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Revolutionary road
di Sam Mendes
con Kate Winslet, Leonardo Di Caprio, Kathy Bates (Usa, 2008)
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L'Unità, 6 febbraio 2009
La prima volta di Leo Di Caprio e Kate Winslet finì con una grande prova d’amore inzuppata nell’Oceano: lui le cede l’unica àncora di salvezza per scampate al più colossale disastro marino che si ricordi. Titanic fu l’ultimo vero ruggito di Hollywood a livello planetario, modesto ma coraggioso kolossal di James Cameron regista-montatore-produttore. Numeri noti: l’incasso migliore della storia del cinema, 11 Oscar, il tormentone di Celin Dion e una coppia entrata nell’immaginario. Era il 1997. A dispetto di una notorietà planetaria, i due attori si sono poi concessi con parsimonia, scegliendo spesso produzioni minori e ruoli difficili. Alla reunion con anniversario tondo ha messo il sigillo Sam Mendes con Revolutionary Road, dove quei due ragazzini a un tratto si ritrovano adulti, sposati, infelici. Tre film alle spalle e un matrimonio con la Winslet, il regista Usa è stato un prodigioso esordiente da Oscar con American Beauty, in cui spiava stravaganze dietro le quattro mura, poi epico con Era mio padre, regalandoci l’ultimo ruolo di Paul “occhi di ghiaccio” Newman e infine biografo di un ex Marine nella prima guerra del Golfo con Jarhead. Revolutionary Road è una storia coniugale nei favolosi ’50 americani dolorosa, amara, che lascia scossi perché traumaticamente irrisolta, una sorta di urlo soffocato, di porta sbattuta.
La vicenda è tratta dal romanzo di Richard Yates che in 50 anni non ha perso acutezza, con estimatori illustri come Tennesse Williams, risoluto nel definirlo un capolavoro. Potrete farvi un’idea nella lussuosa edizione di minimum fax (pp. 457, 18 euro) con diversi extra e un saggio dello stesso Yates che rivela il suo amore per “Il Grande Gatsby” e Fitzgerald. Non poteva essere altrimenti. Infatti riassumeva il tema del suo lavoro con una massima amara e vagamente fatalista: “La maggioranza degli essere umani è inesorabilmente sola e affoga di bugie le proprie tragedie”. E sì che anche lui aveva ingoiato i suoi rospi: finito in Francia con la moglie vivendo di una pensione da invalido di guerra per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, pubblicherà questo romanzo d’esordio a 36nne. Esaltato dalla critica ma snobbato dai lettori, dovette trovarsi un “lavoro”, finendo a scrivere discorsi per Bob Kennedy ministro della Giustizia. Ce lo immaginiamo emulo ma meno mondano di Fitzgerald, altrettanto tagliente nelle diagnosi degli abissi dietro i bicchieri dei cocktail e le tendine delle casette col prato. La sua prosa scorrevole e rivelatrice ha una chiara prospettiva da cinema, grande amore e perfetto nascondiglio adolescenziale. La giovane coppia dei Wheeler, che collocata nel microsistema dei sobborghi cittadini, è seduta su una bomba inesplosa che qualche decisione potrebbe innescare, ed è il dilemma tra la prospettiva di una soddisfazione a portata di mano perché preconfezionata da un tipico way of life o di una tribolata ricerca della formula per la felicità. Materia scomoda e misteriosa finemente tratteggiata, tanto da rendere più semplice (ma comunque affascinante) la messa in scena di Sam Mendes e lo sceneggiatore Justin Haythe, fotografata con precisione da Roger Deakins, operatore fidato dei fratelli Cohen.
