Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Riparo
Riparodi Massimo Simon Puccioni
con Antonia Liskova, Mounir Ouadi
 
Corriere della Sera, 18 gennaio 2008
Due donne e una passione proibita: litigi e pregiudizi nella ricca provincia

Presentato un anno fa al Festival di Berlino nella sezione «Panorama» esce finalmente nelle sale italiane Riparo di Marco Simon Puccioni, scontando il destino di molti «piccoli» film che faticano a trovare spazio tra i pesi massimi della distribuzione nazionale. A dir la verità, all'inizio (e ai tempi della presentazione berlinese) sembrava che il film dovesse entrare a far parte del pacchetto 01 ma poi qualche cosa si dev'essere inceppata se adesso Riparo si presenta nelle sale con etichetta Movimento Film, neosocietà di distribuzione fondata alla fine del 2007 da autori e produttori.

Poco male, perché l'abusato proverbio «chi fa da sé fa per tre» può avere ancora una sua verità e sicuramente il film di Puccioni ha alcune qualità importanti per trovare un suo spazio nell'ambito del cinema di qualità. A cominciare dall'intreccio di pregiudizi sociali, paure razziali e tensioni personali che si intrecciano nella trama.

Il film comincia al sole del Mediterraneo. Di ritorno da una vacanza in Tunisia, Anna (Maria de Medeiros) e Mara (Antonia Liskova) scoprono che il bagagliaio della loro macchina è stato usato dal giovane Anis (Mounir Ouadi) per entrare illegalmente in Italia. Un colpo basso a cui le due donne, tra cui si cominciano a intuire rapporti più complessi e «tormentati » di quelli di una semplice amicizia, finiscono per reagire con comprensione e solidarietà. Arrivando ad ospitare Anis nella loro casa friulana e convincendo il fratello di Anna, Salvio (Vitaliano Trevisan), a trovagli un primo lavoro.

A questo punto lo sguardo ingenuo e vivacissimo di Anis diventa il faro che comincia a illuminare le complesse realtà sociali e psicologiche in cui si muovono i protagonisti del film. Perché naturalmente Anna e Mara non solo solo amiche ma anche compagne, unite dall'amore ma divise dalla differenza di censo e di classe: la prima borghese e benestante, la seconda operaia e insofferente. A complicare il legame tra le due si aggiunge l'ostilità dalla madre di Anna (Gisella Burinato), incapace di accettare un rapporto omosessuale che esce troppo dai suoi schermi di «ricca signora di provincia» e che finisce per innescare tensioni e litigi.

Comincia così a delinearsi il vero cuore pulsante del film, quella provincia benestante e benpensante di fronte alla quale sembra non esistere alcun possibile «riparo». È il Friuli del miracolo economico, della ricchezza (quasi) per tutti, capace di chiudere un occhio se nel privato di un appartamento due ragazze cercano di vivere la loro vita e la loro passione ma attento anche a non far trapelare troppo all'esterno certe cose. Ma è anche il Friuli dell'alcolismo, delle solitudini, delle rabbie represse, delle angosce senza nome. E infine è il Friuli dell'integrazione a metà. O comunque dei pesi e delle misure diverse per ogni occasione.

Perché il film segue Anis anche nella sua giornata lavorativa, a contare e immagazzinare le scatole di scarpe del «miracolo economico », ma anche ad adeguarsi immediatamente alle regole non scritte della complicità tra immigrati, con il caporeparto albanese che ruba le scarpe e il sottoposto tunisino che si guarda bene dal denunciarlo al padrone. E non tanto per un tornaconto personale ma piuttosto per una specie di distorta solidarietà di classe (e di sfruttamento) che manda bellamente a quel paese ogni tentazione politicamente corretta.

È proprio in questa lucidità sociale che il film di Puccioni ha le sue qualità migliori, la sua encomiabile originalità, nel saper descrivere una realtà come quella della provincia lontano dai tanti schematismi e luoghi comuni, senza cedere alla tentazione di costruire per forza un personaggio positivo, ma mostrando di tutti anche i lati meno gratificanti: la voglia di sicurezza borghese di Anna, l'insoddisfazione programmatica di Mara, il machismo e l'ambiguità di Anis.

Dove il film non convince è invece nella decisione di far recitare in diretta Maria de Medeiros: il suo accento è troppo distante dalla parlata di Trevisan o della Liskova per non creare uno strano cortocircuito nella testa dello spettatore, che può capire le necessità delle coproduzioni e del bisogno di mettere nel cast un nome di rilievo internazionale, ma non arriva a spiegarsi la ragione di un accento che stride con il realismo inseguito da tutto il resto del film.

