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Rendition
di Gavin Hood
con Jake Gyllenhaal, Meryl Streep, Reese Whiterspoon (Usa, 2007)
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Panorama, n. 10 2008
Polizia sotto accusa
Il grande pregio del film di Gavin Hood, il sudafricano premio Oscar per Tsotsi, è quello d'avere portato in primo piano il termine Rendition (o meglio extraordinary rendition), cioè i rapimenti organizzati dal governo Usa, specie dopo l'11 settembre, di cittadini sospetti trasferiti poi in prigioni segrete oltreoceano. La storia, interpretata da Reese Witherspoon, moglie americana del rapito Anwar el-Ibrahimi, e Jake Gyllenhaal, osservatore Cia che assiste al violento interrogatorio del sospetto, punta a spettacolarizzare la denuncia. Tra Washington e Il Cairo, flashback e premonizioni aggiungono sfaccettature: la figlia del poliziotto innamorata del kamikaze fondamentalista, l'assistente del senatore un tempo innamorato di Reese, la gelida Meryl Streep che ordina la «rendition» e pronuncia una frase chiave: «Settemila persone sono vive nel centro di Londra grazie a questa pratica che ha sventato l'attentato. E lei si indigna per un solo uomo, suo marito». Il dubbio risalta prepotente. La regia di Hood è tesa, le digressioni in eccesso e l'intento civile molto forte, ma al lieto fine non si crede. Quando si esagera nello sforzo di affidare a ogni personaggio una porzione di verità, si finisce nell'artificio. E Hood sconta il suo passaggio a Hollywood.
Piera Detassis
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La Repubblica, 29 febbraio 2008
Quando la "rendition"
diventa spettacolo
Sempre più spesso, il cinema americano mette in scena i conflitti dell'era Bush: a volte con sincero spirito autocritico, in altri casi ricorrendovi come a una risorsa garantita per fare spettacolo. A rappresentare i due estremi basterebbero "Standard Operating Procedure", il documentario di Errol Morris su Abu Ghraib non ancora arrivato in Italia, e Rendition, il cui titolo allude alle "extraordinary rendition": il rapimento di persone potenzialmente pericolose per la sicurezza, rinchiuse in carceri segrete fuori del territorio Usa e torturate.
Cittadino americano di origine egiziana, Anwar El-Ibrahimi si volatilizza durante un viaggio aereo tra Città del Capo e Washington. È ingegnere chimico e come tale (ma non soltanto) sospetto della progettazione di ordigni per attentati terroristici. Mentre Isabella (Reese Witherspoon), moglie in dolce attesa, chiede aiuto a un antico compagno di studi, attuale assistente di un senatore, facciamo conoscenza con una piccola folla di altri personaggi: l'agente della Cia Freeman (Jake Gyllenhaal), sull'orlo di una crisi di coscienza per le brutalità di cui è stato testimone in una prigione segreta del Nordafrica; la signora Whitman (Meryl Streep), duro capo dell'agenzia; Abasi Fawal, capo dei torturatori con problemi di famiglia: sua figlia, l'adolescente Fatima, è innamorata di un giovanissimo jihadista.
Lontano dall'indignazione senza compromessi di "Redacted", il film di Brian DePalma che vedremo tra poco, o dallo zelo didascalico del Robert Redford di "Leoni per agnelli", quello di Gavin Hood è un dramma pensato soprattutto in funzione spettacolare, con in più il benefit implicito di una patina d'"impegno". La morale, elementare, si può sintetizzare in una formula: i giovani sono buoni, i più anziani no. Anche la direzione del regista sudafricano, cooptato da Hollywood dopo l'Oscar al migliore film straniero per "Tsotsi", è saggia, tradizionale e non turba le abitudini del pubblico (confronta ancora, a contrario, il film di DePalma).
