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Qualcuno con cui correre
di Oded Davidoff
con Bar Belfer e Yonathan Bar Or (Israele, 2006)
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L'Unità, 20 novembre 2008
I ragazzi dello zoo di Gerusalemme
Quando sarai arrivato, ricomincerai a correre. La giovinezza è un vento che soffia impazienza, curiosità, avventura. La stessa aria che tira in Qualcuno con cui correre, un “thriller” esistenziale, bohemien, punkabestia, tratto dalle pagine fitte e ordinatamente sovversive di David Grossman, uno dei patriarchi della letteratura israeliana contemporanea. Che di passaggi dalla crisalide alla farfalla, dalla pelle morbida al principio di una scorza ha intessuto i suoi romanzi. In questa storia scritta nel 2000 e portata sullo schermo da Oded Davidoff (classe ’67), una bellissima labrador di nome Dinka mette due persone sulle medesime tracce, passando da una mano all’altra come un testimone (dei fatti): Tamar, una ragazzina rasata alla Sinead O’Connor che vagabonda per Gerusalemme con la sua chitarra in cerca di "un ragazzo con la chitarra nera" e Assaf, un sedicenne che questo cane smarrito deve riconsegnare alla proprietaria per conto del canile municipale. I piani temporali sono sfalzati di un paio di mesi. Il percorso è lungo e laborioso quanto le invenzioni di uno scrittore che ama i suoi personaggi, tanto più se sono malinconicamente dolenti. La piccola cantante finirà in una grottesca comunità d’artisti tenuta da un tirannico sfruttatore, che li foraggia di droga e li tiene al cappio sfruttando le loro esibizioni per strada. Il giovanotto invece finisce rapito dal pensiero di Tamar: ha la sua Dinka, alcuni effetti personali, il diario e mille indizi sul fatto che gli dovrebbe proprio piacere.
Intenso, sporco ma pure vitale e spontaneo, il film di Davidoff ha la forza di una ballata chitarra e voce. Ne canta parecchie e dal vivo (sulla musicalità della lingua ebraica meglio sorvolare) la giovane, bravissima esordiente Bar Belfer, che nel romanzo di Grossman invece esordiva nella sua nuova vita on the road sussurrando “Suzanne” di Leonard Cohen sulle note del suo stereo. Impenetrabile eppure minuta e fragile, lei è il mistero ambulante di tutta la storia, animata da una determinazione incredibile. Attraversa una Gerusalemme poco edificante e “liberatoria” fatta di spacciatori, barboni, immondizia e degrado. Tutti chiari indizi che c’è una città viva oltre la cronaca bellica e la spartizione etnica e religiosa. L’immagine è inquieta e deformata con grandangoli, effetti ottici e manipolazioni della fotografia, piccoli giochi di regia che Davidoff avrà imparato facendo pubblicità. Qualcosa si muove all’ombra delle palme in Medio Oriente: i contributi alla cinematografia hanno rianimato un’industria che languiva da anni e una nuova generazione di autori intorno ai quaranta si sta affacciando sui mercati oltre il Mar Rosso. L’anno scorso per esempio abbiamo visto il bellissimo Meduse di Etgar Karet. Il nostro film esce distribuito da Medusa (co-prodotto da Luca Barbareschi, la Mondadori pubblica Grossman, tutto in casa!). Per una volta il doppiaggio, che sfrutta voci di giovanissimi, è controverso eppure a tratti curioso e persino naife. L’ultima esibizione per strada di Tamar e il ragazzo che cercava si conclude con “Wild Horses” dei Rolling Stones: cavalli selvaggi, quelli con cui correre via.
Pasquale Colizzi
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L'Espresso, 28 novembre 2008
Bronx Gerusalemme
Tutto il giorno per strada i ragazzi suonano, cantano, recitano, ballano, cercano e prendono droga, raccolgono elemosine. Con il buio bevono e litigano, fanno l'amore e fanno chiasso: sembra d'essere in certi quartieri di Berlino o di Bologna, invece è una Gerusalemme sinora inedita, né religiosa né turistica, una metropoli del disagio come tante. Nessun film potrebbe essere originale e bello quanto il romanzo di David Grossman (Mondadori) da cui è tratto: ma l'israeliano 'Qualcuno con cui correre', opera seconda di Oded Davidoff, ha tra l'altro il merito di raccontare visivamente una città che è insieme conosciutissima e poco nota, una coppia di adolescenti che è insieme solita e mai vista.
Gerusalemme appare la triste ospite di una organizzazione simile al gruppo dei bambini accattoni di 'Oliver Twist' di Dickens. Un uomo, metà criminale e metà fanfarone, gestisce una grande casa dove i ragazzi soli o in fuga possono trovare da mangiare, da dormire, e vengono spogliati di ogni soldo, di ogni minima proprietà: diventano mendicanti comandati, sorvegliati e puniti, depredati di tutto. La perenne folla giovanile che sembra l'immagine della libertà è in realtà detenuta, prigioniera e sfruttata.
