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Rachel Getting Married
Rachel Getting Marriedregia Jonathan Demme
con A. Hathaway, R. DeWitt, M. Zickel, B. Irwin, A. Deavere Smith, A. George, D. Winger
 
L'Unità, 20 novembre 2008

Se Jonathan Demme diventa un regista di matrimoni

La festa di matrimonio calda, musicale e multietnica di un radical tra i cineasti Usa come Jonathan Demme non viene guastata dalle sparate di una problematica Anne Hathaway, ex modella in cura di disintossicazione, tornata a casa per la cerimonia della sorella. Rachel Getting Married era nella pattuglia dei 5 film Usa in concorso a Venezia 2008. Tutti buoni, alcuni ottimi titoli. Demme è anche un formidabile documentarista e in questa storia traspare tutta la sua empatia per l’oggetto del racconto che, scritto con cura e sagacia da Jenny Lumet (cognome pensante), vuole dare l’impressione “di un filmino casalingo. Ma fatto bene” aveva spiegato al Lido. Anne Hathaway finisce nel mondo della moda sempre dalla parte sbagliata: prima segretaria vessata in Il diavolo veste Prada, in questa pellicola è uscita dal giro, come si riesce ad intuire. E’ credibile, leggermente paranoica e fragile. Il cast corale è eccellente e contribuisce a questo inno alla gioia di vivere, agli affetti, alla famiglia. Che non nasconde le difficoltà di relazione ma le rimette nella giusta prospettiva: tutti insieme si può affrontarle. Demme ha riunito sul set molti amici, gestendolo come fosse in un film Dogma, “con meno manipolazioni possibili”: spontaneità e libertà di movimento a 360 gradi.

Ne è venuto fuori un ritratto vivido e diretto di varia umanità che si riunisce per un evento speciale. Bill Irwin interpreta il padre che tenta di mettere una pezza alle tensioni tra la figlia Rachel (Rosemarie DeWitt), che sta per sposarsi con un bel professionista di colore, e Kym (la Hathaway), a torto o a ragione sotto osservazione per il suo passato. La madre divorziata è Debra Winger. Fondamentale il ruolo della musica, che commenta “live” l’arrivo di ospiti e parenti delle rispettive famiglie, cene preparatorie, addii al celibato e la cerimonia molto “sincretica”: ciascuno porta se stesso, convinzioni religiose, gusti, tradizioni. Matrimonio perfetto tra immagini e note: i musicisti naturalmente recitano dei ruoli, come la famiglia di New Orleans, Donald Harrison Jr e i suoi (su di loro Demme sta preparando un doc). La necessità di dialogo e di comprensione per la famiglia di Kym è una metafora dell’America? Si, ma anche no, faceva capire Demme a Venezia, è solo una storia. Autore “a sinistra” del Partito democratico, una sorta di Ken Loach che si confronta con il paesaggio politico americano, con 35 anni di cinema alle spalle ha dimostrato di saper fare tutto: thriller (Il silenzio degli innocenti, 5 Oscar), melò gay (Philadelphia), eccellenti doc (The Agronomist e Heart of Gold su Neil Young). Eppure spiegava al Lido: “Sono frustrato dai distributori che lavorano con meno passione nel promuovere il film di quanto sangue e lavoro ci mette una troupe. Così mi sono detto: se la Sony non accetta di sostenermi, niente film”. Ma per questa volta l’indipendente ha potuto dormire sonni tranquilli.

Pasquale Colizzi

 
Panorama, n. 48 2008

Ritratto di famiglia multietnica

Ci sono tre ottimi motivi per lasciarsi andare al ritmo ipnotico, sentimentale e insieme duro, di Rachel Getting Married, diretto da Jonathan Demme e scritto da Jenny Lumet, figlia di Sidney: il lavoro corale di interpreti e regia, l'occhio sorprendente del grande direttore della fotografia Declan Quinn e l'eccellente interpretazione di Anne Hathaway, energiche folate di vita e disperazione negli occhi da cerbiatta. Kym, drogata con anni di dipendenza alle spalle, lascia la riabilitazione e per un finesettimana raggiunge la bella casa di famiglia dove sono riuniti parenti e amici per il matrimonio della sorella Rachel. Incontri, sopravvivenze, ricordi drammatici e tanta musica suonata live dai musicisti amici del marito che improvvisano assieme ai presenti. Lo stile è quello del filmino in famiglia, la macchina da presa, supportata da videocamere a mano, svaria in mezzo alle cene, i party, la festa di matrimonio, scorre tra le facce e le persone come farebbe il nostro sguardo, concedendo molto all'improvvisazione, alla casualità dei rapporti che si formano. Alla fine l'immedesimazione è completa, ogni sfiorarsi si risolve in una risata o in una confessione e il film si trasforma in un temibile, quanto affettuoso, viaggio intorno alla famiglia, allargata e multirazziale in sintonia con la nuova America di Barack Obama. Perfetta la dedica a Robert Altman, che di questo cinema corale, colto sul vivo, è stato il maestro.

