Bach come una moschea dai meravigliosi colori
Prima di presentarsi tale qual è, il giovane pianista iraniano Ramin Bahrami aveva già fatto irruzione nell' immaginario collettivo del pubblico. Si sa che la parola d' ordine del lancio mediatico di Ramin, era ed è la musica di Bach. Così la notizia di un bastimento carico di ben due-Bach-by-Bahrami, in arrivo alla Iuc, ha dato la sveglia agli habitué. Tutti ad aspettare il fenomeno al varco, nei due Concerti in re maggiore e re minore, dove il piano, sostenuto dagli archi, soppianta da tempo il clavicembalo, benché nel timbro e nella struttura non gli somigli affatto. E Bahrami, affiancato dal piccolo (volenteroso) organico lettone Latvian Philharmonic Chamber Orchestra, diretta da Massimo Lambertini, ha entusiasmato tutti. Che fare se il clavicembalo è per sua natura di timbro saltellante, mentre il grancoda è di suono lievigato? Niente paura. Bahrami ha rimediato sfiorando la tastiera (senza troppo affondare le dita) e via veloce, lieve, ben ritmato - quasi alla Scott Joplin - insomma, delizioso. Morale? Se Bahrami si dedica a Bach per amore di Bach, il grande Bach ricambia. A una sola condizione, che non ne faccia una questione di privilegio! Che non si ritenga un erede di Glenn Gould. Guai agli epigoni. E infatti Bahrami è riuscito a conferire al proprio Bach i colori meravigliosi di una moschea di Isfahan. E ha dimostrato di avere orecchio anche per «tutt' altro», in un bis che ammiccava a Sinatra. RAMIN BAHRAMI e la Latvian Philharmonic Chamber Orchestra alla Iuc. Concerto unico
Mya Tannenbaum