Una bellissima ragazzina dalla testa rasata (Bar Belfer) finisce in quella casa mentre cerca e infine trova il fratello perdutosi nella droga. Un ragazzo non bello (è Yonatan Bar Or, una star musicale in Israele) trova la cagna di lei, magnifica labrador dorata, e viene incaricato di riportarla e far pagare una multa alla padrona. Con o senza il cane, ciascuno dei due corre attraverso la città permettendo agli spettatori di conoscerla e imprimendo al film un dinamismo privo d'ansia o d'affanno: il loro legame risulterà amichevole, affettuoso, non esigente e dolce, proprio come il rapporto di ciascuno con il cane. Un film lieve e profondo, molto interessante; l'accuratezza delle luci diurne e notturne, le canzoni che la ragazza suona e canta quasi fossero parentesi nel racconto, sono belli e accrescono il fascino di 'Qualcuno con cui correre'.
Lietta Tornabuoni
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Il Manifesto, 21 novembre 2008
Adolescenti e ribelli nelle strade di Gerusalemme
Una ragazzina, occhi sgranati, voce magnifica, si rasa i capelli a zero e si mette in viaggio. Compagna di strada la cagna labrador Dinka, e la chitarra che non tira fuori quasi mai. Meta, le zone oscure di Gerusalemme, anfratti, case squattate, piazze e scale dove si ritrovano ragazzi come lei, che vivono fuori casa, suonano, si fanno. Qualcuno con cui correre è l'esempio perfetto del cinema devastato dal doppiaggio (esce per Medusa). Non possiamo infatti dire come sia il film di Oded Davidoff tratto dal romanzo di David Grossman, ma certo la punk coi dreadlocks che parla romanesco o il ragazzo chitarrista di genio col mito di Hendrix e la voce «fattona», sono talmente caricaturali da distruggerne qualsiasi potenzialità. Possiamo solo intuire, specie quando Tamar, la ragazza protagonista - che ci fa scoprire Bar Belfer, giovanissima e intensa, esordiente, «canta» in ebraico le sue canzoni - «Finalmente sei tornato, alla fine sei a casa, dammi un minuto per abituarmi, tutto è accaduto così in fretta ...» - storie di sentimenti perduti e ritrovati, fughe e dolori profondi. Intanto che siamo davanti a un esempio di quel cinema israeliano della nuove generazioni che rifiutano l'obbligo di rappresentare il conflitto e cercano altrove ambiguità e contraddizioni. Qui, come vuole la poetica di Grossman, sono i giovani a occupare il centro della narrazione, è la loro ribellione a volte confusa, a volte massacrante la forza della rottura.
Tamar cerca un ragazzo per salvarlo dai ricatti di una banda che sfrutta gli artisti di strada, e li uccide se tentano di scappare ricattandoli con la droga, il bisogno di un posto dove stare, la debolezza. Il capo si chiama Pesach, come la Pasqua, è uomo potente, traffica in droga e in molto altro, Tamar lo sfida con la complicità di un altro ragazzino sconosciuto che guidato dal cane la insegue per tutta Gerusalemme. Anche la città santa ci appare eccentrica, scura, piena di eroina e di crack, di giovanissimi che dichiarano con le scelte di vita la loro rivolta. Pesach in fondo è quella parte della società israeliana che vuole distruggerli e che per crescere deve essere sconfitta. Un film strano, anche se imperfetto nei suoi eccessi surreali, un po' da spot per Mtv, con la scommessa comunque di un punto di vista adolescente per «tradire» l'immaginario nazionale.
Cristina Piccino
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Il Messaggero, 21 novembre 2008
Gerusalemme con la chitarra in mano
Bella idea (grazie: viene da un romanzo di David Grossman). Un ragazzo di Gerusalemme che sbarca il lunario lavorando per la protezione animali si vede trascinare da un irruente labrador sulle tracce della sua padrona scomparsa: una ragazza dal grande talento musicale finita in un brutto giro perché a sua volta sulle tracce di una persona cara... Le due azioni corrono parallele ma sono sfalsate nel tempo. Le disavventure della cantante Tamar precedono di qualche settimana la ricerca affannosa di Assaf, che casa per casa, strada dopo strada, sempre guidato dalla fedele cagna Dinka, accumula incontri, piste, indizi, fino ad avere la sensazione di conoscere da sempre quella ragazza mai vista. Mentre Tamar lotta contro il turpe Pesach, incrocio degenerato fra un guru e il Fagin di Oliver Twist, che tiene schiavi con l'eroina un gruppo di ragazzi musicalmente dotati, mandandoli a suonare e mendicare per strada. Peccato che tutto sia avvolto da una luce biancastra da film per ragazzi e che a compensare tante brutture ci siano più sorrisi, canzoni, bellurie che in 24 ore di Videomusic. Va bene sfuggire ai cliché più triti su Israele e Gerusalemme, ma per favore non nominate il neorealismo invano.
