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4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni
di Christian Mungiu
con Annamaria Marinica, Laura Vasilu, Vlad Ivanov, Romania 2007
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L'Espresso, 16 agosto 2007
Amiche per la pelle
Romania. Due amiche, una gravidanza indesiderata e un aborto clandestino. Sono questi gli ingredienti dell'ultimo film di Cristian Mungiu. Efficace, bello e Palma d'oro a Cannes
Il titolo del film romeno di Cristian Mungiu, Palma d'oro all'ultimo Festival di Cannes, indica il tempo di una gravidanza indesiderata. La storia di un aborto clandestino non è certo nuova al cinema ('Un affare di donne' di Claude Chabrol, 'Il segreto di Vera Drake' di Mike Leigh), ma in questo caso è diversa da tutte.
Gli ambienti squallidi, la luce grigia, la sorveglianza implacabile della clientela nei locali pubblici, i piani-sequenza indagatori, la verità delle location, la paura, rispecchiamo il clima desolante dell'agonia comunista in Romania: tra l'altro nel 1986, tre anni prima dell'uccisione del presidente Ceausescu e della caduta del Muro di Berlino, una legge aveva vietato l'aborto, la cui legalizzazione fu poi ripristinata nel 1989.
Nel film l'intervento abortivo viene seguito minuziosamente, il feto già formato viene visto da vicino. Nessuno scandalismo, ma tutte le umiliazioni e gli spaventi dell'aborto clandestino vengono evocati per chi li ha conosciuti, illustrati alle ultime generazioni inconsapevoli. E il film è efficace, bello.
Due ragazze sono compagne d'università in una piccola città della Romania, nel 1987. Una è incinta, deve abortire. Prendono in un modesto albergo una stanza dove la raggiunge un uomo (infermiere, inserviente?) che deve eseguire l'intervento: infinite discussioni sui soldi, poi l'uomo si fa pagare in parte in natura dall'altra ragazza. Ogni attimo è illustrato con scrupolo: arnesi, movimenti, effetti. Dopo alcune ore, la ragazza incinta espelle il feto. Nel buio della sera, tra cani che abbaiano, l'altra getta il feto nella spazzatura. Quando torna, non trova più l'amica in camera. La cerca disperatamente. La vede alfine al ristorante mangiare i resti di un pranzo di nozze: "Avevo o una fame...".
Lietta Tornabuoni
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Corriere della Sera, 14 settembre 2007
Il dramma di un aborto all' ombra di Ceausescu
Vittorioso a Cannes come testimone del lungo disagio di una dittatura romena che entrava in ogni stanza di ogni casa, il film è la riprova della nouvelle vague del cinema di Bucarest. La storia della studentessa costretta a un aborto clandestino nel 1987 e dell' amica che la conforta e aiuta, ci riporta al tema sociale di Vera Drake, ma apre uno squarcio su interni ed esterni del paese che cerca di brindare come può. L' autore Christian Mungiu sceglie una via claustrofobica nel raccontare la giornata molto particolare e interminabile della ragazza che si sottopone a dolore e ricatti in una sordida stanza d' albergo. Non si perde una sfumatura psicologica nel rapporto tra la vittima e il «mammano» (medico dalla losca morale), mentre si addita la figura maschile agli ultimi posti dell' umanità. E' il valore alto di un cinema molto europeo, che sembra lento ma è solo analitico e arricchito da splendidi attori. (m. po.) VOTO: 7/8
Maurizio Porro
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Corriere della Sera, 24 agosto 2007
La cruda storia di «4 mesi 3 settimane 2 giorni», Palma d' oro a Cannes
Gli orrori del socialismo reale dietro la violenza di un aborto
Alla Mostra di Venezia del ' 62, 45 anni fa, fu accolta con simpatia l' opera prima di Eriprando Visconti, nipote si Luchino, intitolata Una storia milanese. Scritta con finezza letteraria da Renzo Rosso e Vittorio Sermonti, era la cronaca di un aborto proprio come il film rumeno che ha vinto la Palma d' oro a Cannes: 4 mesi 3 settimane 2 giorni. Ma dal confronto a distanza fra le due pellicole emerge una differenza profonda: dell' interruzione di maternità, che avveniva in Svizzera, Visconti junior mostrava il prima e il dopo, mentre Cristian Mungiu si concentra sull' evento in sé. Ignoriamo chi ha messo incinta la studentessa Gabita (Laura Vasiliu), sulle prime non sappiamo neppure perché lei sta facendo la valigia con l' aiuto della compagna di stanza Otilia (Anamaria Marinca). Siamo nella Bucarest del tramonto di Ceausescu, dentro una Casa dello studente in un clima di libertà vigilata. Pedinando Otilia, assuntasi l' onere di organizzare il movimento per sopperire all' inerzia dell' amica, indoviniamo ciò che si prepara. Si tratta di un aborto clandestino, pericoloso oltre che sul piano clinico anche perché punito dalla legge con pene di durezza sproporzionata. Bisogna mettere in opera accorgimenti vari: riservare una stanza in albergo (e non è facile destreggiarsi nel continuo controllo dei documenti), contattare un abortista clandestino che a un pragmatismo quasi rassicurante accoppia un incredibile cinismo. Tanto che nel momento cruciale, scoprendo che le ragazze non sono in grado di versare l' intera somma