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Quel treno per Yuma
di
James Mangold, con Russell Crowe, Christian Bale,
Peter Fonda, Stati Uniti, 2007
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Panorama, n. 42 2007
Violento, ironico, nuovo western per Yuma
Era il 1957 e sugli schermi arrivava uno dei western più amati, Quel treno per Yuma di Delmer Daves, tratto dal racconto di Elmore Leonard. Il cattivo era Glenn Ford e il buono, costretto a scortarlo fino a quel famoso treno per il carcere, aveva il volto di Van Heflin, contadino costretto a fare il carceriere per soldi. Un western duro, essenziale, che 50 anni dopo rivive per la regia di James Mangold. L'operazione remake è riuscita, grazie soprattutto alle due interpretazioni principali, il bandito Russell Crowe, bastardamente sornione, e Christian Bale, tirato e smagrito nel ruolo del poveraccio custode della legge controvoglia.
La dialettica fra i due è tesa e mai banale, la biografia dei due più distesa e raccontata. Sanguigno, barocco, violento, ben più infuocato dell'originale, il film guarda più dalle parti di Sam Peckinpah e del tardo western che ai classici e talvolta eccede in chiacchiere, come capita sempre più spesso nel cinema indipendente di Hollywood. Con però la qualità rara di stemperare la violenza nella nota ironica, la fotografia magnifica, pastosa e malinconica di Phedon Papamichael (La ricerca della felicità) e l'apparizione-citazione di Peter Fonda. In attesa dei tempi sfatti e crepuscolari del Jesse James con Brad Pitt, Quel treno per Yuma versione Terzo millennio è una buona occasione per riprendere confidenza con il genere più in disuso del cinema.
Piera Detassis
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Il Messaggero, 1 novembre 2007
Corre ancora "Quel treno per Yuma"
Remake di un western secco e memorabile fin dal titolo, Quel treno per
Yuma è quasi un "manifesto" della Hollywood di oggi
che rifà, reinventandoli o tradendoli, i successi di una volta.
La versione di Delmer Daves con Glenn Ford e Van Heflin durava 96 minuti.
Questa sfiora le 2 ore perché al conflitto morale fra i due protagonisti,
il contadino povero Christian Bale e lo spietato fuorilegge Russell Crowe,
Mangold affianca digressioni, bellurie e allusioni all'attualità (prigionieri
torturati, cinesi sfruttati, corporations onnipotenti già nell'America
dei pionieri...). Forse per avvicinare il film al gusto attuale. Ma anche
per trasformare il western, genere americano per eccellenza, in qualcosa
di più astratto e cosmopolita, come gran parte del cinema di oggi.
Fatta la debita tara infatti anche questa versione non è niente
male. Merito anzitutto dell'inossidabile copione di Elmore Leonard, che
continua a funzionare alla perfezione, anche dilatato e "spiegato" con
qualche insistenza nella versione molto politica di Mangold. Nel cast,
impeccabile ma senza sorprese, il più memorabile a suo modo è il
biondo Ben Foster, cattivo cattivissimo e criptogay, detto "Principessa".
(F. Fer.)
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L'Unità, 17 ottobre 2007
Quel lento treno per Yuma
Due caratteri assolutamente diversi si guardano, si rispettano e piano
piano si contagiano. La sostanza di Quel treno per Yuma resta la stessa.
Nel celebre western di Delmer Daves del '57 (tratto dal racconto di Elmore
Leonard "3:10 to Yuma") con Glenn Ford che accettò di
fare il cattivo solo perché la vicenda poi in fondo lo nobiliterà.
E nel remake di James Mangold, uno dei quarantenni d'oro di Hollywood
dopo l'exploit di Walk the line, il biopic su Johnny Cash e la moglie
June Carter. Un western senza fronzoli che ospita un duello psicologico.
Dan Evans (Christian Bale) è un modesto allevatore che ha perso
una gamba in guerra per fuoco amico. Tiratore formidabile, è un
uomo onesto ma al limite della codardia. Per avere 200 dollari accetta
di scortare un fuorilegge temutissimo, Ben Wade (Russell Crowe), al treno
per Yuma dove sarà giustiziato. Strada facendo il gruppo che lo
accompagna si assottiglia. Tra loro finisce male Byron McElroy (il leggendario
Peter Fonda), un mercenario pieno di livore. Intanto i sanguinari compagni
di Ben lo stanno cercando per liberarlo.
Nonostante mostrino una corazza impenetrabile, il contadino e il bandito
si osservano. L'uno vorrebbe avere la sua risolutezza per figurare davanti
agli occhi della moglie e del figlio 14enne ma scaccia le tentazioni
barricandosi dietro i sani principi. L'altro ha un profilo da serial
killer: è lucidissimo e ammazza in modo fulmineo e atroce. Conosce
la Bibbia, cita proverbi ("Chi custodisce la sua bocca si protegge
la vita"), ha un moralità che Dan non capisce. Non ama questo
mondo – "Il giorno che muoio lascerò l'inferno – e
quindi ne disprezza leggi e uomini. Ma il contadino che ostinatamente
porta avanti la sua missione, anche a rischio della vita, per non deludere
la sua famiglia, in fondo lo conquista. E alla fine saprà essere
generoso.