La parte più sfuggente del romanzo e del film è la messa a fuoco di quello speciale “luccichio”, di quel plus che la gente notava in Frank ed April, giovani, belli, interessanti, “diversi” dal solito. Una condizione che all’inizio conforta la coppia costretta a certi conformismi ma che poi pian piano si trasforma in pulsione schizzofrenica quando viene ingoiato dalla ordinarietà, soffocato, reso innocuo. Così se Frank, 30 anni, odia il suo lavoro pagato bene e lo lascerebbe (ma non riesce a farlo), April è il detonatore dello scontento: attraente, acuta, aveva sognato di fare l’attrice e si ritrova a governare una casa e due figli e tollerare amici e vicini. È lei che propone di trasferirsi tutti a Parigi, andando a riprendersi quel senso di libertà non assopito, rinverdire le promesse di una giovinezza ancora fresca. Un passo che elettrizza e spaventa Frank, oscillante tra entusiasmi e ritrosie, tanto da lasciare April in quel limbo in cui sente di “non riuscire a partire e non riuscire più a stare”. Il cuore del dramma è appunto questo senso di rivoluzione promessa, la “prigionia” in una casetta in Revolutionary Road. Golden Globe (e possibile Oscar) meritato per Kate Winslet, così intensa, attraente e dolorosa a un tempo da trascinarsi dietro un Leo Di Caprio molto ispirato. Le geometrie pulite di Sam Mendes puntano su interni e piccoli spazi, per rendere anche fisica la “claustrofobia” di April. Aiuta una colonna sonora ridondante e ripetitiva come certi periodi della vita. Grandissimo ruolo per Michael Shannon, il figlio un po’ tocco della vicina Kathy Bates: lancia le sue bombe verbali, impressiona la coppia per la sua cruda lucidità e poi se ne ritorna in manicomio.
Pasquale Colizzi
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Panorama, n. 6 2009
Noia coniugale anni Cinquanta
In questo caso il vero effetto speciale è l'assoluta, cristallina classicità: bastano una chiazza di sangue che s'allarga sul tappeto candido, un carrello all'indietro, la luce vivida che delinea i contorni netti della bella casa nel quartiere residenziale ad annunciare, e chiudere, il dramma. Anni Cinquanta, la bella coppia formata da Kate Winslet e Leonardo DiCaprio si incista nella routine dopo un fidanzamento colmo di sogni e speranze. Fra devastanti litigi (mai così veri al cinema) e soffocate tristezze, lei non si arrende al disamore e convince il marito a lasciare tutto per Parigi, sfidando l'incomprensione del vicinato conformista. Lui pare accettare, ma un'opportunità di carriera lo fa recedere. Piccole follie quotidiane oltre la siepe, prati ben rasati, moderne cucine dove risuonano silenzi-assensi, beneducati preludi all'odio. DiCaprio e Winslet sono carichi di brutale risentimento e sui loro volti i sentimenti contrastanti fluiscono rapidi, mobilissimi, ambigui. Spaventevole ma vero, il vicino disturbato Michael Shannon (candidato all'Oscar) che, durante le rituali visite di cortesia, disvela l'infelicità di lei e la codardia dello sposo. Chi accusa i film di «accademica inutilità» evidentemente non ha mai riposto sogni nel cassetto o forse non ne ha mai avuti. Sfrutti almeno l'occasione per rileggere lo splendido romanzo misconosciuto di Richard Yates da cui è tratto.
