Rivera e le sempre prossime "Aperture"
Menestrello irriverente nelle notti trasteverine, "disturbatore della mente pubblica", citofonista intruso per il "Parla con me" di Serena Dandini, Andrea Rivera è uno "che ci sa fare". Piace a molti perché dice quello che pensa, non sembra affettato, è simpatico e quasi mai presuntuoso. Non è poco. Ora è al Piccolo Eliseo (fino al 10 febbraio, in scena anche Lisa Lelli e il polistrumentista Matteo D'Incà) con una versione aggiornata di Prossime aperture, contenitore per canzoni, videointerviste, considerazioni, inseguimenti di parole e giochi con il pubblico, che gli riescono particolarmente bene grazie alla gavetta in strada che lo ha fatto spontaneo e disinvolto. La capacità d'improvvisazione, che non tutti possono vantarsi di possedere, garantisce il successo a questo spettacolo, che però ha il difetto di dire troppe cose senza approfondirne nessuna. Probabilmente questo è l'intento del teatro-canzone di Rivera, trentasette anni, spirito giocherellone e linguacciuto, che all'apertura del sipario ci accoglie come un Gesù Cristo rassegnato. Bersaglio preferito? Il Papa (vedi polemiche sul concerto del Primo Maggio e sulla visita annullata alla Sapienza). Poi i morti sul lavoro, la crisi di governo, la "monnezza", la fecondazione assistita, i reality, ma pure Ustica, piazza Fontana, la P2, Falcone e Borsellino. E l'indulto, con una canzone (niente male) dedicata a "un amico... clemente". Poco di tutto. Eppure Rivera ha le carte (e il cognome giusto) per dribblare il rischio dell'ovvio.
Paola Polidoro