Per metà western da pistoleri, per metà confronto umano
a nervi scoperti, Un treno per Yuma si accosta ad un antenato leggendario
non potendo pretendere di eguagliarlo. Mangold però ha saputo
ritagliare dei personaggi che si stagliano decisi, compresa qualche caratterizzazione
giustificata dalla storia. Gli insegnamenti morali che il padre tramanda
al figlio – che si ferma ad un passo dallo sparare - saranno la
base per una nuova vita senza di lui. L'immagine di Ben torturato con
una coppia di primordiali elettrodi (inventati nell'occasione) secondo
molti è un riferimento alle vicende di Abu Ghraib. Alcune battute
del bandito, incredibilmente ciniche ma divertenti, si fanno ricordare.
Pasquale Colizzi
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La Stampa, 19 ottobre 2007
Un po' troppo lungo
questo treno per Yuma
Da mezzo secolo Quel treno per Yuma (1957) di Delmer Daves è uno
dei western preferiti dagli appassionati di un genere tramontato, che
ogni tanto si prova a far risorgere. La vicenda, tratta da un racconto
di Elmore Leonard, è semplicissima: spinto dalla necessità di
guadagnare qualche dollaro, uno sfortunato allevatore accetta di scortare
un prigioniero al penitenziario territoriale: una trasferta a rischio
perché la banda del criminale è ben decisa a liberare il
suo capo. Tra i due, l'onesto Van Heflin e il truce Glenn Ford, attraverso
le peripezie del tragitto in comune si imbastisce un rapporto che da
conflittuale diventa quasi amichevole.
Ricalcato da Delmer Daves sul modello di Mezzogiorno di fuoco, il film
ebbe successo grazie alla coppia di interpreti, alla suggestiva ambientazione
in uno splendido bianco e nero e al ritmo avvincente. Caratteristiche
assenti nel pur prestigioso remake firmato James Mangold, che aggiunge
svariati particolari (fra cui il cacciatore di taglie Peter Fonda) allungando
inutilmente il brodo. Qui si spara tanto e si parla troppo; e invece
bastava confidare nell'efficace sobrietà della storia e nel carisma
indiscutibile di due attori come Russell Crowe e Christian Bale.
Alessandra
Levantesi
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Corriere della Sera, 19 ottobre 2007
«Quel treno per Yuma» a confronto con l' originale di 50
anni fa
Il remake con Russell Crowe tradisce la leggenda western
Al critico David
Jansen sono piaciuti tantissimo due film recenti, L' assassinio di Jesse
James... e Quel treno per Yuma, tanto da indurlo a scrivere un ottimistico
articolo intitolato «Troppo duro per
morire» (Time, 8 ottobre). Si parla, ovviamente, di un' ipotetica
resurrezione del western; e al messaggio dell' autorevole settimanale
vanno facendo eco numerosi scribi. Il mio parere è che sbagliano.
Il «film della prateria» è incappato fin dagli anni
70 nella stessa fine che recentemente ha fatto il Tour de France, morti
per overdose tutti e due. Ogni tanto, dopo Per un pugno di dollari (1964), è capitato
che un western o l' altro cogliesse nel segno; e potrà ancora
capitare. Si tratterà sempre, però, di fenomeni isolati,
non paragonabili al consumo di massa che caratterizzò per mezzo
secolo questo tipo di pellicole. Il colpo di grazia arrivò da
un genio nostrano, Sergio Leone, che alzò il tiro della violenza,
moltiplicò il numero dei morti ammazzati e soprattutto tagliò le
radici storiche e antropologiche sulle quali si basava la spettacolarizzazione
della Frontiera fin dai tempi del circo di Buffalo Bill. Sulla scia leonina
si buttarono in metà di mille e con un profluvio di film spazzatura
(vedi la recente deplorevole esumazione veneziana) fecero scempio di
ciò che restava della gloria di John Ford. Quanto al pubblico,
sepolto nell' oblio il passato, si stancò presto della novità;
e da un certo momento in poi del western, antico o moderno, non si parlò più.
Non restò che intonare, secondo il rituale funerario dei cowboys, «Oh,
Bury Me Not». In tale contesto il rifacimento di Quel treno per
Yuma è una proposta forte, quasi una sfida. Il film originale,
firmato Delmer Daves, risale esattamente a cinquant' anni fa. È in
bianco e nero ed è tratto da un raccontino scritto nel ' 53 per
qualche dollaro in più (furono 90, per l' esattezza) da Elmore
Leonard, oggi considerato autore di culto. Lo rileggeremo prossimamente
nel libro The Complete Western Stories di cui Einaudi annuncia la traduzione.
