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Salvador - 26 anni contro
Un
film di Manuel Huerga. Con Daniel Brühl, Tristán Ulloa, Leonardo
Sbaraglia, Leonor Watling, Ingrid Rubio, Celso Bugallo, Mercedes Sampietro.
Produzione Spagna, Gran Bretagna 2006.
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L'Unità, 13 aprile
Una vita contro il franchismo
Il palo di legno dove viene legata la vittima. Il «collare» di
metallo che tiene la testa bloccata. E, infine, il perno che spezza l'osso
del collo. Ma spesso la morte non è immediata. A mostrarcelo con
drammatico realismo è Salvador 26 anni contro, il film di Manuel
Huerga dedicato a Salvador Puig Antich, l'ultimo detenuto politico «garrotato» nella
Spagna di Franco, in uscita nelle nostre sale il 27 aprile (distribuisce
il Luce). Un ragazzo di appena 26 anni (col volto di Daniel Bruhl, quello
di Good Bye Lenin) militante del Mil (Movimiento Iberico de Liberation),
una formazione dalle radici anarchiche che agli inizi degli anni Settanta
si oppose alla dittatura con azioni anche provocatorie e con ripetute
rapine per finanziare le famiglie degli operai o lo stesso movimento.
Accusato di aver ucciso un poliziotto durante lo scontro a fuoco seguito
al suo arresto, Salvador diventerà subito il capro espiatorio
del franchismo al suo crepuscolo. La condanna a morte, dopo un processo
farsa, infatti, arriverà in un momento di grande tensione: l'attentato
al capo del governo Carrero Blanco ad opera dell'Eta, con quell'auto
che salta in aria così come la fotografò già nel
'79 Gillo Pontecorvo nel suo Ogro e che Hortega ripropone adesso. Inutili
furono i movimenti internazionali di solidarietà, le manifestazioni,
l'appello del papa: Salvador fu ucciso con la garrota all'alba del 2
marzo del 1974.
Eppure sono in pochi oggi a ricordarlo, se non fosse per Salvador 26
anni contro che, dopo aver vinto premi a un'infinità di festival
internazionali, in Spagna è diventato un vero e proprio caso.
Lo racconta fiero il regista, parlando di 700mila spettatori e di un
pubblico soprattutto di ragazzi, «giovani che non avevano mai sentito
parlare di Puig Antich - spiega - né nelle scuole, né dai
genitori». L'oblio, prosegue Huerga, avvolge la storia recente
della Spagna. «Siamo arrivati al punto che il franchismo è descritto
come una dittatura blanda. E questo perché, com'è noto,
la storia è scritta dai vincitori, in questo caso i vincitori
della guerra civile. Non tenendo conto, però, che il franchismo è nato
da un golpe ed è stata la dittatura più duratura del ventesimo
secolo. È durata quarant'anni, fino alla morte di Franco nel '75.
Pure, lui, come Pinochet, è morto nel suo letto senza pagare per
le sue colpe».
A differenza della Germania che ha fatto i conti col proprio passato,
prosegue il regista spagnolo, «la Spagna è arrivata alla
democrazia attraverso la cosiddetta "transizione", portandosi
dietro persino dei politici che furono franchisti. Il Partito Popolare
a tutt'oggi non ha rinnegato la dittatura, anzi, al suo interno ci sono
persino i neonazisti». E in recenti manifestazioni sono tornate
in piazza le bandiere franchiste. Il risultato è una fortissima
contrapposizione politica, spiega Manuel Huerga, così esaperata,
soprattutto dai media, che c'è persino chi parla di una nuova
guerra civile. Tanto che, aggiunge Huerga, «si sta dibattendo una
legge che possa riscrivere la storia nel rispetto dei fatti», una
sorta di revisionismo di sinistra. «In questo clima - dice il regista
- il mio film ha dato parecchio fastidio. La destra l'ha attaccato e
pure gli ex militanti del Mil hanno avuto delle critiche al riguardo,
sostenendo che abbia dato poco spazio alla parte ideologica del loro
movimento. Però sono certo che Salvador, che è contro tutte
le dittature, abbia contribuito a sensibilizzare l'opinione pubblica.
E magari anche a sostenere la famiglia del ragazzo nella dura battaglia
di revisione del processo. Sono 12mila in Spagna i processi in attesa
di revisione. Credo che il film possa dare un sostegno».
Sicuramente può offrirlo nella battaglia contro la pena di morte
di cui ci rimanda tutto l'orrore della garrota. Proprio quella che l'assessore
leghista Prosperini avrebbe voluto come «pena per i froci».
E al quale non ci resta che rivolgere l'invito di andare a vedere Salvador
26 anni contro.
