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P.S. I love you
P.S. I love youdi Richard Lagravenese
con Hilary Swank, Gerard Butler, Gina Gershon, Lisa Kudrow
 
L'Unità, 1 febbraio 2008
Lettere d'amore dall'aldilà

Quando vi accorgerete che il film è andato un po' in vacca sarà ormai troppo tardi. Vi chiederete (sapendo la risposta) come andrà a finire. E comunque per le donne, che lo avranno scelto per sbirciare bicipiti e versare due lacrime, non farà nessuna differenza. P.S. I love you è una storia d'amore vissuta in flashback da Holly/Hilary Swank, sconvolta dalla morte del compagno Gerry/Gerard Butler, un adrenalinico irlandese che aveva sposato dieci anni prima giovanissima. Rimasta sola a crogiolarsi nell'appartamento comune (per sentirne la presenza), guardando film d'epoca e sperando di "dormire per sempre", la ragazza perde di vista il mondo. Parte la santificazione dell'estinto mentre quando era in vita lei faceva un po' la permalosa. La storia in questo caso calca la mano sui sensi di colpa: fate le brave sennò potrebbe accadere… Siamo d'accordo. Comunque corrono al capezzale della vedova la madre un po' burbera (Kathy Bates) e le due amiche Denise (Lisa Kudrow) e Sharon (Gina Gershon). Ma più di ogni cosa l'aiuteranno le lettere che Gerry prima di morire ha programmato che le arrivassero come una guida a tappe nella vita senza lui. Il risultato, assicurano gli esperti di marketing hollywoodiani, è assicurato.

Diretto da uno sceneggiatore di lungo corso ma di una sola grande occasione (La leggenda del Re pescatore) e scritto insieme a Steven Rogers, esperto di atmosfere a tinte pastello, P.S. I Love You è costruito per non scontentare. Il massimo di spiacevole che accade è la permalosità di Holly. Hilary Swank è la stessa attrice da due Oscar (e stesso impegno), Gerard Butler (300) gigioneggia ma sta nella parte e le comprimarie reggono la scena. Dimenticavamo William (Jeffrey Dean Morgan), destinato a restare l'amico non gay e non corrisposto. Musica che alla lunga diventa molesta (ma pare sia un riflesso indotto delle commedie sentimentali), qualche battuta efficace e parecchio già visto. Come la solita cura "strong" che le amiche infliggono alla "malata": spingerla nelle braccia di un rustico irlandese durante una trasferta nella Verde isola. La spiegazione immediata: "Approfitta! Di uomini così non ne fanno più in America". Che fa molto: come sono sane e wasp le nostre radici americane! Almeno, questa è l'impressione. Per un pubblico femminile, non accompagnato.

Pasquale Colizzi

 
Il Manifesto, 1 febbraio 2008
«P.S. I love you», commedia tra Manhattan e l'Irlanda

Già nel titolo (P.S. I love you) del film di LaGravenese si dovrebbe cogliere l'avvertimento che non sfuggiva alla generazione degli anni settanta così sensibili alle parole delle canzoni dell'epoca spesso malinconiche (gli addii erano d'obbligo). Invece la coppia Holly e Gerry (Hilary Swank, premio Oscar per Boys Don't Cry e Gerard Butler, il re Leonida) stanno straordinariamente bene insieme, anche i loro litigi sono ben coordinati, finchè Gerry muore per una improvvisa malattia e il vuoto lasciato da quell'irlandese impetuoso e inventivo è impossibile da colmare. Il film segue il difficile ritorno alla vita di Holly, la sua totale chiusura nel dolore, le varie fasi della elaborazione del suo lutto, l'appoggio di pittoreschi familiari e amici accorsi al suo fianco, tra cui spiccano Kathy Bates (la madre), Lisa Kudrow, Harry Connick Jr., il musicista che ha studiato con Marsalis, premio Grammy come cantante jazz, prestato con successo al cinema. Invece di un intreccio drammatico, entra in scena da subito la commedia: la morte non è mai la benvenuta nel cinema nordamericano, se ne sono fatti film comici, elegiaci, di reincarnazione: in questo Gerry, sapendo che non sarebbe vissuto a lungo, ha scritto alla moglie alcune lettere che le vengono recapitate un po' alla volta e l'aiutano a ritrovare il gusto della vita. Tenero e spiritoso, ci fa entrare nel suo gioco seduttivo, storia d'amore che la personalità del regista Richard LaGravenese rende meno prevedibile: ragazzo di Brooklyn laureato alla Tisch di New York, autore della sceneggiatura della Leggenda del re pescatore di Terry Gilliam, sceneggiatore di Ted e Jonathan Demme, di Clint Eastwood (Madison County), Barbra Streisand, Robert Redford, autore del documentario firmato con Ted Demme A decade under the influence sui registi e i film degli anni settanta, lavora con una eccezionale sinergia di maestranze artistiche basandosi sul best seller della ventenne Cecelia Ahern, figlia del primo ministro irlandese, quindi altro elemento non secondario è l'andirivieni tra New York e l'Irlanda (dove è ambientato il romanzo), scoperta di verdi distese (Wicklow Park) e mascolinità sconosciuta ai canoni newyorkesi. Colonna sonora posta non certo in secondo piano con musiche firmate e curate da John Powell (dal Trinity College of Music di Londra a Los Angeles), film agghindato dalla ricercatezza estrema degli abiti, elemento non secondario, impensabile fare a meno dell'elemento moda.

