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Processo
a Dio
di Stefano Massini
con Ottavia Piccolo
scene e costumi: Gianfranco Padovani
regia: Sergio Frantoni
Bellinzona, Teatro Sociale, Stagione di Lugano, marzo 2007
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www.Sipario.it, 13 marzo 2008
Sete di giustizia e
di verità
Non fa sconti il Processo a Dio del giovane Stefano Massini. È un
processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti
di verità storica. Alla sbarra lo sterminio senza
la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima
notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione
41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera
ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata
a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di
liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla
sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure
che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato
il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio,
vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino.
Non c’è tempo per un’udienza preliminare.
Le cinque accuse di Elga reclamano un giudizio immediato:
gli ebrei sono stati ridotti in schiavitù; gli ebrei
sono stati massacrati sistematicamente; gli ebrei sono
stati venduti; gli ebrei sono stati illusi e traditi; gli
ebrei, benché creati a immagine e somiglianza di
Dio, sono stati privati della loro umanità.
Come ogni processo anche questo necessita di testimoni
e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono
il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale
tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Biderman,
presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate.
Spetta invece all’irrequieto Zadek verbalizzare gli
atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente
domande destinate a rimanere inevase.
L’allestimento firmato da Gianfanco Padovani è compatto
e rigoroso. La nuda scena è chiusa quasi ermeticamente.
Occorre ricostituire la propria dignità prima di
consentire alla vita di entrare nuovamente nella stanza.
La nitida regia di Sergio Fantoni, scandita dalle consone
musiche di Cesare Picco e dalla semioscurità disegnata
da Iuraj Saleri, restituisce al testo di Massini la sua
tensione drammaturgica, esaltandone i nervi e lo scabro
clima, evidenziando a tratti passaggi eccessivamente didascalici,
come lo svuotamento di sacchi pieni di capelli, ossa e
denti umani.
Coerente con le sue ultime scelte teatrali, Ottavia Piccolo
lavora questo ruolo sgrossando il blocco di marmo per poi
scendere pian piano nella rifinitura dei dettagli. Nell’appassionata
requisitoria la Piccolo, capelli rasati sale e pepe, dà voce
violenta alla sete di giustizia e verità, circondata
da una compagnia affiatata, forte di un collaudo che supera
le centocinquanta recite. Vittorio Viviani è un
ispirato rabbino quando, a volte con imbarazzo, deve sostenere
le tesi dei testi sacri.
Silvano Piccardi veste con abilità la propria sofferenza
di giudice al di sopra delle parti. Gli fa eco Olek Mincer,
un po’ troppo caratterizzato. Francesco Zecca è il
giovane Adek, smanioso di vendetta, che combatte con l’istinto
feroce del sopravvissuto, mentre Enzo Curcurù tiene
bene fisicamente i lunghi silenzi del capitano Reinhard.
Il silenzio di Dio. Ma alla fine è necessario un
verdetto. Elga lo pretende. Sopravvissuta grazie al fucile
inceppato del capitano, Elga ribalta ancora una volta i
ruoli da vittima a carnefice, affidando alla roulette russa
di un’arma da fuoco il giudizio di Dio. E sta forse
qui una delle più felici chiavi di lettura del regista.
Fantoni rinuncia al suono roboante dello sparo fuori scena
e fa calare il buio e il silenzio sull’uomo-burattino,
senza smascherare il motore dei fili.
Cosimo Manicone
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Il Manifesto, 9 marzo 2008
Olocausto, il male assoluto e le domande senza risposta
Ottavia Piccolo è anche lei attrice che non s'arrende.
E non s'accontenta di testi facili o di sorrisi di scena.
Lo spettacolo che ora porta in giro, Processo a Dio (al
Valle fino a domenica 16) è una grande sfida. Parla
dell'Olocausto, anzi ne mette in scena un'appendice romanzesca,
che ha luogo la notte prima della partenza dei pochi sopravvissuti
da un lager. E' la fede di un gruppo di ebrei tedeschi
che si autoprocessa, davanti a quello che il loro popolo
ha dovuto subire. Il giovane scrittore Stefano Massini
(che ha coraggio e amore spericolato per l'analisi dei
grandi interrogativi attraverso la drammaturgia, dalla
scelta dei brigatisti al mistero della follia artistica)
ha preparato un testo impegnativo e «scabroso»,
che ogni momento rischia però di rimanere schiacciato
dall'enormità orrenda di quanto evoca.
Tutto lo spettacolo, per la regia di Sergio Fantoni, ruota
sulla figura di un'attrice (appunto Ottavia Piccolo), deportata
da Francoforte ma che non si è lasciata domare dall'orrore
subito. Anzi il fatto di essere solo per caso ancora viva,
le dà una frenesia indagatoria e insoddisfatta,
nel porre ai suoi compagni di sventura l'interrogativo
del titolo. Per questo, mentre gli altri preparano mesti
il «ritorno a casa», lei ordisce un processo
reale all'ufficiale nazista (Enzo Curcurù) che a
quel male ha dato volto e firma dentro i confini del campo.
Convoca i saggi della antica comunità sopravvissuti,
il rabbino, il figlio di questi. Vince le loro diffidenze
e le loro paure, perché tutti assieme rispondano
come e perché «sia potuto succedere».
Una domanda che non ha avuto ancora risposta plausibile
o esaustiva, e su cui l'opinione pubblica internazionale
torna a interrogarsi oggi di fronte a nuove violenze.
