I quattro Vermeer
Trovarsi ad un appuntamento d' eccezione con l' ultimo grande Quartetto d' archi del Novecento in dotazione, il «Vermeer», era un bel regalo della Filarmonica, incrinato però dall' annuncio del prossimo scioglimento dell' organico, a conclusione di ben 36 anni di sodalizio in vetta alla musica d' insieme. Suonare, riconoscersi, sotto il nome di bandiera Vermeer, era assai più di un sodalizio, un matrimonio musicale, perpetrato fra l' israeliano Ashkenasi (primo violino) il tedesco Tacke ( secondo violino) gli americani Young e Johnson (viola e violoncello), era un modo di far musica uno per tutti, tutti per uno. Così l' altra sera, la grazia lieve del Quartetto di Mozart in si bemolle maggiore K. 589; così le innovazioni esaltanti di Janacek ispirate al romanzo pressoché «noir» della Sonata a Kreutzer di Tolstoj; così i fermenti dell' opus 132 in la minore di Beethoven. A questo punto mi è tornato alla mente il surrealismo neodada di uno spettacolino di Mauricio Kagel, dove il coinvolgimento dei musicisti era tale da trasformare gli strumenti musicali in vere e proprie escrescenze del corpo umano. Se è vero che si può eseguire un quartetto per diletto, vale a dire una volta tanto, da musici onnivori - perché no? - è anche vero tuttavia, che la dedizione esclusiva, claustrofobica, dei grandi complessi da camera del Novecento come il Quartetto Italiano (e, l' altra sera, il Quartetto Vermeer) insomma, la monogamia strumentale, sia l' unica a produrre un suono unitario, una qualità timbrica inconfondibile, direi personalizzata. Incontrarsi sulla medesima lunghezza d' onda, senza neppure guardarsi. Interpretare un brano di Schubert fuori programma, d' accordo perfino nella grazia di un pizzicato al violoncello pensato comunque a quattro. QUARTETTO VERMEER alla Filarmonica, concerto unico
Mya Tannenbaum