Si tratta di una racconto a due personaggi, un povero rurale e un pericoloso
fuorilegge: il primo accetta di scortare il secondo, finito in manette,
al treno che deve portarlo al penitenziario territoriale di Yuma, Arizona. È un
incarico a rischio perché il resto della banda, rimasta in libertà,
farà fuoco e fiamme per sottrarre il prigioniero alla giustizia.
Tra Glenn Ford (il cattivo) e Van Heflin (il buono) si svolge la tipica
dialettica degli incontri e scontri di amici-nemici. Attori che sono
icone della grande Hollywood, intreccio avvincente, sfondi di ampio respiro:
divenuto una leggenda, il film è tuttora considerato da Bertrand
Tavernier «uno dei dieci migliori western della storia del cinema» (ma
la valutazione è alquanto esagerata...). Mettendo a confronto
il nuovo nato con l' archetipo (potete farlo anche voi, è reperibile
in video e vi farà passare una bella serata) le differenze saltano
agli occhi. Prima di tutto la durata: 92 minuti nel ' 57, 117 oggi, quasi
mezz' ora in più. Staccandosi dalla rigorosa concisione di un
tempo, il western si è intellettualizzato e psicologicizzato.
Ne risulta cincischiato il carattere del bandito Russell Crowe, mentre
il problema centrale del suo guardiano Christian Bale diventa un figlio
quattordicenne che, considerandolo pavido, scalpita per la smania di
sostituirsi a lui. Altre figure aggiunte sono il pistolero Peter Fonda
e vari cacciatori di taglie dell' Agenzia Pinkerton. Innalzando il computo
degli assassinati a livelli da italo-western, con un mattatoio finale
che ha fatto cadere le braccia allo stesso Leonard, il film si conferma
un tentativo del regista James Mangold di ibridare il vecchio con il
nuovo fondendo stili incompatibili. Non c' è da stupirsi se i
protagonisti per cavarsela mobilitano le risorse di un manierismo carismatico.
Tullio Kezich
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Il Tempo, 17 ottobre 2007
Cinquant'anni fa un western di culto, "Quel treno per Yuma",
diretto da Delmer Daves con Glenn Ford e Van Heflin. Oggi il suo rifacimento,
sempre sulla scorta di quel racconto di Elmore Leonard che, agli impeti
e al calore dell'azione, sapeva accompagnare delle indagini psicologiche
molto fini. Uno scontro, perciò, che diventa un confronto. Da
una parte, un modesto contadino dell'Arizona, Dan Evans, reduce dalla
Guerra Civile, che stenta a tirare avanti, con moglie e figli, non solo
per la siccità, il gelo e la mancanza di denaro, ma anche per
la minaccia di un esproprio della sua poca terra perché la dovrà attraversare
di lì a poco la ferrovia. Dall'altra, un
banditaccio da strada, terrore della regione, Ben Wade, su cui pesano
un'infinità di taglie. Per un gesto incauto, però, nonostante
l'immediata reazione della sua banda, lo arrestano e adesso, da lì,
dovrà essere scortato fino a un treno che lo porterà a
Yuma dove, di sicuro, l'attende l'impiccagione. Però è un
personaggio pericoloso, i suoi, armati fino ai denti, sono pronti a liberarlo
ed occorre adesso trovare qualcuno che si incarichi di farsene carico,
naturalmente pagato. Il contadino, sempre a corto di denaro, si fa avanti
e i due, con una piccola scorta, cominciano quel viaggio insieme. Attorno
mille rischi, non solo i terribili compagni del bandito ma, a un certo
punto, perfino gli Apaches. A poco a poco, però, fra i due uomini
nasce qualcosa che li avvicina, capendosi e comprendendosi l'un l'altro.
Il finale, tirando le somme di quei due caratteri, sarà anche
più drammatico (e commovente) che non nell'altro film.
Ci ha rappresentato sia lo scontro sia l'incontro fra i due un regista,
James Mangold, apprezzato, fra i suoi tanti film, anche per il recente «Quando
l'amore brucia l'anima». Al cinema western ha lasciato spazi addirittura
travolgenti, assalti alla diligenza, sparatorie, paesini spauriti fra
saloons e case di legno. All'intreccio psicologico, però, ha dedicato
attenzioni altrettanto valide, pur senza mai concedersi vere soste. Con
un disegno dei caratteri, anche per altri personaggi di contorno, in
più momenti sfumato e sottile. Grazie anche, ovviamente, a due
interpreti di eccezione: soprattutto Russell Crowe nei panni prima solo
truci del fuorilegge, presto però affidato a una gamma di sentimenti
che, dopo sprazzi quasi di sarcasmo, raggiungono una umanità convinta
e sincera. Di fronte a lui, più dimesso, anche perché così esigeva
il personaggio, Christian Bale. Il giusto equilibrio tra fragilità e,
alla fine, ferme decisioni.
Gian Luigi Rondi
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