pattuita, il signor Bebe (l' ineffabile interprete è Vlad Ivanov) pretende e a denti stretti e ottiene seduta stante un doppio pagamento in natura. Sullo choc dello stupro, quando Bebe ha applicato una sonda alla meschina Gabita e con vaghe raccomandazioni di prudenza si è eclissato, Otilia deve precipitarsi a casa del fidanzato Adi dove non può mancare alla cena di compleanno della futura suocera. La giovane Marinca, che porta sulle spalle il peso del film, è straordinaria nell' interminabile quadro fisso alla Bergman dove soffre visibilmente stretta com' è fra commensali estranei e chiacchieroni. Ne segue un' affannosa spiegazione nella camera di Adi, conclusa con reciproca insoddisfazione. Tornata all' albergo, Otilia trova l' amica tramortita e abbandonato sul pavimento il feto di cui bisognerà liberarsi A Cannes su questa immagine alcuni fra i critici hanno dissentito giudicandola dissonante rispetto al tono asettico del contesto. Trovo invece che Mungiu rivela coraggio nella scelta di mostrare il corpo del reato. Perché di questo si parla lungo tutto il film ed è giusto vederlo nella sua sanguinosa e tragica evidenza. Mi viene in mente la reazione di Renato Castellani quando Visconti junior, che si considerava suo allievo, gli portò per un giudizio il copione di Una storia milanese. Avendo sfogliato poche pagine e scoperto il tema del film, il grande regista restituì il copione al discepolo pregandolo di risparmiargli la sofferenza di leggere certe cose. Non vorrei assimilarmi alla reazione di Castellani, che va comunque storicizzata inserita com' è nel costume di mezzo secolo fa, ma confesso che i discorsi sull' aborto mi mettono sempre a disagio: sia che da destra se ne rifiuti l' occasionale legittimità, sia che da sinistra venga allegramente sventolato come una bandiera. Il cadaverino di 4 mesi 3 settimane 2 giorni è là per ricordarci che la soppressione di una vita è cosa da non prendersi alla leggera. Lo conferma il tono generale di questo film asciutto e severo, che fra allarmate allusioni agli orrori del socialismo reale degenerato in stato di polizia, delinea un evento oltre il quale i rapporti non saranno più gli stessi: forse le amiche non saranno più amiche, i fidanzati forse si lasceranno e l' angoscia del presente incomberà sul futuro di Otilia come una minaccia.
Tullio Kezich
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Il Tempo, 28 agosto 2007
Dramma e realismo nel film di Mungiu,
Palma d'oro a Cannes
E' il film rumeno che, la scorsa primavera, ha avuto al Festival di Cannes la Palma d'Oro. Si ambienta a Bucarest nell'87, due anni prima della caduta di Ceausescu. A quei tempi in Romania, l'aborto era proibito per legge, pena l'arresto, e dilagavano, di conseguenza, degli aborti clandestini che spesso causavano la morte delle pazienti. Christian Mungiu, un giovane regista già incontrato però, con corti e lungometraggi a vari festival, ha immaginato il dramma di una ragazzina, Gabita, che, nonostante una gravidanza già avanzata - 4 mesi 3 settimane e 2 giorni, appunto - decide di interromperla affidandosi a un losco figuro uso, a caro prezzo, a praticare quel genere di interventi. Le è vicina, con molta generosità, un'amica, Otilia, con cui divide la stanza in una casa per studenti. Tre personaggi: le due amiche, una timida, impaurita, dimessa, l'altra forte e decisa, anche se non priva di pietà, e il figuro, cinico, duro, solo preoccupato di un segreto che, se svelato, gli costerebbe molti anni di carcere. Mungiu li segue passo passo: prima che gesti e atteggiamenti che non ce ne svelano le motivazioni, poi, una volta fatte scoprire, con una rappresentazione realistica ed aspra dei fatti, dei caratteri e delle singole reazioni; finendo per riservare gli spazi maggiori al personaggio di Otilia, non solo per la sua intraprendenza, ma per la capacità di tenere in mano, anche lei rischiando, una situazione più che difficile, accettata solo per un sentimento protettivo di amicizia. Soprattutto interessante è il linguaggio - direi addirittura lo stile - cui tutto questo è affidato. Intanto, con dei piani sequenza molto lunghi che vedono i personaggi muoversi mentre la macchina da presa resta ferma, poi, al loro interno, con delle soste particolarmente dilatato sui vari momenti dell'azione che, senza mai contravvenire alla dinamica del cinema, si affidano a battute di dialogo molto estese piegate non solo a definire fortemente le fisionomie dei protagonisti, ma anche il loro diversissimo modo di confrontarsi. Senza mai una frattura. Mentre attorno, nell'albergo in cui si procurerà l'aborto, nelle strade attorno, in altri interni a contatto con altra gente, si evoca con precisione assoluta il clima grigio, soffocante, desolato, di quegli ultimi anni di bieca dittatura. Quasi fotografandoli di nuovo, a distanza. In cifre simili i tre interpreti principali Annamaria Marinica (Otilia), Laura Vasilu (Gabita), Vlad Ivanov (il figuro). Da noi sono poco noti ma sembrano, per autenticità e asciuttezza, uscire dalle pagine del nostro Neorealismo migliore.
Gian Luigi Rondi
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