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Quando tutto cambia
Quando tutto cambiadi Helen Hunt
con Helen Hunt, Bette Midler, Colin Firth, Matthew Broderick
 
Corriere della Sera, 13 giugno 2008

Madri e figlie secondo Helen Hunt

Poteva essere un turgido melò, fossimo stati negli anni 40 ed avessimo avuto altre divine. Ci viene offerta la delicatezza di Helen Hunt che debutta pure come regista di questa storia di madri e figlie, di matrimoni disfatti, affetti ricomposti con un low budget anche nell'esborso sentimentale frenato. La povera Helen perde d'un colpo marito e madre adottiva, ma si scopre la vera, l'invadente Bette Midler star tv, modificata nel viso tirato a lucido: dice che è tutta colpa di Steve McQueen. Segreti e bugie, ma il racconto non palpita anche perché si pone troppi quesiti alla moda, tra cui la maternità difficile, l'affetto complicato per Colin Firth, un lavoro contro la retorica e per smussare gli eccessi di cui si nutre il melò. In cambio la Hunt si fa passare sul viso tutti i cambiamenti di tempo ed umore, con il lusso di avere Salman Rushdie come ginecologo; e finale aperto alla Cina.

voto: 5

Maurizio Porro

 
Corriere della Sera, 6 giugno 2008

Gravidanze, ex mariti e madri nevrotiche
la regia di Helen Hunt resta in superficie

Chi ha paura dei sentimenti? Visti con un certo sospetto già ai tempi d'oro del melodramma, i «buoni» sentimenti hanno avuto vita sempre meno facile al cinema. E quei pochi registi che hanno avuto il coraggio di affrontarli di petto e farsi carico di un romanticismo fuori moda (ricordate Clint Eastwood che piange tutte le sue lacrime nei Ponti di Madison County?), spesso hanno dovuto fare i conti con i pregiudizi di molti. Senza contare che negli anni in cui è diventato uno sport quasi di massa far guerra al politically correct, con l'acqua sporca delle convenzioni spesso si getta anche il bambino delle piccole e tenere verità quotidiane.

A questo andrebbe aggiunta anche una riflessione di tipo «estetico culturale »: un film che non solo sceglie di mettere al proprio centro i sentimenti quotidiani, ma che si sforza di raccontarli con la delicatezza e il sottotono che quegli argomenti richiedono (se non si vuole farne un melodramma fiammeggiante e roboante), si scontra con l'assuefazione del pubblico per un cinema sovraesposto quando non addirittura adrenalinico, dove musica e montaggio sono più forti di tutto e l'attenzione diventa una specie di «riflesso condizionato» di fronte ai colpi di scena o alle battute. Non certo una scelta dello spettatore.

Invece, per il suo esordio dietro la macchina da presa, Helen Hunt ha deciso di andare contro tutte queste convenzioni, adattando con una certa libertà il libro di Elinor Lipman «Then She Found Me» (Allora lei trovò me, che è anche il titolo originale del film) e attribuendosi — più per risparmiare sul budget (basso) che per scelte artistiche — il ruolo della protagonista, April Epner.

Insegnante elementare sposata a Ben (Matthew Broderick), nel giro di pochi giorni deve far fronte alla scoperta che il loro legame è finito, alla morte della madre che l'aveva adottata e all'improvvisa apparizione dell'invadente Bernice (Bette Midler), una conduttrice di talk show televisivi che sostiene di essere la sua madre naturale.

Già nei primi dieci minuti del film ci sarebbe materia per un feuilleton ottocentesco, ma i colpi di scena non finiscono certo qui perché subito dopo April viene a sapere da Bernice che suo padre sarebbe stato Steve McQueen (una pietosa bugia...), il caso le fa incontrare l'uomo giusto — forse — per lei (Colin Firth) ma insieme scopre di essere incinta del suo ex marito (perché tra i tanti problemi che affliggono la protagonista c'è soprattutto quello della maternità: essendo lei stata adottata vorrebbe avere un figlio naturale).

Tutta questa materia, però, è trattata da Helen Hunt con un tono assolutamente anti- epico e anti-romantico.

I colpi di scena — e ne accadono davvero tanti — finiscono per restare sullo sfondo, come una tela di fondo che incide solo marginalmente sull'essenza del film. Che sta tutta nella registrazione (più che nell'analisi) delle reazioni psicologiche ed emotive della protagonista. Di fronte a una materia narrativa così ampia e variegata, Helen Hunt (che ha lavorato a lungo sulla sceneggiatura, insieme a Victor Levin ed Alice Arlen) sceglie di smussare tutti gli angoli, di lavorare sui particolari e sul sottotono. Puntando soprattutto sull'equilibrio del racconto e sulla prova degli attori (c'è anche Salman Rushdie nei panni di un ginecologo).