Piera Detassis

 
Il Manifesto, 21 novembre 2008

Una ragazza del Connecticut alla corte dell'off-Hollywood

Giocavano «ai morti» seppellendosi sotto manti di foglie. Nelle prime ore del suo ultimo giorno di vita «la tomba nel bosco» è stato un profetico divertimento per il piccolo Herbie. La sorella più grande, Kym (Anne Hathaway), drogata persa, solo con Herbie sapeva esibire il meglio di sé (apoteosi delle pasticche), ma quel giorno... Quel maledetto ritorno a casa finirà col piccolo affogato, dopo il salto nel vuoto dell'auto. Anche Kym resterà metaforicamente sepolta sotto quel manto di foglie. Dove giace anche il milite ignoto di Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, Palestina, New Orleans... I sensi di colpa possono essere tombe da cui non si torna più indietro. Ma questo è il passato indicibile, il segreto che scopriremo inoltrandoci nell'arabesque comico, horror e jazz Rachel sta per sposarsi di Jonathan Demme, opera indipendente che ha l'odore dei Rafelson e Cassavetes anni 60, alla cinepresa l'impressionista/espressionista Declan Quinn.
Un puro distillato di emozioni biodinamiche, un set di amici-compagni-familiari di Demme: poeti (il sino-americano Beau Sia), attori (Anna Deavere Smith), cineasti (Roger Corman e Anisa George), musicisti world (soprattutto iracheni, greci e palestinesi), solisti alla chitarra (suo figlio Brooklyn), sacerdoti rivoluzionari amici delle Pantere nere (come il cugino Bobby) e coreografie sincretiche (c'è anche una scuola di samba) che danno alle immagini quel senso in più provocato da una calda, infinita jam-session per oltre cento invitati. Il film è una parata transculturale, una cartolina di auguri a Obama affinché sconvolga il mondo, un moto perpetuo confezionato dalle immagini, dalle armonie e dai ritmi di Zafer Tawil (oud) e Donald Harrison jr., del percussionista arabo d'America Johnny Farraj («ria»), dell'iracheno Amir Elsaffar (tromba e santoor), della siriana Gaida Hinnawi, vocalist decostruttrice del tradizionale «maqam» arabo (proprio come Demme decostruisce, per inventare poliritmie più incalzanti, il cinema d'azione psicologico alla hollywoodiana), del gigante palestinese Tareq Abboushi (buzq), del greco Dimitrios Mikelis (piano). E anche Neil Young (nello spirito) e Robin Hitchcock, ritratto da Demme anni fa e che qui ricambia. La giamaicana Sister Carol East che esegue Dread Natty Congo , la dj Anita Sarko....e poi si tifa bianco-nero: il cuore della storia è un matrimonio felice tra un uomo d'affari black e una rampolla bianca della media borghesia agiata e liberal del Connecticut. Felice coppia, ma i fantasmi del passato rimangono, e anche tutti i problemi del presente, snocciolati via via attraverso sanguinose allusioni di dialogo o presenze di cast (guerra, torture a Guantanamo, schiavitù del lavoro, la violenza della polizia, Katrina, Haiti...). E Kym? Ricoverata in riabilitazione da tossicodipendenza, all'addicted che fece Il diavolo veste Prada - occhi di grantito come Winona Ryder, dolcezza di gesti da Liv Tyler, lingua oscena di Bukowski - è permesso di partecipare al matrimonio della sorella, psicologa laureata, Rachel (Rosemarie DeWitt), con l'obbligo di proseguire la terapia di gruppo. Presenza pesante. Un alimentatore di nevrosi e psicosi che ogni famiglia conosce, anche senza doppie tragedie alle spalle. Il più strano e originale home-movie party, inizia quando un suo compagno di sventura e di clausura riabilitativa, un drogato «piromane perso», saluta sferzante Kym (e una sua probabile amante nera): meglio bruciare tutto che trasformarsi in «automobile-pallottola» killer. Da allora, camera, e spesso telecamera digitale a mano, entreremo in un interno (e negli esterni) di famiglia, con giardino, piscina, gare di lavastoviglie, mamma Debra Winger schiaffeggiante, perfidie e stanze di sopra dei ricordi e dei segreti. Un viaggio bergmaniano («abbellisce la vita, spiritualizza i volti, rivaleggia con la magia») nella villa grondante agiatezza, libri, sari indiani, humor, sesso rapido, allusioni politiche radical, riti di matrimonio liberi e inventati, e perfino gioia di vivere (alla Capra) senza paura (alla Roosevelt), rimboccandosi tutti le maniche, nonostante un passato così dark. Il matrimonio, ma questo è il futuro del film, sarà charmant come la colonna sonora live, da immortalare nell'iPod. E Demme restituirà al digitale la lentezza che sfugge al controllo, per andare più lentamente, contro l'America che usa il video e la tv per andare più veloci. Anche se, come in un faticoso concorso di oratoria, o nelle ultime primarie, a casa di Kym se ne diranno tutti di tutti i colori. Certo, una volta a pancia piena, e grazie alle premure gastronomiche eccessive di papà Paul (il grande Bill Iwin), antinazista al punto da usare nachtmare invece di nightmare per dire incubo, perché, in tedesco, suona più atroce. Sceneggiatrice di questa commedia casalinga obliqua, sulle vergini di Salem dei giorni nostri, la giovane, fantasiosa e perspicace figlia di Sidney Lumet, Jenny.

