Il sogno di Will Smith da barbone a broker
Nel film di Muccino la caduta e la resurrezione di un giovane uomo nero
abbandonato dalla moglie con un figlio di 5 anni
Gabriele Muccino, il regista quarantenne de L'ultimo bacio e di Ricordati
di me, ha fatto a San Francisco un film riuscito e doppio: per metà il
suo primo film americano (con amore tra padre e figlio piccolo, ambizioni
del giovane uomo nero, caduta sfortunata, resurrezione, tenerezze) e
per metà un film realistico italiano sulla difficoltà di
vivere in America. Significativamente, il film comincia e finisce con
la folla di impiegati in marcia verso il lavoro al mattino, neppure notando
l'ubriaco buttato sull'asfalto.
Negli Ottanta, anni di depressione economica, la moglie stanca e aggressiva
d'una piccola famiglia squattrinata decide di andarsene di casa. Padre
giovane e figlio di cinque anni rimangono soli. I soldi sono sempre meno,
il padre cerca lavoro e non lo trova. Alla fine lo assumono e tutto sembra
tornare in equilibrio (ma la moglie resta lontana). Durante questo aspro
periodo, l'uomo indebitato perde la casa: non paga l'affitto da mesi,
lo cacciano, è costretto a dormire con il bambino nel gabinetto
della metropolitana, al ricovero di mendicità, nella casa di soccorso
a cui si accede dopo una fila di centinaia di poveri, finalmente in un
alberguccio. Non paga le rate dell'auto né le tasse: perde la
macchina e il fisco gli ritira automaticamente i soldi dal conto corrente,
nessuno gli restituisce o presta soldi, il bambino gli chiede continuamente «Che
facciamo?» o «Quando torna mamma?» e sospira per una
barretta di Mars.
«La ricerca della felicità» è uno dei diritti
concessi ai cittadini dalla Dichiarazione di Indipendenza americana:
gli Stati Uniti sono l'unico Paese in cui tale diritto sia affermato
e la parola «felicità» sia presente in un documento
costituzionale. Nel buon film di Gabriele Muccino il protagonista Will
Smith è pure coproduttore e padre del bambino che recita la parte
di suo figlio (anche i rapporti tra loro non sono melensi, ma sobri).
Al regista italiano potrebbe essere riservata una carriera americana
con maggiore esito di quanto non sia accaduto in passato ad altri registi
(Carlo Carlei, o in diversa situazione, Faenza di Copkiller) che sono
andati a lavorare negli Stati Uniti, ma che non hanno realizzato più di
un unico film.
Lietta Tornabuoni