Probabilmente era l'unica strada possibile, perché gli argomenti rischiavano ogni volta di scivolare verso il retorico o addirittura l'abusato, ma è indubbio che dietro questa scelta si senta la presenza di una sensibilità e di un pudore non comuni. Viene in mente un grande capolavoro dei «buoni sentimenti», Ho sognato un angelo di George Stevens, con cui ha indubbi punti di contatto (per esempio, il tema — tragico — dei figli) e con cui condivide il gusto per i piccoli particolari significativi, che scivolano nel flusso del film senza alcuna sottolineatura (la differenza di carattere tra April e Bernice raccontata attraverso la differenza di calzature). Senza dimenticare, però, che le scelte di stile e di racconto che nel 1941 erano mainstream (quando uscì il film di Stevens) oggi sono decisamente fuori moda. E rischiano di non essere apprezzate dal pubblico.

Il che sarebbe comunque un peccato, perché Quando tutto cambia ha una grazia e una delicatezza insolite, con la sua capacità di raccontare sottovoce il bisogno di affetto e generosità che né la religione (April è cresciuta in una famiglia ebraica) né le persone spesso riescono a garantire. E il fatto che l'uomo forse adatto a lei sia un inglese (il film è ambientato a Brooklyn) è un altro piccolo segnale dell'insoddisfazione generazionale ed esistenziale di cui Helen Hunt ha voluto parlarci con questo film. Senza affettazioni o ricatti, ma con la voce appena sussurrata dei cari, vecchi «buoni» sentimenti.

Paolo Mereghetti

 
Il Mattino, 7 giugno 2008

Romanticismo demodé per Helen Hunt

Presentato in anteprima alla rassegna «Fil.mare» di Castel Volturno, «Quando tutto cambia» segna l'esordio dietro la macchina da presa dell'apprezzata Helen Hunt. Si tratta di una spontanea apologia dei vecchi, cari e buoni sentimenti tratta dal libro di Elinor Lipman, nella quale la ormai quasi anoressica attrice si è attribuito anche il ruolo di protagonista: alle prese con una serie di clamorose vicende familiari, la maestra ebrea April - per non farsene subissare - è costretta a esibirsi in un vero e proprio show di azioni, reazioni e desistenze psicologiche. È chiaro l'intento della neo-regista di non sprofondare nel melò, cercando di fronteggiare le urgenze retoriche e lacrimogene del copione con un uso prudente e attento del dettaglio e del sottotono psicologico: con il risultato di tenere il film come in sospeso tra la delicatezza e la debolezza, la grazia minimalista e il romanticismo démodé. Ad April, per la verità, ne capitano di cotte e di crude: dalla fine dell'amore coniugale alla morte della madre adottiva, dall'apparizione repentina dell'improbabile madre naturale (interpretata dall'istriona Bette Midler) all'incontro con il nuovo partner britannico proprio quando si scopre incinta dell'ex marito... Insomma un film che un tempo si sarebbe detto perfetto per il pubblico femminile e oggi rischia di scontentare proprio signore & signorine «emancipate» dalla stagione femminista.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 6 giugno 2008

Figlia sciatta contro mamma rifatta

Qualcosa è cambiato? Quasi tutto. L'attrice da Oscar Helen Hunt torna al cinema dopo anni di teatro per un melodramma moderno dove il sorriso è più forte delle lacrime.Lei è anche regista. Quando tutto cambia vede la star di Qualcosa è cambiato interpretare il ruolo di April, moglie lasciata dal marito e ripresa dalla madre naturale (Bette Midler) che piomba nella sua vita dopo anni di oblio. A complicare la faccenda anche una gravidanza inaspettata e una cotta istantanea per un 40enne con due figli traumatizzato dall'ex-moglie adultera (Colin Firth). Moti del cuore e terremoti esistenziali, una figlia 39enne (la Hunt ne ha 45) che sembra più vecchia della madre 54enne (la Midler ne ha 63), uomini troppo bambini o con troppi bambini. Pellicola semplicistica ma bisogna rendere atto alla Hunt di aver raggiunto dei risultati: finalmente rivediamo un Colin Firth intemperante come ai tempi di Febbre a 90° e finalmente ammiriamo una bellissima donna piena di rughe guidare un film da protagonista. A Hollywood, ora, è più unico che raro. I duetti figlia sciatta e madre rifatta sono il cuore del film. Le due scene con Salman Rushdie attore, invece, sono inutili.

Francesco Alò

© Sipario 2011