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Resident Evil: Extinction
di Russell Mulcahy
con: Milla Jovovich, Oded Fehr, Ali Larter, Iain Glen
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Il Giornale, 29 settembre 2007
A volte ritornano: son di nuovo gli zombi i cattivi contro i quali nei film tutto, ma proprio tutto è permesso. Dopo la prima fiammata, scaturita nel 1968 da La notte dei morti viventi di George Romero, uno che aveva letto Lovecraft, questo sottofilone dell'orrore s'era estinto. Comprensibilmente: sebbene ghiotti di carne viva, gli zombi non erano una minaccia credibile per una società nichilista e tecnocratica: che valore avevano per essa cadaveri ambulanti, carcasse decomposte, Lazzari senza un Gesù, capaci solo di emettere suoni inarticolati?
Negli ultimi anni gli sceneggiatori hanno dunque violato le regole del gioco per riesumarli (è il caso di dirlo). Avevano già fatto lo stesso con gli avi degli zombi, i vampiri, rendendoli prima immuni all'aglio, poi indifferenti al sole, tolleranti alle pallottole d'argento e ai paletti di legno nel cuore, solo disgustati dai crocefissi, infine addirittura de-vampirizzabili.
Per l'andatura originaria degli zombi, Romero si era ispirato agli eroinomani vaganti nelle strade degli Stati Uniti. Ma non aveva dato indicazioni precise sulla causa della zombaggine: verso la fine del suo film, una radio accennava a una sonda tornata da Marte. Ora la droga più diffusa è la cocaina. Ed ecco gli zombi diventare più veloci dei vivi. Hanno esordito con scatti brucianti ne L'alba dei morti viventi di Zack Snider; sullo slancio hanno proseguito con L'alba dei morti dementi di Edgar Wright.
Da ieri, 28 settimane dopo di Juan Carlo Fresnadillo, séguito di 28 giorni dopo di Danny Boyle, si è allineato: l'atletico Robert Carlyle deve mettercela tutta - lasciando indietro la moglie - per sottrarsi ai morsi. Sempre da ieri, Grindhouse - Planet Terror di Robert Rodriguez offre zombi dall'aria meno in salute, ma di due tipi: quello che soffre di zombaggine per contaminazione da guerra biologica e chimica, condotta in Afghanistan; e quello per contaminazione dal loro morso. I primi possono arginare il male, se inalano un certo gas, ma si decompongono rapidamente, se ne sono privi; i secondi no: mordono e basta, ma passano dalla vita alla zombaggine senza morire, proprio come i primi.
Sempre ieri è uscito negli Stati Uniti (il 12 ottobre uscirà in Italia) un altro film di zombi, Resident Evil: Extinction di Russell Mulcahy, dove Milla Jovovich - reduce dall'apocalisse di Resident Evil: Apocalypse di Alexander Witt - è diretta con un gruppo di superstiti dalla California in Alaska, attraversando a piedi un deserto, presentato per quello del Nevada, ma si vede il cartello «Attenti ai canguri»! Si noti: il film è di coproduzione anche australiana... Comunque, canguri o coyote che siano sullo sfondo, si è posta a Mulcahy la questione del passo degli zombi, perché una banda di morti viventi arrancanti nella sabbia dietro la piè veloce Milla non avrebbe emozionato nessuno.
I dettagli truculenti e podistici della zombaggine nuovamente dilagante celano una questione più seria: perché ritornano? Perché ogni film ha bisogno di un cattivo e, quando si individua un cattivo che attira (il cattivo non stucca come il buono), lo si sfrutta o lo si ri-sfrutta fino in fondo. Nel secolo e passa di storia del cinema occidentale di fede hollywoodiana, si sono succeduti nel ruolo del cattivo - oltre a belve varie d'ogni era, a cominciare dai tirannosauri e dai velociraptor - cannibali e pellerossa, messicani e indios, tedeschi e giapponesi, russi e cinesi, vietcong e arabi, criminali e poliziotti, maniaci sessuali e adultere possessive. Ma quasi tutte queste categorie avevano e hanno una parte di pubblico (un miliardo e mezzo nel caso dei cinesi) che s'identifica con loro, dunque si schiera dalla loro parte. Causa l'ancora buona tenuta delle fosse, dei loculi, oltre che dei colombari, gli zombi non hanno ancora chi s'identifichi con loro, dunque manca chi denunci le continue manifestazioni d'antizombismo.
