Gravidanze, ex mariti e madri nevrotiche
la regia di Helen Hunt resta in superficie
Chi ha paura dei sentimenti? Visti con un certo sospetto già ai tempi d'oro del melodramma, i «buoni» sentimenti hanno avuto vita sempre meno facile al cinema. E quei pochi registi che hanno avuto il coraggio di affrontarli di petto e farsi carico di un romanticismo fuori moda (ricordate Clint Eastwood che piange tutte le sue lacrime nei Ponti di Madison County?), spesso hanno dovuto fare i conti con i pregiudizi di molti. Senza contare che negli anni in cui è diventato uno sport quasi di massa far guerra al politically correct, con l'acqua sporca delle convenzioni spesso si getta anche il bambino delle piccole e tenere verità quotidiane.
A questo andrebbe aggiunta anche una riflessione di tipo «estetico culturale »: un film che non solo sceglie di mettere al proprio centro i sentimenti quotidiani, ma che si sforza di raccontarli con la delicatezza e il sottotono che quegli argomenti richiedono (se non si vuole farne un melodramma fiammeggiante e roboante), si scontra con l'assuefazione del pubblico per un cinema sovraesposto quando non addirittura adrenalinico, dove musica e montaggio sono più forti di tutto e l'attenzione diventa una specie di «riflesso condizionato» di fronte ai colpi di scena o alle battute. Non certo una scelta dello spettatore.
Invece, per il suo esordio dietro la macchina da presa, Helen Hunt ha deciso di andare contro tutte queste convenzioni, adattando con una certa libertà il libro di Elinor Lipman «Then She Found Me» (Allora lei trovò me, che è anche il titolo originale del film) e attribuendosi — più per risparmiare sul budget (basso) che per scelte artistiche — il ruolo della protagonista, April Epner.
Insegnante elementare sposata a Ben (Matthew Broderick), nel giro di pochi giorni deve far fronte alla scoperta che il loro legame è finito, alla morte della madre che l'aveva adottata e all'improvvisa apparizione dell'invadente Bernice (Bette Midler), una conduttrice di talk show televisivi che sostiene di essere la sua madre naturale.
Già nei primi dieci minuti del film ci sarebbe materia per un feuilleton ottocentesco, ma i colpi di scena non finiscono certo qui perché subito dopo April viene a sapere da Bernice che suo padre sarebbe stato Steve McQueen (una pietosa bugia...), il caso le fa incontrare l'uomo giusto — forse — per lei (Colin Firth) ma insieme scopre di essere incinta del suo ex marito (perché tra i tanti problemi che affliggono la protagonista c'è soprattutto quello della maternità: essendo lei stata adottata vorrebbe avere un figlio naturale).
Tutta questa materia, però, è trattata da Helen Hunt con un tono assolutamente anti- epico e anti-romantico.
I colpi di scena — e ne accadono davvero tanti — finiscono per restare sullo sfondo, come una tela di fondo che incide solo marginalmente sull'essenza del film. Che sta tutta nella registrazione (più che nell'analisi) delle reazioni psicologiche ed emotive della protagonista. Di fronte a una materia narrativa così ampia e variegata, Helen Hunt (che ha lavorato a lungo sulla sceneggiatura, insieme a Victor Levin ed Alice Arlen) sceglie di smussare tutti gli angoli, di lavorare sui particolari e sul sottotono. Puntando soprattutto sull'equilibrio del racconto e sulla prova degli attori (c'è anche Salman Rushdie nei panni di un ginecologo).
Probabilmente era l'unica strada possibile, perché gli argomenti rischiavano ogni volta di scivolare verso il retorico o addirittura l'abusato, ma è indubbio che dietro questa scelta si senta la presenza di una sensibilità e di un pudore non comuni. Viene in mente un grande capolavoro dei «buoni sentimenti», Ho sognato un angelo di George Stevens, con cui ha indubbi punti di contatto (per esempio, il tema — tragico — dei figli) e con cui condivide il gusto per i piccoli particolari significativi, che scivolano nel flusso del film senza alcuna sottolineatura (la differenza di carattere tra April e Bernice raccontata attraverso la differenza di calzature). Senza dimenticare, però, che le scelte di stile e di racconto che nel 1941 erano mainstream (quando uscì il film di Stevens) oggi sono decisamente fuori moda. E rischiano di non essere apprezzate dal pubblico.
Il che sarebbe comunque un peccato, perché Quando tutto cambia ha una grazia e una delicatezza insolite, con la sua capacità di raccontare sottovoce il bisogno di affetto e generosità che né la religione (April è cresciuta in una famiglia ebraica) né le persone spesso riescono a garantire. E il fatto che l'uomo forse adatto a lei sia un inglese (il film è ambientato a Brooklyn) è un altro piccolo segnale dell'insoddisfazione generazionale ed esistenziale di cui Helen Hunt ha voluto parlarci con questo film. Senza affettazioni o ricatti, ma con la voce appena sussurrata dei cari, vecchi «buoni» sentimenti.
Paolo Mereghetti