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Quattro Minuti
Quattro Minutiregia di Chris Kraus
con M. Bleibtreu, H. Herzsprung
 
Avanti, 8 giugno 2007
Il talento ritrovato

"Quattro minuti" di Chris Kraus è il titolo del secondo film del regista tedesco. Quattro minuti a una giovane detenuta (interpretata da Hanna Herzsprung) nel carcere femminile di Luckau per dimostrare di avere talento. Il talento è il vero protagonista del film, talento perduto, ritrovato e cercato disperatamente per uscire dalla dannazione del carcere e delle ignominie della vita. La detenuta, vittima di abusi subiti e della sua tendenza violenta all'autodistruzione, viene notata da un'anziana insegnante di pianoforte (Monica Bleibtreu), presente nel carcere dal 1944. Contro la direzione burocratica del carcere, e aiutata da un secondino appassionato di musica, la donna scopre un innato talento musicale nella giovane criminale che decide di fare emergere a tutti i costi, anche se la scelta condurrà le due protagoniste su una strada tragica ma determinata. La musica farà rivivere le storie segrete e i dolori delle due donne. Nell'insegnante risorgeranno gli anni bui in cui sotto il Nazismo, nel 1945, era infermiera e innamorata di una giovane comunista poi condannata, nella giovane, gli abusi infantili, e la condanna a una vita di violenze compiute e subite. Il film è giovane nell'apparente tocco registico fra il Besson di Nikita (anche lì un'anziana Jeanne Moreau fa da Virgilio alla ribelle nichilista), e i tratti "punk" della recitazione della Herzsprung, che per altro suona il pianoforte dal vero con maestria. La sceneggiatura però non è mai ovvia, sorprende ad ogni battuta e avvince anche con un tema (la musica) lontano dalla nostra cultura. Nella musica l'identità tedesca: la musica salva, e lo spreco del talento è il peggiore dei peccati. Non si tratta tanto del "you can make it" anglosassone, ossia il talento come chiave per il successo dell'individuo, ma piuttosto del diritto all'espressione del Bello. Possiamo ricordare altri salvati dal proprio talento, "Il Pianista" di Wladyslaw Szpilman, il giocatore di scacchi dell'omonimo romanzo di Stefan Zweig, che si salva in un campo di concentramento solo per il riconoscimento da parte di un ufficiale tedesco della sua intelligenza. E su questo punto si pone la grande questione tedesca: fino a dove ha condotto la Germania la sua natura romantica e idealista, a quale prezzo la ricerca della purezza nel Bello, dell'identificazione del Bello con l'etico, hanno fatto sì che un'intera generazione non volesse avvedersi di quanto stava accadendo nella seconda parte del secolo scorso? Così la vecchia insegnante di pianoforte, che non vuole fare i conti con i trascorsi violenti della sua pupilla ("io mi occupo del suo talento") come 60 anni prima si era rifugiata nella musica per non vedere gli scempi della guerra, allo stesso modo la giovane detenuta, che non riesce a suonare finché non si libera del proprio passato. Il film è moderno, il pathos antico: quello di un popolo immerso nel pensiero e nella sua perfettibilità, tanto da giungere, come nel Faustus di Thomas Mann, ad autodistruggersi per rinascere con più forza di prima. In quei quattro minuti allora, in cui la giovane detenuta rifiuterà le note di Schumann per suonare musica contemporanea, si condensa la Germania di oggi, attenta a curare le ferite della sua storia, per rilanciarsi con entusiasmo e creatività nel futuro.