Per ora il pubblico giovanile - quello senza un lavoro, se non interinale - può quindi divertirsi nel vedere esplodere i morti viventi, forse cogliendo in loro, in questi adulti bestialmente affamati, i garantiti di oggi, i vivi (un giorno) morenti.
Maurizio Cabona
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L'Espresso, 19 ottobre 2007
Milla bella e crudele
La terza puntata della trilogia 'Resident Evil: Extinction' è troppo
efficace per non spaventare. E la Jovovich, bella e forte, è non
solo una bellissima guerriera ma quasi una Mater Dolorosa
Milla Jovovich
in 'Resident Evil: Extinction'
Las Vegas dopo la catastrofe è un deserto senza oasi, senza una
foglia né una goccia d'acqua, disseminato dei resti di copie della
civiltà estinta (la Statua della Libertà, la Tour Eiffel,
il ponte di Rialto), attraversato da una carovana di sopravvissuti cenciosi
in cerca di rifugio scortata dalla bellissima guerriera Milla Jovovich
maestra d'armi da fuoco e da taglio. I nemici ai quali i sopravvissuti
cercano di sottrarsi sono zombi cannibali putrefatti e diffusori d'un
morbo letale uniti nella Umbrella Corporation, gente che abita un universo
sotterraneo postmoderno. Guerre e conflitti sono perenni, sanguinosi.
Lo sapevamo, abbiamo già visto tutto in tanti film di fanta-apocalisse,
belli oppure no. Ma oggi il destino del nostro pianeta arido e rovente,
semisepolto dalla sabbia, è troppo vicino, scientificamente troppo
annunciato dagli studiosi del clima; la desertificazione della Terra è considerata
troppo probabile. E il film è troppo efficace per non spaventare:
tanto più che le scenografie dell'Oscar Ernesto Caballero sono
ammirevoli.
'Resident Evil: Extinction' di Russell Mulcahy è la terza puntata
dell'unica trilogia derivata da un videogame giapponese della Capcom,
d'una saga futuristica allarmante. È interessante che nei tre
film restino uguali la situazione, i pericoli, la catastrofe, che il
fascino sia dovuto alla ripetitività e alla attrazione verso il
disastro. O magari è Milla Jovovich, bella e snella, combattente
e forte, crudele e provvida, ad attrarre: come una Mater Dolorosa più che
come un'invincibile guardia del corpo
Lietta Tornabuoni
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Corriere della Sera, 12 ottobre 2007
Scatenata Milla Jovovich nel maneggiare armi da fuoco e da taglio
Il minaccioso effetto serra fa più paura degli zombie
Chi si sarebbe aspettato una qualsiasi sorpresa andando a vedere Resident
Evil: Extinction? Ovvero un film che Variety, sempre pronta a coniare
neologismi, definisce «threequel», cioè terzo nella «sequel» inaugurata
da Resident Evil (2000) e Resident Evil: Apocalypse (2004), con una
Milla Jovovich scatenata nel maneggiare armi da fuoco e da taglio contro
l' orda degli zombi cannibali. Siamo ancora sulla falsariga di un fortunato
videogame della Capcom giapponese apparso negli anni ' 90, ma il contesto è quello
di un pianeta arido e desolato, sommerso dalla sabbia e dai detriti,
pressoché invivibile per i pochi scampati della razza umana.