Non convincono fino in fondo anche alcune scelte di sceneggiatura, a cominciare dal padre ammalato di Mara (interpretato per altro dal bravo Francesco Carnelutti): la visita al genitore solo e infermo sembra ormai essere diventata una specie di luogo comune obbligato del «giovane sceneggiatore italiano» (qui, oltre al regista, firmano Monica Rametta e Heidrun Schleef), incapace di immaginare qualche cosa di meno scontato per permettere una pausa di riflessione al protagonista (qui, la figlia). Ma sono difetti scusabili in un regista alla sua seconda prova e che non sminuiscono l'interesse e il valore del film.

Paolo Mereghetti

 
Il Messaggero, 18 gennaio 2008
Lei, lei e l'altro:
labirinto di passioni

Altra fabbrica, ma oggi. Altra coppia "impossibile", ma di donne. Altro triangolo rivelatore, ma il terzo incomodo è un ragazzo magrebino giunto in Italia nel bagagliaio delle due donne ignare. Per un caso curioso Riparo esce insieme a Signorinaeffe. Le analogie si fermano qui, ma i due film condividono una stessa tensione, una voglia di capire e forse provocare, che sovraccarica i personaggi e toglie respiro al racconto. Peccato perché il Nordest, con le sue contraddizioni, è una terra carica di fascino. E queste due amanti calate in una situazione-limite, una (la de Medeiros) padrona della fabbrica in cui l'altra fa l'operaia (la Liskova), ci guidano con agilità nel labirinto delle nuove identità che ridisegnano il nostro paese. Salvo inciampare in qualche eccesso didascalico quando il gioco a tre fra le due amanti e il giovane arabo incredulo si fa insostenibile. Magari a evitare gli schematismi bastava lasciare sullo sfondo le rispettive famiglie (il padre malato della Liskova, il fratello e la madre della de Medeiros, materiali e tradizionalisti) per concentrarsi sul grumo di eros e sfruttamento reciproco (in fondo quel ragazzo potrebbe dare un figlio alle due donne...) che stringe i tre protagonisti in un unico nodo. In fondo l'amore, come ben sapeva Fassbinder, nume tutelare di Riparo, contiene già tutto. Il resto è di troppo.

Fabio Ferzetti

 
La Repubblica, 18 gennaio 2008
"Riparo", sullo schermo
Ricchi, poveri e solidarietà

SE INTENDIAMO il termine nel senso etimologico di "escluso da una comunità", ciascuno è l'extracomunitario di qualcun altro. Lo è Anis, un adolescente maghrebino che s'insinua nell'auto di Anna e Mara, coppia di ritorno da una vacanza romantica in Tunisia. Lo sono anche le due donne, respinte l'una dalla madre, l'altra dal padre a causa delle loro inclinazioni sessuali. Ma c'è un'altra esclusione, contro cui il film di Puccioni ha il coraggio di puntare il dito: ed è quella dei poveri da parte dei ricchi, di chi può permettersi di decidere a fronte di coloro ai quali tale lusso è negato.

Comproprietaria di una fabbrica di scarpe nei dintorni di Udine, la borghese Anna cerca per un momento di formare una famiglia atipica, fornendo un "riparo" sia all'operaia Mara, che ama, sia al ragazzo, in cui forse intravede il figlio che non avrà. Quando le cose, però, le prendono la mano, non esita a ricorrere ai privilegi della propria classe.

Presentato l'anno scorso a Berlino, poi in vari festival internazionali, Riparo è un film onesto, ben interpretato e ben scritto: semplice senza semplicismi, rispettoso delle ambiguità del reale, capace di generare riflessione. Il che, ogni tanto, non guasta.

Roberto Nepoti

 
Il Giornale, 18 gennaio 2008

Sesso e amore nella città moderna

Dura storia di un clandestino a Torino
Girato prima di Signorinaeffe e presentato al Festival di Berlino del febbraio 2007, anche il solido e severo Riparo di Massimo Simon Puccioni affianca lotta di classe e lotta di sesso in contesto aziendale. Marxista, quindi razionalmente logico e non politicamente corretto, e ambientato oggi, Riparo sposta l'area dei conflitti sociali dalla grande industria di Torino, sfondo di Signorinaeffe, alla media industria di Udine, e propone la figura dell'immigrato clandestino (Mounir Ouadi) come vittima, ma con originalità: nemmeno uno xenofobo negherebbe a questo spaesato adolescente marocchino d'essere solo l'infelice trastullo dell'interventismo umanitario di una industrialessa lesbica (Maria de Medeiros) e degli afrori della sua nevrotica operaia (Antonia Liskova).

Maurizio Cabona

© Sipario 2011