Piera Detassis
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Corriere della Sera, 6 febbraio 2009
DiCaprio-Winslet in una stagione d' oro
Resuscitati maturati dalle acque del Titanic, DiCaprio e la Winslet, quest' ultima in una stagione d' oro (vedi The Reader) ci riprovano, ad amarsi un po' , in questo magico film che Sam Mendes, come un prequel di American Beauty, ha tratto dal romanzo bellissimo di Richard Yates (Minimum Fax). Piccola borghesia americana, metà ' 50, con tentativi di evasione per lavoro, amore, cultura (Parigi, Parigi) che andranno inevasi: l' indirizzo può essere rivoluzionario ma si scontra contro la family life e una società non facile a dare deroghe dall' omologazione. Recitato con sensibilità grande non solo dalle due star, mai così poco star, ma dai comprimari magnifici (Kathy Bates e il «nominato» Michael Shannon, classico matto che dice verità) il film possiede un gusto, una verità umana, una luce teatrale di qualità che solo i cinefili duri puri e ciechi non vedono. (m. po.) voto 8,5
Maurizio Porro
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Il Mattino, 31 gennaio 2009
I sogni infranti dell'America
Un melodramma sommesso e sconsolato, recitato sublimamente e adatto a un pubblico interessato ai ricami sociali e psicologici: in «Revolutionary Road» (tratto da un romanzo del '61 di R. Yates) Sam Mendes approfondisce il percorso iniziato con «American Beauty» e mirato a storicizzare una visione dell'«american way of life» senza bisogno di ricorrere a messaggi declamatori sul piano politico o morale. Rispetto al capolavoro precedente, il film perde un po' di slancio beffardo e di calore emotivo; guadagnando, però, in termini di pathos lirico e nichilismo esistenziale. Frank e April passano dalla condizione di appassionati innamorati a quella di sposini, felicemente installati in una delle tipiche casette della ridente provincia newyorkese. Le aspirazioni della giovinezza, corroborate da personalità tutt'altro che conformiste o stereotipate, sembrerebbero a portata di mano: peccato che la nascita dei figli, la rinuncia progressiva agli obiettivi più esaltanti, l'aridità del contesto sociale e lo squallido trantran delle incomprensioni, liti e tradimenti porteranno invece marito e moglie nel fatale imbuto dell'odio reciproco. Il primo aspetto - forse quello decisivo - da sottolineare è la bravura commovente, trascinante dei protagonisti: Kate Winslet, attrice un po' sottovalutata dal grande pubblico, merita cento volte l'Oscar a cui è candidata; Leo DiCaprio, attore molto sottovalutato dal pubblico «intellettuale», è alla sua altezza, anche se fa tristezza vederlo imbolsito e come opacizzato rispetto alla luminosità delle incarnazioni adolescenziali. Un altro precedente da cinéfili è «Lontano dal Paradiso» (Todd Haynes, 2002), ma in questo caso il riferimento ai repressi melodrammi anni Cinquanta di Vidor, Sirk o Minnelli risulta meno filologico e più urgente, legato com'è a uno spaesamento che non può non riferirsi all'indelebile ferita dell'11 settembre. Tuttavia la forza del film scaturisce proprio dal motore stilistico di un genere tanto duraturo quanto denigrato: il melodramma si confonde con il linguaggio stesso del cinema in quanto fondato sul meccanismo dell'irreversibilità del tempo, della perdita del passato. Mendes, inoltre, smonta ancora una volta il mito della «terra dei sogni», ma nello stesso tempo aderisce profondamente, mirabilmente all'iconografia e allo spirito americani. Non si tratta, in effetti, di sbeffeggiare casalinghe disperate o impiegati frustrati; bensì di fare scorgere, come in un prezioso specchio fluttuante, dove può condurci la rinuncia a lottare con le unghie e con i denti per raggiungere ciò che abbiamo sempre sognato.
Valerio Caprara
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Il Messaggero, 30 gennaio 2009
Winslet, l'incubo americano
inizia negli anni Cinquanta
Autopsia del sogno americano, questo cadavere così sexy che il cinema non finisce più di sezionarlo. A celebrare i funerali ci sono invitati di classe: i due divi di Titanic, Kate Winslet e Leonardo Di Caprio; uno stuolo di caratteristi geniali; e Sam Mendes, regista di American Beauty, del quale Revolutionary Road è quasi un impossibile "premake" anni 50.