Roberto Silvestri

 
Il Messaggero, 21 novembre 2008

La crisi in famiglia
secondo Demme

Bentornato. Dopo una serie di fantastici documentari, Jonathan Demme torna alla fiction con un dramma familiare emozionante come l'elezione di Obama e brillante come il suo capolavoro Il silenzio degli innocenti. Qui a straparlare è la colpevole Kym (Anne Hathaway), ex tossica che torna a casa per il matrimonio della sorella Rachel, la quale ha due o tre cose da rimproverarle. Grande voglia di ricominciare per Demme e per i suoi personaggi in cerca di redenzione e speranza. Tra litigate in salotto, sfoghi alla Bergman con la mamma (Debra Winger) e stupendi riti corali alla Altman (il montatore è lo stesso di Gosford Park), Rachel sta per sposarsi è sia festa patriottica con delirante unione di colori, culture e razze, sia studio psicologico, sia veicolo attoriale per cavalli di razza. Una Hathaway finalmente matura, ferita, fragile e dannatamente ironica se la batte con il padre coraggio di Bill Irwin (da accapponare la pelle) e con il rientro in scena di una Debra Winger magnetica. Per Anne è una prova da Oscar. A bocca asciutta nell'ultimo Concorso di Venezia nonostante fosse tra i film più belli. Ma a Demme basta l'energia di un'esperienza registica che ci ricorda quanto sia grande il suo talento e sconfinato il suo cuore. Se mai ce lo fossimo scordato.

Francesco Alò

 
Corriere della Sera, 21 novembre 2008

Ansie freudiane aspettando le nozze

Ancora una volta le nevrosi di prima delle nozze, pezzo forte di Neil Simon come di Minnelli ed Altman. Nel testo di Jenny Lumet figlia di Sidney, la così bene Rachel sta per sposarsi quando torna a casa dopo la cura la sorellina autodistruttiva e tossica. Si cerca di far pace, ma scoppia la guerra in nome di Freud e dell' accoppiata vincente Rancori & Rimorsi, è un lungo pomeriggio verso la notte, anche perché un segreto non rimosso mina alla base la felicità della famiglia tipica Usa. Scene madri e padri, una gara di lavapiatti, l' infernale non detto casalingo con impronta wasp ma con finale multietnico. Demme intinge velenosamente nel vero il verosimile e modella ritratti femminili da Capote-Williams, magistralmente finge di improvvisare un dramma collettivo anche a volte risaputo con un cast in stato di grazia patologica con la ben tornata Debra Winger, le straordinarie Dewitt e Hathaway. voto 7

