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RADICI
di Arnold Wesker
regia di Franco Enriquez
con Valeria Moriconi
TEMPO 09/03/66

Fra i maggiori Teatri Stabili, quello di Torino si distingue e si fa rispettare per un’attenzione e un’assiduità verso il repertorio nuovo – straniero, beninteso, ma è già qualcosa – che gli altri si guardano bene dal frequentare. Che poi le sue scelte siano discutibili, pazienza. Finora, esse erano, più spesso sì che no, guidate dal criterio diplomaticamente annacquato e vago, di appropriarsi i temi intesi, tanto per intenderci, all’educazione e alla maturazione del popolo sorpreso ad acquistare coscienza sociale di se stesso e cose del genere, a codesto senno di poi, riducendo, col forzarne, a vero dire le intenzioni, anche il grande Ruzzante di cui ha fatto la propria bandiera. Da quest’anno, poi, esso deve, per giunta, fare i conti con le esigenze della prima attrice dell’ex-“Compagnia dei quattro” acquistata in blocco, regista compreso, e inglobata nel suo organico.
A tali esigenze, l’ultima sua scelta risponde punto per punto. Se il giudizio su queste Radici, dovesse dipendere soltanto da ciò, dovremmo concludere che si tratta di una commedia perfetta. È la seconda giornata di una sedicente “trilogia sul proletariato”. La prima: Brodo di pollo con l’orzo fu già rappresentata in Italia dal travagliato Stabile di Bologna; la terza, la più debole: Parlo di Gerusalemme, non ha ancora trovato seguaci, ma li troverà, dovuta ad Arnold Wesker, giovane autore molto apprezzato, molto discusso e discutibile, della più recente punta drammaturgica inglese. Ebreo dell’East-End, nato in una famiglia operaia di origine ungherese, costui ha versato molto di sé nei suoi patetici, quanto ingenui, copioni: le proprie frustrazioni, una sofferenza rivoltosa che fa da schermo a contraddittori, evidenti ed umiliati ripiegamenti, un umanitario velleitarismo socialista posto sull’altalena di un sostanziale pessimismo, invano contraddetto e medicato dal cerotto di uno speranzoso ottimismo avveniristico: un semplicistico didascalismo tipo scuola serale, animato dalla disarmante buona fede di un autodidatta… e una grande confusione. Se il marxismo e i suoi problemi fossero soltanto una questione di cuore, ecco un maestro. Per poco che ci stessero a pensar su, mi sa che egli dovrebbe riuscir più pericoloso a sinistra che a destra. Mai ascoltato un j’accuse più avvilente e sfiduciato, di grettezza, volgarità, arretratezza, egoismo, indifferenza morale e stupidità mentale attribuito alla classe lavoratrice contadina, soddisfatta di conservarsi al livello della mera vita vegetativa. Se tutte le responsabilità, anzi le colpe, dell’ingiustizia sociale vengono caricate sulle spalle di chi le patisce, il socialismo sta a posto.
Cosa desidera, cosa vuole, cosa fa ’sta gente abbrutita? Con una petulanza naturalistica, ossessionante che avrebbe fatto morir d’invidia Zola e il primo O’ Neill ed entusiasmato Antoine, lavano i pavimenti, fanno il bucato, cambiano le lenzuola ai letti, muoiono alcolizzati, si lavano i piedi e se la prendono con l’artrite, unica cosa contro cui se la prendono.
Cechov, ha azzardato qualcuno. Ma, in Cechov non succede niente e succede tutto; in questo qui, succede tutto e non succede niente. Perché tanto cupo ed ingiusto squallore senza possibilità di riscatto? Perché arrivi qualcuno a gridare il suo “svegliati e canta”, col messaggio che il socialismo “è vivere, è cantare, è ballare, è appassionarsi alla vita intorno a te, e anche bisogna che te ne importi della gente e del mondo” (ombra di Carlo Marx non arrabbiarti). Questo qualcuno è una qualcuna, la quale, avendo fatto la donna di servizio a Londra, torna a casa ripetendo come un pappagallo a dei sordi ciò che ha sentito predicare dal suo fidanzato, Ronnie, cuoco progressista,  atteso in famiglia come suo futuro sposo. Ma Ronnie non viene, manda in sua vece una lettera per metterla in libertà. E allora, scocciata dalla delusione cessa di essere una rompiscatole per diventare una creatura autentica, accorgendosi di non ripetere più le parole di Ronnie, ma di usarne delle proprie, finalmente convinte e convincenti. È il momento poetico e sincero della commedia, strano che scappi fuori quando essa manifesta di più la sua retorica. Ma, del resto, tutto il suo merito sta nel ritratto di codesta fanciulla che ritrova se stessa scoprendosi una coscienza sociale, e per un teatro impegnato può bastare. Nella regia fotograficamente realistica di Franco Enriquez, Valeria Moriconi è stata calda, aggressiva ed esorbitante, vicino alla Carli, alla Innocenti, al Mastrantoni ed al Girola, eccellenti nel far apparire convenzionalmente vera una verità di convenzione. Piena di rubinetti con acqua corrente la scena del Ghiglia.

   
© Sipario 2011