Come molti giovani di bell'aspetto e grandi ambizioni, i coniugi Wheeler si sentono destinati a qualcosa di grande. Quando si conoscono lei studia da attrice, lui ancora non sa a cosa dedicarsi, ma sarà qualcosa di speciale. Pochi anni dopo eccoli arenati in una di quelle villette suburbane tutte uguali che dilagavano negli Usa anni 50. Sono ormai uguali a molti loro coetanei, ma sono ancora certi di valere ben altro. Lei non recita più, lui è impiegato in una grande azienda e sogna qualcosa di meglio, ma non sa cosa. Hanno pure due figli, e dei vicini che sono una caricatura della loro mediocrità. Ma tanta infelicità dipende anzitutto da loro stessi, da un non sapersi accettare che avrà esiti tragici. Anche se come scrive ironicamente Richard Yates nel romanzo da cui è tratto, un classico Usa anni 60 (appena riedito da minimum fax) «il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia...».
Visivamente il film è gelido e seducente, una sinfonia di beige e di grigi che tuffa le mani nell'iconografia del decennio, pendolari tutti uguali con cappotto e 24 ore, uffici open space che sono un invito a nozze per un regista teatrale come Mendes, magnifico nelle scene d'insieme (i vicini, i colleghi, la segretaria ingenua), ma meno incisivo nei frequenti e strazianti litigi di coppia, per cui ci vorrebbe la secchezza crudele di Bergman.
Il meglio è nel montaggio che affronta a colpi d'ascia psicologie e cronologia, e in certi personaggi di contorno. Su cui svettano l'invadente Kathy Bates, agente immobiliare nonché agente del Destino;e soprattutto Michael Shannon nei panni defiglio pazzo che grida verità sgradevoli e ogni volta che appare si ruba il film. Per una volta i giurati dell'Oscar hanno visto giusto candidando lui, e non i protagonisti. Se non glielo danno, c'è da fare davvero la rivoluzione.
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 30 gennaio 2009
Kate & Leo alla deriva
Kate Winslet è così brava, in Revolutionary Road diretto da suo marito Sam Mendes quanto nell'imminente The Reader di Stephen Dandry, che non premiarla quest'anno con l'Oscar sarebbe una vera ingiustizia. Pure il film è ben riuscito e affascinante, anche se ammorbidisce il romanzo di Richard Yates da cui è tratto, smussandone la critica forte alla borghesia americana provinciale. Quanto al protagonista Leo DiCaprio, a 34 anni è diventato pesante, grande e grosso, con la faccia opaca, perdendo tutto lo charme che aveva da ragazzo; magari è un momento, un periodo fisicamente negativo; comunque, è bravissimo.
Nel film (il titolo sarcastico è l'indirizzo dei protagonisti) sono moglie e marito: giovani, innamorati, eleganti, abitano per necessità in una cittadina del Connecticut. Lui lavora in un'azienda, fa il pendolare con la città. Lei si occupa dei due bambini, della bella casa, frequenta amici e vicini mediocri. Come tutti. Non ne possono più. Considerandosi più brillanti degli altri, più giustamente aspiranti a una vita interessante e non ripetitiva, si sentono frustrati, scontenti. Specialmente lei, con la forza delle donne, non riesce ad accettare un'esistenza monotona e comune, tanto contraddittoria rispetto ai loro desideri più giovanili, tanto vicina al conformismo di tutti. Convince lui a trasferirsi a Parigi, città d'ogni speranza e sogno americano; ma al progetto si sostituisce una tragedia.
I momenti più alti di «Revolutionary Road», metafora dello iato che sempre separa ideali e certezze dell'adolescenza dai ripiegamenti dell'età adulta, sono quelli dei litigi e degli amori coniugali, aggressivi come la giovinezza dei protagonisti, raccontati con energia e sensualità. Il film è ambientato nel 1955, quando ogni gesto fuori dal comune pareva una rivolta: la singolare luce in cui è immerso ne accentua la lontananza, eppure è molto contemporaneo il tormento di chi è stato certo d'essere diverso e migliore di tutti e si ritrova a fare i conti con la propria banalità. La ricostruzione d'ambiente è impeccabile, e a volte fa venire da piangere.
Lietta Tornabuoni
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