Le «specialità danesi», in forma di operetta morale
Il cinema danese, di illustre passato, e non solo per Dreyer (la rivoluzione sarà vedere Haxan, La stregoneria attraverso i secoli, in prima serata Rai) è stato rigenerato dalla generazione Dogma, macchina di forme e contenuti antipuritani e destabilizzanti, ma che è riuscita soprattutto, con uno stratagemma intelligente (inghiottire un po' di spirito underground, e renderlo inoffensivo) a fabbricare una griffe speciale e a inserire l'emarginata Copenhagen tra le trangolazioni produttive europee pubbliche, non solo nordiche, più adulte, innovative e redditizie. Uno degli esponenti di Dogma più apprezzati (Festen è stato un successo mondiale 10 anni fa), Thomas Vintenberg, ha poi diretto una serie di film non fortunati in Usa ma ora torna, carico di esperienza global, in Danimarca per Riunione di famiglia , che è un Festen più colorato, sensazionalistico e da «operetta», più Goldoni che Ibsen insomma, tutto girato attorno al corpo debuttante di Oliver Mueller Knauer, bellezza biondo vichinga, che è l'apprendista cuoco Sebastian, innocente oggetto del desiderio di due donne, Claudia e Maria, la prima che dovrebbe sposare a giorni e l'altra, una «vecchia fiamma» perduta, che per l'occasione, davvero speciale, si ripresenta riattivando voglie erotiche e emozioni sepolte. L'occasione speciale è il 750° anniversario della piccola cittadina, che prevede un gran concerto e il ritorno a casa della stella locale, il famoso cantante d'opera, assai meno ingenuo di Sebastian, Kark Kristian Schmidt (l'attore Thomas Bo Larsen, simbolo della rinascita danese) con tutto il suo codazzo di mantenuti (italiano per lo più, moglie, esasperata, compresa). A questo punto la trama è segreta, si perderebbe la sorpresa degli incastri, non certo originali, ma sempre appassionanti, tra due forme di identità maschili, e di desiderio d'amore, quella romantico, di misteriosa e immensa potenza emozionale, e quello libertino, accumulatore, secondo il regista, di ombre e miserie, ed è addolorato per la provvisorietà dell'esistenza. Fatto sta che un doppio colpo di scena ci aspetta a fine della recita, quando vengono accumulate con perizie le pulsioni dispiegate. Anzi i colpi di scena sono addirittura tre. Il terzo è solo suggerito, ma certo fa intuire un sottotesto edipico ancora più scandaloso e sovversivo del già ricco menù imbandito. Torna in mente The joke di Hubert Wales: la madre che seduce il figlio per salvarlo da una pupa minacciosa.
Roberto Silvestri