C'è però una caratteristica piuttosto sorprendente, che rende il film meno ovvio di quanto i detrattori vogliano ammettere; e si colloca sul piano delle strategie narrative. Tutto il racconto gravita, infatti, intorno a un attentato dinamitardo nella piazza di una città nordafricana. La pratica del film a molti personaggi, con episodi convergenti e diversi punti di vista, quasi inflazionata nel cinema più recente, ci ha abituati a pensare che i vari fatti avvengano in contemporanea.
La sceneggiatura di Kelley Sane, invece, spariglia le nostre presupposizioni di spettatori abituati a dare pigramente per scontato ciò che non lo è. Meglio non aggiungere altro: i più smaliziati drizzino le antenne sui "tempi" narrativi del film; gli altri si godano la sorpresa. Cast assemblato senza risparmio, ma interpretazioni non entusiasmanti: se la strapagata Reese è ai minimi sindacali della tipologia "mogliettina in ambasce", Jake pare ancor più spaesato di quanto richiederebbe il ruolo.
Roberto Nepoti
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Il Manifesto, 29 febbraio 2008
Democratico e razzista
Inquietante connubio
Un altro capitolo nella famigerata storia dell'immagine degli arabi nel cinema di Hollywood. Questa volta a farne dei mostri è il regista sudafricano di «Tsotsi»
Rendition film «impegnato» sugli orrori imperiali delle prigioni segrete nel mondo, sfoggia intenzioni e attori radical, come Jake Gyllenhaal, Reese Witherspoon, Alan Arkin e Meryl Streep, ed è diretto dal bianco Gavin Hood, primo Oscar sudafricano, per Tsotsi. Roma lo volle per questo, mondanità e coraggio. Purtroppo il cinema oggi ha ora una star in più, esigente e delicata, che esprime lo sguardo, l'atteggiamento, la correttezza e credibilità di un film. Si chiama location, un tempo set, insomma il paesaggio che dovrebbe essere rispettato, non brutalizzato o strumentalizzato come se a dirigere il film fosse un plotone di marines furibondi e intossicati dalla roba e dalla propaganda.
Invece il Marocco/Tunisia, sfondo di questo dramma che vorrebbe inchiodare alle proprie responsabilità Bush jr., torturatore di presunti terroristi «islamisti», viene connotato dai movimenti di macchina, dalle luci e dalla composizione d'immagine, proprio come se fosse lui il «killer», il mostro della situazione. Il luogo giusto (in particolare El Badia, un palazzo del XVI secolo nella medina di Marrakech) «dove lavare i panni sporchi nostri come se fossero degli altri», secondo le antiche intuizioni andreottiana.
In Rendition un inesperto agente della Cia, che ha la sfortuna di entrare in servizio il giorno dopo l'11 settembre 2001, si pone invece problemi di coscienza mentre assiste alla decomposizione scientifica del corpo di un deportato, in un innominato paese esotico. È il primo thriller politico hollywoodiano sull'«extraordinary renditions», ma come altri film su Iraq e guerra permanente, non sfonda sul mercato. Reese Witherspoon attenderà invano all' aeroporto il ritorno da Johannesburgh del marito, che per sua sfortuna è un chimico d'origine egiziana. L'uomo salito su un aereo non è (misteriosamente) mai atterrato. In realtà lo stanno trattando come Brad Davis in Fuga di mezzanotte e come lei tratta la sua faccia per esprimere disperazione.. A Witherspoon e al giovane «analista Cia», il compito di capire non cosa è successo, ma come faranno a distogliere l'attenzione «d'immaginario» su altro: sul giovane fanatico fondamentalista che prepara in parallelo attentati alla dinamite, coinvolgendo nientepopodimeno che la fidanzata (moderna, spregiudicata, quasi americana ma ingenua) e figlia del torturatore capo? Meryl Streep, volto orribile del governo, ha un glamour maligno. L'arabo, secondo le regole New Line, non può. Anzi: e se anche il torturato, maligno, fosse colpevole?
