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Riccardo II
di William Shakespeare
Compagnia del Berliner Ensemble
regia: Claus Peymann
con Michael Maertens
Verona, Teatro Romano, 27 e 28 giugno 2007 poi in tournée
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La Stampa, 3 luglio 2007
Riccardo II nella discarica
Sontuosa apertura della tradizionale stagione estiva shakespeariana,
quest'anno peraltro un po' in minore, col Riccardo II del Berliner Ensemble
diretto da Claus Peymann, spettacolo nato nel 2001, molto acclamato e
ripreso da allora: e spettacolo che grazie alla professionalità degli
interpreti tutti pieni di energia, non mostra segni di routine. Con ciò non
voglio dire che convinca in pieno. Niente di nuovo nell'impianto visivo
appartenente oramai alla consuetudine, non soltanto tedesca: scenografia
neutra, tre pareti bianche con variazioni quando si abbassano, manifestano
finestre, ecc., e i soliti costumi modernoidi tutti neri o tutti bianchi,
palandrane un po' fruste e bombette per i dignitari, elmetti a scodella
e bermuda tipo Grande Guerra per i militari, il giovane sovrano in abito
a tre pezzi avorio stile coloniale, il suo avversario e cugino Bolingbroke
con cranio rasato, faccione spalmato di biacca e un ridicolo pizzetto.
E' proprio in questo Bolingbroke pagliaccio un po' sinistro che la lettura
di Peymann sembra semplificare il testo, Shakespeare come è noto
non prende mai le parti di nessuno, e per quanto usurpatore il cugino
di Riccardo, che ha subito gravi torti, è pur sempre un uomo molto
popolare, e tutt'altro che privo di dubbi - ricomparirà come il
tormentato, complesso Enrico IV in altri due drammi molto famosi. La
regia assegna invece ogni spessore a Riccardo, magnificamente interpretato
dall'atletico Michael Maertens: all'inizio ragazzo apparentemente frivolo
e capriccioso, benché impegnato nella sistematica eliminazione
dei suoi invadenti zii, poi scioccato dalla deposizione fino a diventare
eloquente esaminatore di se stesso e della caducità delle umane
sorti. Il suo contraltare Bolingbroke è soltanto il fantoccione
che dicevo, schematico come gli altri personaggi, tra i quali il duca
di York, altro zio di Riccardo che prima gli è fedele poi passa
al nemico, si carica in questa riduzione di tratti di più comprimari
fino a diventare egli stesso l'assassino del sovrano incarcerato.
L'altra principale libertà della versione affidata al poeta Thomas
Brasch e ricca di rime e assonanze preziose avviene nella scena del verziere,
quando la regina apprende della deposizione del marito dai discorsi di
due lavoranti, i quali paragonano il regno a un giardino che va curato
con metodo. Con teutonica grevezza qui Peymann ha deciso di mettere un
po' di comicità, e i giardinieri innaffiano con la pompa tanto
se stessi quanto la povera Isabella, costretta a rotolarsi nel fango
(come accade quando non sono previsti sedili, per cambiare posizione
gli attori devono buttarsi per terra). Più efficacemente, l'immondizia
che il popolo getta sul re deposto è mostrata come palle di mota
o peggio che volano a spiaccicarsi sulle candide pareti; e lo specchio
che provoca la prima e più commovente autoanalisi del sovrano
si infrange coprendo il palcoscenico di detriti.
Alla fine dei conflitti la scena è diventata una discarica: l'Inghilterra
emerge dalla guerra civile massacrata, e i tecnici avranno un gran lavoro
a ripulire il tutto. Due ore e mezza con l'intervallo, soprattitoli puntuali,
pubblico non fittissimo ma attento, che applaude con lo stesso calore
con cui aveva salutato, prima dell'inizio, Paolo Poli sacrosanto vincitore
del 50° premio Renato Simoni per la fedeltà al teatro di prosa.
Masolino D'Amico
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Il Giornale, 10 luglio 2007
Attorno al biliardo si consuma la follia del potere
La scena dove Claus Peymann ambienta la tragedia del sovrano più ambiguo e problematico di Shakespeare, quel Riccardo II che spodestato dal cugino Bolingbroke finì assassinato a colpi d’ascia nel truce maniero di Pomfret, non è la sala d’udienza di una reggia medievale né tantomeno lo spalto scosceso di quel castello in rovina dove, prima dell’abdicazione, si consumò il destino di un re incoronato bambino e giustiziato al compimento del trentatreesimo anno d’età. Ma una sorta di latteo imbuto che affonda tra due pareti ad angolo acuto scoprendo, sul fondo, un’apertura a iride.
È là, in quel rettangolo privilegiato, che i nobiluomini gozzovigliano in candida tenuta da junker attorno a un gran tavolo da biliardo. In questo spettacolo di grande suggestione figurativa, che ricorda nella composizione dei gruppi e negli accenti secchi e taglienti della recitazione il grande Riccardo III che lo stesso regista montò vent’anni fa al Burgtheater di Vienna, i costumi volutamente impersonali nel taglio e nel colore sono di matrice vagamente contemporanea.
Stagliandosi come inquietanti segnali di minaccia ogni volta che, agìti dagli interpreti, macchiano le paratie dello spazio scenico. Che, ben lontano dal figurare un luogo neutro di pura convenzione, assume valenza di orrido luogo chiuso da cui è impossibile evadere come accade nei desolati apologhi di Beckett. A cui si richiama, tra l’altro, il magnifico inizio dell’arrivo di Gaunt duca di Lancaster, grande invalido abbarbicato su una sedia a rotelle che sogguarda maligno il pubblico peggio di Hamm in Finale di partita.
Ci troviamo quindi, a detta del regista, in una situazione dannata a priori dove qualsiasi congiura determina, fin dal suo apparire, uno spiazzamento continuo delle parti in causa con bruschi passaggi dall’uno all’altro schieramento destinati a non placarsi neppure alla stretta finale che vede il trionfo dell’usurpatore.
Il quale, si direbbe contagiato dal profetico assolo del re detronizzato splendidamente incarnato da Michael Maertens nel grande monologo in cui Riccardo chiede ai suoi carnefici uno specchio per contemplare la propria dissoluzione, non può che tristemente ripiegare su se stesso come coloro che, su un pianeta ridotto a deserto, attendono l’impossibile arrivo di un deus-ex-machina di nome Godot.
Enrico Groppali
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