Fabio Ferzetti
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Corriere della Sera, 21 novembre 2008
Amore e amicizia a Gerusalemme
Tratto dal libro di un grand'uomo, lo scrittore israeliano David Grossman (vedi il nuovo strepitoso «A un cerbiatto somiglia il mio amore» ed. Mondadori), Qualcuno con cui correre è il titolo metaforico di un racconto d'amore e d'amicizia che si inerpica in un'inedita Gerusalemme somigliante ai bassifondi della Londra di Oliver Twist. Una fuga con doppia ricorsa — un teen ager trainato da un labrador cerca la ragazza che a sua volta è sulle tracce del fratello tossico in un mondo scomposto da droga ed altro — in cui l'universo giovanile cerca di fare conti separati col resto del mondo che percuote umilia alcuni sogni resistenti. Opera seconda di Davidoff, il film parte con intenzioni ottime ma non evita la retorica e non trova un baricentro narrativo a parte il valore peculiare sociologico nuovo e la brava Bar Belfer. Meno la grande Valeria Valeri il doppiaggio è spesso con la Z: atrocemente romanesco.
VOTO: 5
Maurizio Porro
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Il Giornale, 21 novembre 2008
I ragazzi perduti di Gerusalemme
Di Israele si parla per la sua guerra dei sessant'anni, ma la sua gioventù muore di più per incidenti e droga: di questa si occupa Qualcuno con cui correre di Oded Davidoff, che fa le nozze coi fichi secchi, ma è meno noioso del collega Amos Gitai. Infatti applica le sventure di Oliver Twist a tre adolescenti odierni di Gerusalemme: uno si droga, sua sorella vuole liberarlo dalla droga, mentre un altro ragazzo corre dietro a un cane e a lei. Mezz'ora di meno gioverebbe; e sarebbe meglio avere la versione originale sottotitolata che quella doppiata, ma Qualcuno con cui correre è un film insolito, tra tanti fatti in serie.
Voto: 6,5
MC
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Il Tempo, 20 novembre 2008
I visi giusti per raccontare una storia originale
Un film da un romanzo di egual titolo pubblicato nel 2000 da David Grossman, fra i romanzieri israeliani più celebrati. Se ne è fatto carico un regista quasi esordiente, Oded Davidoff, però con meriti indubbi, narrativi e stilistici, che gli hanno permesso non solo di sintetizzare in modo comunque esauriente il testo originale, ma di riproporre come dal vero, senza funzioni letterarie, il ritratto di una certa gioventù israeliana di oggi, in bilico fra il bene e il male, la musica e la droga.
Due storie parallele, una al presente, l'altra in un passato solo di pochi mesi prima, alla fine in grado di congiungersi.
Protagonista della prima è un sedicenne timido, Assaf, che, impiegato alla Protezione animali di Gerusalemme, riceve l'incarico di trovare il proprietario di un cane finito tra le grinfie dell'accalappiacani. Protagonista della seconda è una sua coetanea, Tamar, che, poco tempo prima, incontriamo a sua volta, sempre con quel cane, intenta a rintracciare un fratello, vittima della droga, caduto fra le grinfie di loschi speculatori che, con la promessa di continue dosi, lo fanno suonare e cantare in strada, ricavandone guadagni. Smarrisce il cane che però, da ultimo, quando sarà riuscita a salvare il fratello, porterà fino a lei proprio Assaf, dedito, fino a quel momento, ad inseguirla senza sapere chi fosse.
Un inseguimento così, da una parte, una ricerca disperata e drammatica dall'altra. Uno arricchisce nel ragazzo il personaggio della ragazza, per lui via via sempre meno ignoto e sempre più spinto a raggiungerlo. L'altra mette in contatto la ragazza con il triste inferno dei drogati e dei tetri figuri che ne sfruttano il vizio. Con equilibrio attento fra le due situazioni anche se, attorno ad Assaf, i climi sono spesso solo ingenui mentre quelli attorno a Tamar sono foschi e spesso carichi di angoscia. I caratteri hanno risalto felice, le situazioni in cui vengono coinvolti hanno una costante logica, psicologica e drammatica. Mentre attorno, in una Gerusalemme insolita e mai turistica, risuonano quasi con grazia le belle canzoni cantate dai due protagonisti, entrambi esordienti, ma con facce giuste.
Gian Luigi Rondi
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