Maurizio Porro

 
Il Giornale, 21 novembre 2008

Rachel si sposa ma è un pretesto per un'assurda faida di famiglia

Sidney Lumet, oggi ultraottantenne, diresse La parola ai giurati; la figlia Jenny, di madre nera, ha scritto - esordiente nella sceneggiatura senza originalità, tanto la sua echeggia quelle paterne - per Jonathan Demme il prolisso Rachel sta per sposarsi, che meglio s'intitolerebbe La parola agli invitati, tanto è netta l'impostazione teatrale del copione. Solo l'abilità di Demme rende il dramma un film sul regolamento di conti in occasione delle nozze di una sorella (Rosemarie DeWitt), che provocano il ritorno a casa dell'altra (Anne Hathaway) da un centro di rieducazione. Tipico film da festival (era all'ultima Mostra di Venezia), conglomera vari déjà vu: oltre il citato film paterno, Il matrimonio di Altman, Dopo il matrimonio di Suzanne Bier, Festen di Thomas Vinterberg, Il grande freddo di Kasdan, Storia di ragazzi e ragazze di Avati.
Incontri interfamiliari come spunto per regolamenti di conti. Qui Anne Hathaway - la protagonista - è Kym, che il trucco fa somigliare a Wynona Ryder, che ha avuto nella realtà un certo caos mentale; per giunta si deduce che anche il suo personaggio fa l'attrice («L'ho vista in una soap», le dice una commessa).
Un caso? Certo un caso non è il crogiolo antropologico e religioso delle nozze: una ragazza bianca di padre protestante e madre ebraica (Debra Winger) del Connecticut sposa in abito indù un ragazzo nero delle Hawaii. Naturalmente la famiglia di lei è un inferno, la famiglia di lui (Tunde Adebimpe) - che si chiama Sidney, come Lumet - è un'arcadia. C'è anche il finale saffico, se si sa coglierlo.
È questo capovolgimento, dunque mantenimento in senso inverso dei cliché razziali (senza il senso inverso si sarebbe gridato al razzismo) che esaspera, anche perché una famiglia così esiste in pochi esemplari perfino negli Stati Uniti. Alla Mostra chiesi a Demme se avesse messo in scena gli amici suoi. «Sì!» disse sorridendo. Non sa scegliersi le compagnie, ma almeno è sincero.
voto:5

Maurizio Cabona

 
La Stampa, 21 novembre 2008

L'Hathaway tossica rovina il matrimonio

Girato in gran parte con la macchina a mano, da cui l'effetto di immediatezza, permeato di musica, privo di un vero filo narrativo e molto rievocante il cinema indipendente Usa degli anni Settanta, Rachel sta per sposarsi è ambientato in una villa del Connecticut alla vigilia di un matrimonio interrazziale.

Per l'occasione spunta la sorella minore della sposa: drogata in riabilitazione, survoltata e narcisista, Kim è una mina vagante che minaccia un equilibrio familiare ritrovato a prezzo del dolore e sempre precario. Potrebbe essere odiosa, non fosse che Anne Hathaway la impersona in una chiave di disperazione toccante senza mai scadere nel melodrammatico, così come il regista Jonathan Demme riesce a imbastire lo scontro delle emotività vulnerate evitando la trappola del sentimentalismo.

Alessandra Levantesi

 
Il Manifesto, 4 settembre 2008

Il matrimonio? Piace solo col cortocircuito

Un set (molto) altmaniano ricreato dal regista per una storia scritta da Jenny Lumet, che ruota intorno a Kym (Anne Hathaway), uscita da un centro di disintossicazione per recarsi al matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie DeWitt). Una splendida tragicommedia, dai toni acidi e surreali, uno spaccato di America pro-Obama nel cuore del Connecticut