Gabriella Gallozzi
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L'Espresso, 13 aprile 2007
Terroristi senza terrore
In sala dal 27 aprile Salvador. 26 anni contro di Manil Huerga. La storia dell'ultima vittima del franchismo. Un uomo che per la sua generazione e il suo Paese, divenne un simbolo di coraggio e libertà
Salvador è il nome d'un ragazzo catalano: Salvador Puig Antich: l'ultimo detenuto politico spagnolo a venir ucciso in carcere con la garrota. Arma di Stato classica quanto la ghigliottina in Francia, la garrota era un collare di ferro fermato a un palo in asse verticale, progressivamente stretto con viti sino a strangolare il condannato. Salvador morì a 26 anni il 2 marzo 1974. Per la sua generazione e il suo Paese, divenne un simbolo di coraggio e libertà.
In Europa la rivoluzione giovanile conosceva la sua seconda fase, la più violenta. In Spagna il Paese era in ginocchio nell'ultimo tempo della dittatura del generale Francisco Franco difesa da una polizia manesca quando non assassina. 'Salvador', pure con difetti di verbosità, lunghezza e ricorso a una voce narrante fuori campo, è molto interessante: ha un protagonista non militante né marxista, iscritto distratto al Movimiento Ibérico de Liberaciòn, allegro, leggero, amante delle ragazze, affezionato alle sue sorelle e al sacerdote di fiducia, sicuro di sé ("Non mi prenderanno mai"). Ma la speranza di una prossima fine del franchismo (il regime del generale cadde nel 1975) e l'età gli davano una energia, un sentimento di ribellione, un desiderio d'imitare i giovani europei, soprattutto francesi tra manifestazioni, fumo, barbe, il gruppo organizzava rapine per autofinanziarsi, progettava e tentava imprese ardite, faceva poco. Soltanto una volta per incidente morì un poliziotto.
Forse, senza l'attentato dell'Eta che il 20 dicembre 1973 uccise il capo del governo franchista ammiraglio Carrero Blanco, Salvador sarebbe rimasto vivo: ma il regime aveva bisogno di vendetta e, nonostante infiniti sforzi per salvarlo, venne ucciso. Il film, non straordinario, per la prima volta presenta terroristi senza terrore, rivoluzionari non sovversivi, militanti di buon umore: "La politica diverte la nostra vita".
Lietta Tornabuoni
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Il Tempo, 25 aprile 2007
Nella Spagna di Franco la storia di un giovane oltre ogni speranza
La garrota era uno strumento di tortura con cui, serrando sempre di
più un anello di ferro attorno al collo d’un condannato,
lo si destinava ad una morte orrenda per soffocamento. È stata
praticata in Spagna fino ai Settanta, nel pieno delle più cruente
repressioni del regime franchista, giunto però fortunatamente
alla sua fine. L’ultimo ad averla subita è stato un giovane
anarchico di Barcellona, Salvador Puig, che si era associato a un movimento
rivoluzionario, con ramificazioni anche in Francia, tenendo per parecchio
tempo in scacco la polizia con rapine in banca finalizzate alla sovvenzione
della lotta armata in difesa della libertà contro la dittatura.
Caduto però in una trappola, nello scontro a fuoco che ne era
seguito veniva arrestato, non senza prima, nella concitazione, aver ucciso
un poliziotto. Da qui un processo, quasi senza difese, aggravato dalla
circostanza che in quello stesso periodo l’ETA aveva ucciso Carrero
Blanco, il capo del governo franchista, e concluso, nonostante una mobilitazione
plebiscitaria per evitargli la morte (ci fu perfino un intervento di
Paolo VI presso Franco), dal momento terribile della garrota. Tra la
rivolta e il cordoglio non solo dei familiari ma della maggior parte
dell’opinione pubblica, e non solo in Europa. Adesso, animato da
un forte impegno civile, anche in linea con le polemiche attualissime
contro la pena di morte, ci si propone un regista catalano, Manuel Huerga,
apprezzato finora soprattutto in televisione e nel settore del documentario,
e ci rievoca le principali vicende della vita dello sventurato Salvador
Puig dando ampio spazio sia a certi suoi momenti privati - in famiglia,
una prima ragazza, una seconda - sia alle pagine affannose delle sue
imprese rivoluzionarie - gli assalti alle banche, gli scontri con la
polizia - concludendo con il carcere, il processo, la speranza purtroppo
vana prima di una condanna lieve poi almeno della grazia. Le pagine migliori,
risultando dispersive e poco approfondite sia quelle familiari sia soprattutto
quelle pubbliche di lotta, sono le ultime, in carcere, nell’attesa
del verdetto, e poi quando, perso tutto, ci si avvia a svolgere il truce
rituale di quella condanna a morte che bastavano le descrizioni di Goya
nei suoi "Disastri della guerra" per farci orripilare. Immagini
buie, tra il plumbeo e il verde cupo, ritmi sospesi, atmosfere grondanti
angoscia. Mentre, al centro, l’infelice condannato, si dibatte
tra l'orrore e l’inutile speranza. Gli dà volto un noto
attore tedesco, Daniel Brühl («Goodbye Lenin») in equilibrio
giusto fra l’umanità ferita e la polemica. Vale il film.
