Raymonda la russa incanta Roma
Trionfa il corpo di ballo dell’Opera nel balletto tardo romantico di Petipa su musiche di Glazunov riallestito da Carla Fracci
Danza e musica sono nati insieme, intimamente connessi. Più nel concreto, balletto classico e compositori fra Otto e Novecento – epoca d’oro – si sono reciprocamente compenetrati. Anche nelle ultime espressioni, cui appartiene Raymonda, nato al Marinskij di San Pietroburgo il 1898. Marius Petipa, sommo coreografo, quasi guidò la penna di Aleksandr Glazunov nel vergare le note di quella partitura che gli avrebbe assicurato fama, e divenuta 'una delle più belle pagine di balletto che siano mai state composte': parole di Balanchine, rilettore di classici tardoromantici e suggeritore della danza moderna. Raymonda ritorna al Teatro dell’Opera di Roma, conservato per fortuna nel repertorio del Corpo di ballo ma ora riallestito con la messa a punto coreografica di Carla Fracci che 20 anni fa lo danzò da protagonista.
Resta il prodigio fine Ottocento di Petipa, restaurato sapientemente da Loris Gai e Gillian Whittingham.
Quella data, 1898, fu discrimine di una transizione che in Russia, nell’arte del balletto, guardava al passato glorioso ma si affacciava sull’avvenire. Il giovane Glazunov, nel progetto del coreografo, doveva emulare Ciaikovskij nei suoi grandi poemi danzati Bella addormentata, Lago dei cigni, Schiaccianoci. Ed egli ricorse non a una favola ma a un libretto mediocre di Lydia Pashkova che evocava l’epos delle Crociate. Raymonda, di nobile stirpe, promessa sposa di un principe paladino andato in Terra Santa, insidiata dal re saraceno, convola a giuste nozze dopo il ritorno del crociato e un duello fatale per il 'moro', grazie alle magie della Dama Bianca. Il racconto scenico elargisce spettacolari pas de deux e un contorno variegato nel quale spiccano gruppi di solisti alle prese con passi impervi di carattere. Nell’allestimento sobriamente fastoso dell’Opera il complesso di danza sfoggia una classe d’insieme, che fa degna corona ai due smaglianti danzatori ospiti, l’ucraina Oksana Kucheruk e l’inglese Robert Tewsley, accanto a Mario Marozzi, corrusco saracino. Nelle repliche si avvicende- ranno con gli interni già egregiamente emersi. Tutti nel solco di una tradizione alta. Com’è l’affresco sonoro nostalgico di Glazunov, cui manca l’ampio respiro melodico di Ciaikovskij, ma non il sentore di un Novecento diverso alle porte, rimarcato dalla direzione d’orchestra di Roberto Tolomelli. Pubblico osannante alla prima.
Toni Colotta