Roberto Silvestri
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Il Messaggero, 29 febbraio 2008
Contro la totura, ma con troppo trucchi
I giovani, carini e attualmente molto occupati Jake Gyllenhaal (Donnie Darko, I segreti di Brokeback Mountain) e Reese Witherspoon (premio Oscar per Walk the Line) si ricordano dei loro inizi coraggiosi e affrontano il thriller politico per l'esordio hollywoodiano di Gavin Hood (permio Oscar per Tsotsi), uno dei tanti registi stranieri (Sudafrica) chiamati a Los Angeles per risollevare le sorti del cinema per adulti. Analista della Cia (Gyllenhaal) e moglie americana di sospetto terrorista (Reese Witherspoon) combattono uniti ma a distanza per capire cosa è successo all'imputato sospetto misteriosamente scomparso. Tema scottante per Rendition, uno dei tanti film americani del 2007 apertamente contro l'amministrazione Bush. In questo caso si contesta il diritto dell'intelligence di torturare qualsiasi sospetto di terrorismo allo scopo di ottenere informazioni. Tutto molto nobile e civile ma colpisce che rispetto al docu premio Oscar Taxi to the Dark Side, il fratello fiction Rendition sembri la copia sbiadita. Troppo simile il soggetto e troppo differenti i risultati espressivi per non pensare che ormai, su certi temi, il documentario abbia una marcia in piu' rispetto alla fiacca fiction liberal hollywoodiana.
Francesco Alò
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La Stampa, 29 febbraio 2008
Cia, che sporco affare
E' certo una trovata promuovere capo della Cia Meryl Streep, quasi sempre vestita di colori pastello e dotata di una compostezza da serpente, ma il film è più interessante e forte (non più bello) di così. Sceso dall'aereo per tornare a casa, un ingegnere chimico egiziano che da vent'anni vive negli Stati Uniti, che ha cittadinanza americana, lavoro universitario americano, moglie bionda americana in attesa del secondo figlio, viene rapito. Lo prendono, lo incatenano, lo incappucciano, non gli rivolgono la parola, non rispondono alle sue domande, non gli concedono avvocati né una telefonata. Poi lo mettono su un aereo che vola sino a una città senza nome del Nord Africa o del Medio Oriente. Lo rinchiudono in certi sotterranei, lo interrogano ossessivamente su rapporti con terroristi che lui disperato nega. Lo torturano, e alla fine l'uomo cede.
«Rendition» significa in inglese resa. «Extraordinary Rendition» è una disposizione americana post-11 settembre 2001, che in nome dell'antiterrorismo legittima da parte dei Servizi segreti il sequestro di persone sospette, la loro detenzione e i loro interrogatori in Paesi diversi dall'America. E' il caso Abu Omar, è il caso di cui si discute in questo momento in Inghilterra. Ma nulla potrà rendere accettabile ai cittadini la tortura: ogni volta che un simile scandalo è diventato pubblico ha suscitato sdegno, proteste. Il film segue la ricerca dello scomparso compiuta con intelligenza e tenacia dalla moglie, il percorso orribile dell'uomo, e, intrecciate a queste, le storie della figlia ragazza di un capo della polizia arabo, di un ragazzo arabo terrorista: lo sforzo per conservare equilibrio è fortissimo.
Ma le scene più impressionanti sono quelle dell'esplosione assassina in una piazza e quelle della tortura cui assiste un agente americano. Il sequestrato è nudo, spogliato insieme con i suoi vestiti della sua identità, del suo decoro. Viene tenuto in un buco umido senza spazio né luce. Viene torturato picchiandolo con tubi di gomma, costringendolo a ingoiare quantità di acqua, con le scosse elettriche che gli fanno spasimare tutto il corpo. Anche l'osservatore si indigna: «Se vuoi far politica senza compromessi, iscriviti a Amnesty International», gli dicono. Amnesty International consiglia Rendition.
Lietta Tornabuoni
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