Gian Luigi Rondi
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Il Manifesto, 27 aprile 2007
La morte non accidentale dell'anarchico Salvador
Manuel Huerga ricorda l' epoca della dittatura e l'esecuzione di Puig, militante catalano interpretato da Daniel Brühl
Un film che rinnova lo spirito militante contro la dittatura e mostra come si fronteggia un clima di paura: Salvador 26 anni contro di Manuel Huerga mette un punto finale ad ogni teleserie del tipo Cuéntame cómo pasó, che da alcuni anni è campione di ascolti in Spagna (ed ha ispirato anche la serie italiana Raccontami), immagine morbida e gradevole dell'epoca del franchismo. Salvador invece parla drammaticamente di storia vissuta e di un militante anarchico catalano, studente prima attivo nelle commissioni operaie, poi nel Movimiento Ibérico de Liberación (Mil), l'ultimo condannato nel paese, alla garrota, da un tribunale militare nel 1974 per avere ucciso un poliziotto durante uno scontro a fuoco, in realtà capro espiatorio dell'attentato a Carrero Blanco. La Spagna non era ancora entrata nella comunità europea e questa soluzione efferata avrebbe dovuto allontanarne l'ingresso, anche se invece risultò funzionale al generale clima di repressione. C'è voluto tempo per accettare i film che rievocano l'epoca delle lotte degli anni settanta (da noi lo hanno fatto con onestà di intenti, e in modo diverso Bellocchio e Giordana) e in Salvador sentiamo una serietà di realizzazione, raccontata con vigore, tecniche avanzate, un crescendo drammatico che, anche se ne conosciamo la fine, non può non coinvolgere quelli che parteciparono alle manifestazioni per la richiesta di grazia (restò inascoltato il papa come Joan Baez e tanti illustri personaggi) e soprattutto le giovani generazioni che hanno del franchismo un'idea da fiction (mentre scorreva in parallelo in sangue con i colonnelli in Grecia, Pinochet in Cile e, poco dopo, dittatura argentina). Non possiamo cogliere in modo complessivo come potremmo farlo in un film italiano tutte le implicazioni dell'epoca, come ad esempio le considerazioni che ne ha dato qualche esponente della stampa comunista spagnola (come chi aveva nel Mil il suo punto di riferimento) sul fatto che il film non tiene conto delle lotte operaie di quel periodo contro il franchismo, nè parla più diffusamente della lotta anticapitalista. In quanto a questo il pubblico italiano è molto più a conoscenza dei processi politici, non ha bisogno di ulteriori lezioni oltre al fatto che non siamo mai stati convinti che il cinema militante possa cambiare nulla. Probabilmente è vero che raccontare oggi questa storia possa invece incidere in Spagna sulla conoscenza dell'epoca, piuttosto occultata da un crescente movimento di destra. All'epoca ci si chiamava per cognome e Puig (Salvador Puig Antich) che in una celebre foto imita il Che con uno sguardo più spavaldo, il sigaro in bocca e un poderoso veicolo da guidare è interpretato da Daniel Brühl, attore tedesco di madre spagnola (era l'interprete di Good Bye Lenin) con tutte le caratteristiche dell'eroe solitario senza paura, un avvocato che pur non essendo d'accordo sul metodo dell'esproprio proletario (il gruppo rapinava banche per destinarle alla stampa clandestina e ad aiutare economicamente gli operai arrestati) accetta la sua difesa, un secondino reazionario, Jesus (Leonardo Sbaraglia attore emergente argentino) che un po' alla volta comprende l'idealismo di quel ragazzo fino a cambiare prospettiva politica (è diventato un esponente importante della lotta per i diritti dei detenuti), le fidanzate (interpretate da Leonor Watling e Ingrid Rubio), le sorelle (che stanno cercando di far riaprire il processo, come in centinaia di altri casi risalenti a quell'epoca). Huerga è un artigiano, ci tiene a sottolinearlo, ha accettato l'incarico di dirigere questo film da un produttore che ha comprato i diritti del libro di Francesc Escribano, è fiero dei tanti premi del pubblico ricevuti, è riuscito a creare un climax perfetto come nei film d'azione borghesi, ma è anche uno dei pochi che restituisce un po' di quell'appassionata presenza, invincibile azione, noncuranza della morte di una generazione che pochi sono riusciti a mettere in scena e per lo più in modo repellente, cavalcando la moda o sperando invano di capirne i meccanismi.
Silvana Silvestri
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