Venezia

Facevano come «i morti», e si seppellivano sotto manti di foglie. Poche ore prima del suo ultimo giorno di vita, «la tomba nel bosco» è stato l'ultimo gioco profetico del piccolo Herbie. La sorella più grande, Kym (Anne Hathaway), drogata persa, impasticcata di tutto, solo con Herbie ritrovava un po' di se stessa, ma quel giorno... Quel maledetto ritorno a casa in auto non ci sarebbe più stato. Il piccolo muore affogato, dopo un salto nel vuoto della macchina. Anche Kym resterà metaforicamente sepolta sotto quel manto di foglie, dove giace anche il milite ignoto di Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, Palestina, New Orleans... I sensi di colpa possono essere tombe da cui non si torna mai più indietro. Ma questo è il passato indicibile, è il segreto che non dovevamo neanche rivelare, e che scopriremo molto più avanti nell'arabesque comico horror jazz Rachel Getting Married di Jonathan Demme, in gara, opera indipendente come li facevano negli anni sessanta e settanta Rafelson e Cassavetes, distribuita Sony, alla cinepresa l'impressionista/espressionista Declan Quinn. Un puro distillato di emozioni biodinamiche, un set di amici-compagni-familiari di Demme: poeti (il sino-americano Beau Sia), attori (Anna Deavere Smith), cineasti (Roger Corman e Anisa George), musicisti world (soprattutto iracheni, greci e palestinesi), solisti alla chitarra (suo figlio Brooklyn), sacerdoti rivoluzionari amici delle Pantere nere (come Il cugino Bobby ) e coreografie sincretiche (c'è anche una scuola di samba) che danno alle immagini quel senso in più provocato da una calda, infinita jam-session per oltre cento invitati. Il film è, in buona sostanza, una parata transculturale spedita al mondo come cartolina di auguri a Obama per vincere le presidenziali che sconvolgeranno il mondo, perché, tra l'altro, danno moto perpetuo alle immagini le armonie e i ritmi di Zafer Tawil e del suo oud, del jazzista Donald Harrison jr., del percussionista arabo d'America Johnny Farraj e del suo «ria», del trombettista iracheno e suonatore di santoor Amir Elsaffar, della vocalist siriana Gaida Hinnawi, decostruttrice del tradizionale «maqam» arabo proprio come Demme decostruisce, per inventare poliritmie più incalzanti, il cinema d'azione psicologico alla hollywoodiana, e del gigante palestinese del buzq, Tareq Abboushi, del pianista greco Dimitrios Mikelis. Ma ci saranno anche Neil Young (nello spirito) e Robin Hitchcock, a cui Demme già dedicò un toccante ritratto, e che ricambia. La giamaicana Sister Carol East che esegue Dread Natty Congo , la dj Anita Sarko....e poi si tifa bianco-nero: il cuore della storia è un matrimonio felice tra un uomo d'affari black e una rampolla bianca della media borghesia agiata e liberal dell'east coast. Felice coppia, ma i fantasmi del passato rimangono, e anche tutti i problemi del presente, snocciolati via via attraverso sanguinose allusioni di dialogo o presenze di cast (guerra, torture nelle basi Usa stile Guam, schiavitù del lavoro, la violenza della polizia, Katrina, Haiti...). Anche se la coppia si trasferirà per vivere (e non è un caso) proprio nelle ridenti Hawaii, care a Barack. E Kym? Ricoverata in riabilitazione da tossicodipendenza, l'«addicted» che fece Il diavolo veste Prada - durezza negli occhi da Winona Ryder, dolcezza di gesti da Liv Tyler, oscenità linguistiche alla Bukowski - viene dimessa per partecipare al matrimonio della sorella, psicologa laureata, Rachel (Rosemarie DeWitt), con l'obbligo di proseguire una terapia di gruppo. Presenza pesante. Un alimentatore di nevrosi e psicosi che ogni famiglia conosce, anche senza quella doppia tragedia alle spalle. Qui comincia davvero il più strano e originale degli home-movie party, quando un suo compagno di sventura e di clausura riabilitativa, un drogato «piromane perso», saluta sferzante Kym (e una sua probabile amante nera): meglio bruciare tutto che trasformarsi in una «automobile-pallottola» killer. Da allora, camera a mano, e spesso telecamera digitale, entreremo in un interno (e negli esterni) di famiglia, con giardino, piscina e stanze di sopra dei ricordi e dei segreti, in una villa grondante agiatezza, libri, dolore, humor, sesso rapido, cattiveria, allusioni politiche radical, riti di matrimonio del tutto liberi e inventati, e perfino gioia (alla Frank Capra) di vivere e grinta (alla Roosevelt) di andare avanti senza paura, rimboccandosi tutti le maniche, nonostante un passato così dark. Il matrimonio, ma questo è il futuro