato alle SS che, fra l'altro, lo riforniva
di droga. Subito dopo la liberazione si era consegnato,
sempre con la moglie, ai partigiani che, ritenendolo colpevole
per le sue relazioni con il torturatore, lo avevano fucilato
con quella che consideravano la sua complice. Giordana,
che su quegli anni ci aveva già dato nell'84 un
serio film per la TV, «Notte e nebbia», ha
inserito nel suo racconto alcuni personaggi di fantasia,
qualcuno però ripreso da modelli autentici, ha mutato
certi nomi, ha reinventato varie situazioni ma, con una
costruzione narrativa che in parallelo propone il passato
della coppia nel cinema fra i Trenta e Quaranta, e quel
presente tragico che ne vedrà la fine, ha soprattutto
cercato di sfatare appunto quella leggenda che voleva i
due responsabili di cupe nefandezze e ne ha messo in risalto
l'umanità, i tormenti, i reciproci spesso turbolenti
rapporti sentimentali. Per precisar meglio l'epoca attorno,
facendo ricorso, con abilità, a materiale di repertorio
in bianco e nero, per rievocarci studiandone da vicino,
con luci ed ombre, le psicologie con quel senso in lui
tanto fine ed attento della realtà quotidiana, pur
quando l'attraversa la Storia. La pagina più bella
(intensa e partecipe) il finale: il partigiano che ha sparato,
dice, quasi per rassicurarsi: «Giustizia è fatta».
L'altro non risponde. per nulla convinto. Le facce dei
due, eloquentissime, sono di Luigi Lo Cascio e di Maurizio
Donadoni. La Ferida è una lacerata Monica Bellucci
(bravissima), Valenti è Luca Zingaretti, grande
come sempre. Di fronte un finissimo Alessio Boni, nella
rilettura, forse, di Visconti.
Gian Luigi Rondi
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Il Messaggero, 16 maggio 2008
Commedia sexy tra i banchi
Liceale imbranato (Andrea De
Rosa), umiliato su Internet dall'intera comunità di navigatori, stringe un patto
con la bellissima insegnante privata (Sara Tommasi): ad
ogni suo progresso scolastico lei si spoglierà per
lui riproponendogli le pose di un calendario osè con
lei protagonista di cui pochi sono a conoscenza. L'insegnante,
incomprensibilmente, accetta. Con Ultimi della classe (omen
nomen) di Luca Biglione è tornata la commedia sexy
degli studenti allupati e delle professoresse scollacciate
ma senza il gusto pecoreccio che ha fatto diventare di
culto anche qualche pellicola con il Pierino di Alvaro
Vitali.
Qui è tutto banale, corretto e poco vitale. Il bravo
Andrea De Rosa (esploso nella squadra di Notte prima degli
esami) meritava decisamente di più per il suo primo
film da protagonista. Si rifarà. Anche dopo questa
sonora bocciatura.
Francesco Alò
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Il Giornale, 23 aprile 2008
Tragico amore fascista con la Bellucci e Zingaretti
Sanguepazzo racconta l'assassinio di Luisa Ferida e Osvaldo
Valenti. Per farlo, Marco Tullio Giordana ha lottato a
lungo, quindi Sanguepazzo nasce per un popolo ormai ignaro
dei fatti del 1936-1945, i cui i personaggi sono annunciati
da una didascalia verbale. O conglobati: Alessio Boni è Luchino
Visconti fuso col partigiano Taylor; Luigi Diberti è il
produttore Francesco Salvi fuso col funzionario Luigi Freddi.
Si sfuma invece l'identità del mandante del delitto
nel Pertini di Paolini. Ma si ama lo stesso la giovane
Ferida dell'ex giovane Bellucci; e si ama il drogatissimo
Valenti di Zingaretti. Quindi si ama Giordana e si ringrazia
Thierry Frémaux per la cornice mondiale del Festival
di Cannes offerta a questo risarcimento morale tutto italiano.
MC
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