Seguiamo le vicende di un dissestato convoglio di automezzi in affannosa
fuga sulle strade semicancellate dal Nevada all' Alaska (è il
Messico che provvede gli scenari naturali), fra incursioni di umani,
subumani e pennuti alla Hitchcock. Ma com' è che oltre questa
paccottiglia di repertorio a un certo punto scatta nello spettatore
la molla di una paura autentica? Non è certo paura dei cadaveri
ambulanti con cui familiarizziamo da quel lontano ' 68 di La notte
dei morti viventi di George A. Romero, oggi venerato maestro dell'
horror e all' epoca un carneade che i distributori nostrani (temendo
che il film fosse scambiato per un sottoprodotto autarchico) ribattezzarono
Kramer all' uso dello spaghetti western. Per inciso, proprio Romero
doveva dirigere l' originario Resident Evil prima che l' autore e produttore
Paul W.S. Anderson ne avocasse anche la regìa, passata in seguito
a Alexander Witt e ora all' esperto Russell Mulcahy. Decomposti e putrefatti,
ululanti e feroci, gli zombi continuano a fare schifo, ma non spaventano
nessuno; né spaventa la congiura dei pazzi, una congrega di
untori dell' Umbrella Corporation propagatori del morbo fatale. Neppure
gli scorci apocalittici sono una novità, quella finta Statue
of Liberty incastrata fra le rovine di Las Vegas evoca quella vera
che Charlton Heston scopriva abbattuta nel finale di Il pianeta delle
scimmie. Ma nel ' 68 si poteva ancora guardare alla fantascienza come
al regno delle favole, vezzo che stancamente sopravvive, come prova
il fatto che nella trilogia la protagonista è stata battezzata
Alice, come quella del Paese delle meraviglie. Il guaio è che
guardando queste immagini il pensiero non vola certo alle bizzarre
fantasie di Lewis Carrol, ma a ciò che leggiamo sui giornali
o vediamo in televisione. Ovvero un mondo sull' orlo di pericolose
mutazioni in cui l' inarrestabile crescita del calore producendo lo
scioglimento dei ghiacci polari provocherà la progressiva sparizione
delle coste basse, mentre alla desertificazione di larghe zone si contrapporranno
piaghe di portata biblica, uragani, inondazioni, terremoti. Il tutto
in un proliferare di sanguinosi conflitti senza fine. Ciò che
resta di Las Vegas nell' ipotesi dell' architetto Eugenio Caballero
(Oscar per Il labirinto del fauno), geniale anche nell' immaginare
i postmoderni meandri sotterranei del Male, sono le rovine della civiltà occidentale
evocata in mezzo alle vestigia dei non più rutilanti casinò dalle
copie di alcuni celebri monumenti, dal Ponte di Rialto alla Tour Eiffel.
Ed ecco dove scatta la paura: sull' allarmata sensazione che per ciò che
riguarda le condizioni di vita nel nostro pianeta stiamo avvicinandoci
alla morte della fantascienza. Presto o tardi la fantasia diventerà cronaca:
i desolati panorami che vediamo sullo schermo potrebbero albergare
in futuro i nipoti dei nipoti. Diamo tempo all' ignoranza e alle forze
del male, facciamo finta che il problema non esiste e il mondo finirà;
ma intanto nei talk shows delle televisioni continueranno a «parlare
dell' Elefante», come diceva Longanesi alludendo all' abitudine
di trascurare gli argomenti seri privilegiando quelli fatui, finché il
tetto dello studio gli cadrà sulla testa.
Tullio Kezich
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Il Messaggero, 13 ottobre 2007
E riecco gli zombi. I mostri più presenzialisti in video dopo
i politici italiani. Dopo "Planet Terror" e dopo "28 settimane
dopo" il non-morto continua a farsi vivo in Resident Evil: Exctintion
di Russell Mulcahy, visionario importante degli '80 ("Highlander",
videoclip "Wild Boys" dei Duran Duran) a sua volta non estinto
nonostante avesse toccato il fondo con l'horror "Talos, l'ombra
del faraone" (1998). In questo terzo adattamento dal videogame per
playstation (in fondo se gli zombi sono tornati al cinema lo dobbiamo
al successo del primo "Resident Evil" nel 2002) troviamo ancora
la protagonista Alice (Milla Jovovich) che, in uno scenario postatomico,
arriva tra le rovine di Las Vegas con l'obiettivo di distruggere l'Umbrella
Corporation, ovvero la causa del propagare del virus che ha reso il mondo
zombi. Tocchi western (cinturoni, trench, polvere, città fantasma)
e richiami alle lame orientali con la Jovovich abilissima ad usare due
macheti. Meglio del secondo ma complessivamente pretenzioso, confuso,
poco spaventoso e degno di essere la chiusa della saga che ha reinventato
la Jovovich come donna d'azione. Seconda negli incassi solo alla Angelina
Jolie di "Tomb Raider".
(f.alò)
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