Silvana Silvestri

 
Il Tempo, 3 febbraio 2008

Prima dei titoli di testa, una zuffa a New York fra due giovani coniugi, Gerry e Holly, che serve però solo per mostrarci quanto si amino.
Dopo i titoli, il funerale di lui (buffo, con canzoni) che vede lei, annientata, invano sorretta dalla madre, vedova a sua volta, e da uno stuolo di amiche. Cominciano ore e giorni tetri di lutto. Curiosamente costellati, a data fissa, da messaggi e da doni che Gerry ha puntigliosamente predisposto prima di morire. Con la speranza, via via sempre più evidente, di sostenere un giorno dopo l'altro la sua vedova, favorendone al meglio le possibilità di rifarsi con il tempo una nuova vita.
Cosa che, probabilmente, accadrà...
Alla base, un romanzo con lo stesso titolo di una giovane irlandese, Cecelia Ahern, che la sua storia l'aveva ambientata tutta in Irlanda. Il regista Richard LaGravenese - noto soprattutto per la bella sceneggiatura de "La leggenda del re pescatore" portato sullo schermo da Terry Gilliam protagonista Robin William - riscrivendolo, l'ha ambientato una prima parte a New York e la seconda, quella conclusiva, proprio in Irlanda perché aveva lasciato che Gerry restasse irlandese e in una delle sue lettere chiedesse a Holly di andare a conoscere i suoi genitori in un villaggio nel verde della sua campagna natia.
Due cifre, perciò, una cittadina e tipicamente americana, l'altra rurale e quieta. Con la possibilità, in mezzo, che qualche flashback rievocasse i precedenti, spesso teneri, della relazione fra Gerry e Holly. A rischio, dato il tema e quei messaggi in arrivo dall'al di là, di uno scoperto patetismo. Puntualmente esorcizzato, tuttavia, prima dalla sceneggiatura poi dalla regia di LaGravenese, con un equilibrio narrativo e stilistico frutto non solo della misura ma, al momento di tirare le somme pur intuibili, di accenti sospesi: per lasciare soprattutto allo spettatore di concludere ed eventualmente di decidere. Accettando anche qua e là, pur tra le spire di quel lutto che sembra senza fine, dei momenti distesi prossimi, in più punti, all'ironia.
Con un garbo lieve.
Naturalmente gli interpreti corrispondono con impegno a queste intenzioni e a questi accenti.
Holly è la superpremiata Hillary Swank pronta a sfumare con finezza sia le lacerazioni del dolore sia, sottilmente, l'elaborazione del lutto. Gerry è lo scozzese Gerard Buther che si ricorderà come Re Leonida in "300".
Franco, aperto, disinvolto.

Gian Luigi Rondi

 
La Repubblica, 1 febbraio 2008
Hilary, vedova inconsolabile
resiste con un "P.S. I love you"

Nella prima sequenza Holly e Gerry litigano, ma capisci al volo che si amano molto. Nella seconda Gerry è già all'altro mondo, stroncato da una malattia in giovane età. Holly non ce la fa a elaborare il lutto e cade in depressione; senonché, il giorno del suo trentesimo compleanno, riceve una lettera del defunto, siglata come da titolo. È solo la prima di una serie di missive lasciate dal marito devoto, con lo scopo di convincere la vedovella a ricostruirsi una vita.

La terapia passa attraverso una seduta di karaoke, un viaggio in Irlanda e diverse altre tappe, in cui la donna è coadiuvata dalle amiche del cuore. Tornerà ad amare grazie a un barista incapace di tenere a freno la lingua, oppure a un bel bisteccone irlandese con la chitarra, amico fraterno del trapassato?

Una commedia romantica decisa a farci tirare fuori i fazzoletti, ma non indecorosamente lacrimosa, che riunisce due ex-collaboratori di Clint Eastwood: lo sceneggiatore dei "Ponti di Madison County", LaGravenese, e la protagonista di "Million Dollar Baby" Hilary Swank. Il calo di forma di entrambi è vistoso. Lui dirige in modo piatto; lei cambia cappello ogni tre scene, faticando ad adattare la sua grinta a un ruolo sentimentale.

Roberto Nepoti

© Sipario 2011