del film, sarà il più bello mai visto, e non parliamo ancora della colonna sonora «live», da immortalare nell'iPod (neanche Robert Altman ne coreografò uno simile, neanche Arthur Penn trovò in Il ristorante di Alice un set così libero, rock, hippy e deliziosamente promiscuo). Però, come fossimo in un faticoso concorso di oratoria, o nelle ultime primarie democratiche, nella famiglia di Kym se ne diranno tutti di tutti i colori. Certo, una volta a pancia piena, e grazie alle premure gastronomiche eccessive di papà Paul (il grande Bill Iwin), antinazista al punto di non nominare mai la parola «hamburger» e da usare «nachtmare» invece di «nightmare» per dire incubo, perché, in tedesco, è molto più atroce. Il tutto secondo le istruzioni dettagliate, ma svincolate da ogni «regola classica narrativa» della sceneggiatrice, di alessandrina ricercatezza. Che è addirittura la giovane, fantasiosa e perspicace figlia di Sidney Lumet, Jenny. Non mancherà perfino una gara tra padre e genero (Tunde Adebimpe, il cantante dei Tv on the Radio) «a chi riempie meglio e con più stoviglie la lavastoviglie», che vide in lizza, nei ricordi infantili di Jenny, il regista-coreografo Bob Fosse e suo papà. Voleranno gli schiaffi, reali e verbali, perfino tra una rigida madre New England (la divorziata e «irresponsabile» Debra Winger) e sua figlia «l'assassina involontaria», cui sarà bene non prestare mai più un'automobile, come fossimo in una spregiudicata «corale» di Andrè Desplechin. Ci saranno concorsi di perfidia anche durante il rituale brindisi agli sposi, carognate psicologiche per strapparsi i posti «migliori» nel tavolo della sposa e per conquistarsi, con il ruolo di damigella d'onore, che potrebbe sfuggire alla fragile Kym, anche il diritto a scegliere il colore del «sari indiano» obbligatorio, affinché non provochi sfacciatamente il destino. Grigio, mai viola. Nel Connecticut, lo stato dal sistema fiscale più complicato del mondo, la cui rigidezza puritana fu santificata nel fuoco che bruciò «le vergini di Salem», siamo abituati alla crudeltà incestuosa massima e ai viaggi nel tempo e nello spazio più azzardati: Mark Twain trascinò proprio un giovane del Connecticut alla tavola rotonda di re Artù, affinché imparasse e maneggiasse, contro la vecchia Europa, i fondamenti della politica forgiati nel medioevo. Qui Demme ci consiglia di fare l'operazione opposta. Di portare nel Connecticut, e alla tavola rotonda di un pranzo di nozze, India, Cina, Brasile, Medio Oriente e Europa perché, senza l'aiuto delle più antiche civiltà, gli Stati uniti d'America cadranno nel baratro. Demme, che in questi mesi sta lavorando a un documentario su Katrina e su alcune famiglie di New Orleans che tutto hanno perso per colpa del «sistema America», ma che vogliono lottare perché l'America è anche, contraddittoriamente il peggio e il meglio del mondo, nella più tragica delle sue commedie, in questo «bellissimo film casalingo» che già luccica di Leoni d'oro, non rende piacevoli i suoi personaggi, ma vivi, problematici. Siamo talmente immersi nelle vicissitudini di questa famiglia che sembrerà la nostra, che, se ci sarà un attimo di sbandamento onirico, sarà solo nel momento in cui, a festa finita, tutti vanno a dormire. E, un attimo dopo, ci risveglieremo con Kym in lotta con i suoi fantasmi. Un grande film apre la fase finale della mostra. In crescendo,almeno nel concorso, per qualità di film. Aspettando Teglia, Corsicato e Bigelow...Certo il 12% in meno di presenze, confessate da Baratta e Müller nell'incontro con la stampa di due giorni fa, hanno giustificazioni collegate alla crisi economica, all'aumento dei prezzi in Italia, all'avidità nordestina specifica, del luogo, del Lido: abbiamo visto con i nostri occhi cacciare in malo modo da un bar dei musicisti gitani (e purtroppo l'età dei maleducati non permette più la loro rieducazione) e alla debolezza del dollaro. Però Baratta e Müller vanno difesi a spada tratta dalle ambiziose, tentacolari e devastanti mire del ministro Bondi che vorrebbe rifare lo statuto della Mostra per controllarlo meglio. Non gli basta a questo governo di occupare militarmente una parte (ridicola) della mostra suggerendo con una certa pesantezza, opere, registi e divi. Vorrebbero occupare l'intero spazio del Lido. Già quest'anno abbiamo trovato i posti che dovevano essere di Spike Lee, Richard Linkleter, Ridley Scott e John Wood, occupati da abusivi. Speriamo che il prossimo anno non si ripeta.

Roberto Silvestri

© Sipario 2011