Angela M. Piga

 
Il Tempo, 8 maggio 2007
Il carcere, inferno al femminile

Da sessant’anni Traude Krüger dà lezioni di piano alle detenute di un carcere femminile tedesco. Dedita solo alla musica, senza affetti, chiusa rigorosamente in sé stessa, con ostinazione. Qualche talento è riuscita a farlo emergere, ma la sua scoperta più emozionante gliela dà una ragazza lì rinchiusa perché accusata di omicidio, Jenny, a suo tempo adottata da una famiglia patrizia, i von Loeben. Non ha un carattere facile, però, è aggressiva, violenta, prima insofferente della musica, nonostante, da bambina, le preconizzassero un sicuro avvenire in quel campo, poi via via più convinta anche se, ai classici, dimostra spesso di preferire, e allora con entusiasmo, l’hip hop. Un confronto duro, comunque, tra la maestra e la sua allieva, non solo perché Jenny, a parte la musica, anche nel carcere non doma in nessun modo i suoi istinti violenti di ribellione, ma perché presto vengono a galla i passati più bui di entrambe, in un certo senso avvicinandole ma, in un altro, rischiando di respingerle. Fino ad una conclusione che non sarà proprio quella in cui di solito ci si imbatte in vicende del genere. L’ha scritta, e poi rappresentata, un regista dell’Alta Sassonia Chris Kraus che, oltre al merito di non accettare per il suo dramma il finale consueto, vi ha messo al centro lo studio preciso e sempre ben approfondito di quei due personaggi femminili, così diversi per gusti, modi, astrazione e, nonostante certe ferite non dissimili, anche per il loro trascorsi. Ambientandoli in corici carcerarie private sempre, intenzionalmente, degli stereotipi abituali e dosando, con molte attenzioni, la graduale progressione delle psicologie, seguendo, di conseguenza, ma sempre con tatto, l’evoluzione dei reciproci rapporti. In cifre in cui, anziché le soddisfazioni per i successi che si attendono, dilagano invece la maliconia, la delusione, il confronto, spesso ferito da rivelazioni inattese con il passato sia dell’una sia dell’altra, evocato però con tocchi rapidi, senza dar spazi eccessivi ai chiarimenti e agli accenti. lasciando che il buio di quelle figure centrali lo esprimano, per un verso, delle immagini secche ma, nelle loro note plumbee, sempre nitide e, per un altro, la parteciapzione di due interpreti di straordianria efficacia. Soprattutto l’anziana che, legnosa, impenetrabile, quasi aspra, è la notissima Monica Bleibtreu, ma anche, di fronte a lei, l’esordiente Hannah Herzsprung, una tigre che, solo alla fine, sarà domata a metà.

Gian Luigi Rondi
 
La Repubblica, 4 maggio 2007
"Quattro minuti", che sorpresa quel piano tra le sbarre di un penitenziario

Che bella sorpresa questo film di Chris Kraus, regista 44enne. E se qualche personaggio risente di una certa convenzionalità (il secondino cattivo Kowalski, la detenuta boss del carcere) tutti gli altri sono ricchi di sottili sfumature. L'ottantenne insegnante di pianoforte Traude Kruger che da sessant'anni fa questo in un penitenziario femminile: rigida, sensibile al talento ma impermeabile (lo è davvero?) alle storie umane, prova orrore per tutta quella che liquida come musica "negra". Ma la signorina Kruger ha un passato ingombrante.
Infermiera in un centro di detenzione femminile agli sgoccioli del regime hitleriano ha visto trucidare la donna di cui si era segretamente innamorata - una comunista - senza fare niente per lei e per il proprio sentimento. Un fantasma che la insegue e che ha informato la sua missione sessantennale. La giovanissima detenuta Jenny von Loeben, condannata per omicidio, ribelle e aggressiva, già bambina pianista prodigio, dotata di un talento naturale che lei stessa forse non conosce e non sa governare.
Ma, intorno alle due donne che formano in una relazione tesa, conflittuale e straordinariamente contraddittoria il cuore del film, ruotano altre figure interessanti. Il secondino buono, appassionato di musica ma privo di talento che per gelosia è tentato di tradire la vecchia insegnante. Il direttore della prigione, opportunista solo in cerca di visibilità mediatica. Il padre di Jenny, rifiutato dalla figlia perché di lei ha abusato ma silenziosamente e testardamente in cerca di un riscatto.
Tutto dovrebbe convergere in un punto. La partecipazione di Jenny, preparata dalla signorina Kruger, a un concorso pianistico che la ragazza ha tutte le qualità per vincere. Non anticipiamo lo svolgersi degli ultimi eventi e l'apoteosi dei famosi quattro minuti del titolo, ma chi ha memoria e affetto per il giovane cinema ribelle di 40-50 anni fa non potrà non pensare alla "solitudine del maratoneta" dell'inglese Gioventù, amore e rabbia. Esemplare di quella nuova onda tedesca che - tra La rosa bianca e Le vite degli altri - ha davvero realizzato l'unificazione tra est e ovest.

Paolo D’Agostini

© Sipario 2011