Di Sancta Susanna parlammo due anni fa in un articolo di presentazione
per quella che fu l’ultima stagione di Riccardo Muti alla Scala.
Oggi la breve opera hindemithiana che a suo tempo turbò le coscienze
dei benpensanti, perché vi si narrava di una suora isterica che
si innamora di un crocifisso, non scandalizza più nessuno. Sorpassata
la cosiddetta scabrosità resta lo spazio per una serena valutazione
critica della musica. Che è bellissima. C’è un tema
incisivo nel prologo che si evolve per tutta la partitura in elaborate
simmetrie, in schemi rigorosi che l’orecchio sul momento coglie
in modo confuso. Si vorrebbe subito una seconda audizione, magari con
partitura a fronte. Ma al di là di ogni cerebralismo affermiamo
che la musica è impressionante e che il libretto di August Stramm
non le è da meno.
Una grande cornice barocca, concepita da Alessandro Cammarughi contiene rocce
e elementi scenici svariati adatti per la prima come per la seconda opera in
programma. Al termine di Sancta Susanna un malignissimo pensiero, in
verità poco adatto a una cronaca che vorrebbe essere seria, non riusciamo
ad allontanare. Quanto diversa avrebbe potuto essere la storia delle varie mistiche
e visionarie se Cristo non fosse stato esaltato dall’iconografia di tutti
i tempi come un bellissimo giovane, biondo, alto, dai capelli inanellati, praticamente
nudo. Finora ci risulta che il solo Pasolini abbia avuto il coraggio di rappresentarlo
nella sua probabile realtà di palestinese nero di barba e capelli, certo
non altissimo e magari non propriamente leggiadro.
La cornice barocca, che si era spezzata al momento del raptus di Susanna, tale
rimane per l’opera di Corghi dove tutto si frantuma seguendo il testo del
poeta portoghese José Saramago che svolge il mito di Don Giovanni rivoltando
le situazioni con puntigliosa pedanteria. Corghi adopera la musica con sapiente
arte dissacratoria e il suo talento di grande compositore si capta all’ascolto
della partitura che si avvale delle possibilità dell’orchestra come
pochi (complice il direttore Letonja che magari ci dà dentro un po’ troppo).
Poi ci sono gli interpreti: gli uomini cantanti e le donne recitanti (perché?
Perché sì) e la messinscena non priva di fascino tra rocce luci
e lucine varie.
Ci rendiamo conto di non aver detto quasi niente perché molto poco è comprensibile
al primo impatto. Senza un accurato studio del programma di sala il testo resta
confuso, non si capisce se per imperizia recitativa degli interpreti o per trascuratezza
dell’autore. Certo non si può dire che l’opera “corra” in
sala. Più che annoiarsi ci si irrita e ci si sente parecchio beffati anche
perché la musica richiama un po’ troppo il linguaggio di Corghi
ed altri che ascoltiamo ormai da mezzo secolo. Per quanto si è potuto
capire degli interpreti, così duramente impegnati, non si può che
tessere gli elogi. Il pubblico ha reagito come potevasi immaginare.
Mariella Busnelli