L'ordito del racconto teatrale vive certo i limiti di tutte
le ricostruzioni (o di certe abitudini tv, o di un linguaggio
che rischia ad ogni momento di non essere adeguato). Ma
quella messa in causa della memoria, più ancora
che della fede e della ragione, diventa la vera forza conquistatrice
del pubblico (compreso quello degli studenti di una replica
pomeridiana). Diventa anche la ragione della necessità di
un teatro come questo, che rispetto ad altri media può bruscamente
riportare certi temi al centro dell'attenzione. Come del
resto aveva fatto, poco prima del '68, L'istruttoria di
Peter Weiss.
Quindi un grande merito e successo «pedagogico» per
il Processo a Dio. Anche se poi è soprattutto la
forza di una attrice come Ottavia Piccolo, nel rispecchiare
con garbo e gusto la forza del proprio mestiere, a sostenere
e rendere necessaria, oltre il dolore evocato, la carica
civile dello spettacolo.
Gianfranco Capitta
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Il Messaggero, 1 marzo 2008
Con "Processo
a Dio"
a lezione di memoria
Stefano Massini, 30 anni, talento ne ha. Scrive per il
teatro sapendo cosa significhi dover recitare quello che
il drammaturgo mette nero su bianco. Ha ben presente cosa
significhi "contenuto", ma, altrettanto, quanto
siano redditizi gli scossoni, i colpi di scena, gli effetti.
Dalla sua penna viene il Processo a Dio che Sergio Fantoni
ha diretto per la vibrante interpretazione di Ottavia Piccolo
nei panni di Elga Firsch, attrice ebrea internata in un
campo di sterminio. Lo spettacolo è in scena al
Valle, fino al 16 marzo, con Vittorio Viviani, Silvano
Piccardi, Francesco Zecca, Olek Mincer, Marco Cacciola.
Massini, dicevamo. Ha costruito una situazione di per sé intrigante:
Elga, nel campo appena liberato dai russi, compra, al prezzo
di un anello d'oro a lungo occultato sotto il piede della
sua branda, un ufficiale nazista. Lo requisisce per istruire
contro di lui, che identifica con il Dio incapace di preservare
Israele dall'Olocausto, un processo in piena regola: i
giudici sono due anziani giudei, scampati alla camera a
gas; l'avvocato difensore è un vecchio rabbino;
da cancelliere funge il di lui figlio. Per sé, l'ex
attrice riserva il ruolo di accusatore e adduce prove per
condannare Dio in base a cinque tremendi capi d'imputazione.
Sarebbe ingiusto riferire oltre. Il testo ha un suo andamento
thriller che merita rispetto. Occorre però dire
che forse Massini ha esagerato nel farcirlo di rimandi,
suggestioni, agganci, argomentazioni teologico-filosofiche,
descrizioni scioccanti. Nel dibattimento, che finisce in
parità, ribolle questo magma di sentimento e storia,
scandalo e passioni, teologia e insània, di cui
gli attori, Piccolo in testa, si fanno carico con bravura.
Ma in alcuni momenti la narrazione si fa troppo didascalica,
testimoniale oltre misura, autorizzando, da parte della
regia, l'uso di concretezze estreme. Se cioè la
cenere dei forni crematori gettata nell'aria può funzionare, è eccessivo
lo svuotamento, davanti ai giudici, dei sacchetti contenenti
gli scalpi, la pelle, i denti, le ossa delle sventurate
vittime del campo. Alla "prima", molti e calorosi
applausi per tutti.
Rita Sala
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Il Mattino, 17 novembre 2007
Lager e orrore la Piccolo processa Dio
Ecco - parliamo di «Processo a Dio», il testo
di Stefano Massini che La Contemporanea presenta al Mercadante
per la regia di Sergio Fantoni - un esempio probante di
come il teatro possa (ciò che peraltro, lo ripeto
ancora una volta, è una sua necessità inderogabile)
esprimersi per vie indirette, in una dimensione prevalentemente
simbolica. Gli argomenti in questione sono la Shoah e l'interrogativo
terribile circa le «responsabilità» di
Dio nei confronti dell'orrore dei lager, nella fattispecie
quello di Maidanek. Perciò Massini adotta, come
epigrafe al testo, il quinto versetto del Salmo XX: «L'Eterno
risponda / a tutte le tue domande». Ma non si tratta
solo di un'anticipazione del tema che svolgerà la
pièce, appunto il processo a Dio intentato da un
gruppo d'internati a Maidanek. Qui si nomina Dio unicamente
con uno dei suoi appellativi, perché il nome di
Dio è impronunciabile: tanto che la tradizione ebraica
lo scrive «Jhwh», eliminando dalla parola «Jahweh» tutte
le vocali e, così, realizzando quell'impronunciabilità senza
dichiararla. D'altra parte, con l'epigrafe citata Massini
illustra - senza parere, e quindi, giusto, per via indiretta
- tutti i risvolti del problema: quelli storici (ricordo
che il secondo versetto del Salmo XX suona: «Jhwh
ti risponda nel giorno / dell'angoscia») e quelli
religiosi («L'Eterno risponda / a tutte le tue domande» traduce
esattamente il rapporto particolarissimo - individualistico,
personale e «paritario» - che l'ebreo intrattiene
con Dio). E ancora per via indiretta si sottolinea, qui,
il dato dell'orrore in esame. A istruire il processo e,
dunque, a cercare la verità è Elga Firsch:
un'attrice, dunque una che finge per definizione; e nella
stessa direzione va lo scarto fra il nome di Dio, che non
si può pronunciare perché contiene tutto
il mondo, e il nome degli internati nel lager, che non
si può pronunciare perché sostituito da un
numero che non contiene nemmeno la persona. A questo punto,
non occorrono troppe parole per elogiare il rigore sommesso
di Ottavia Piccolo (Elga Firsch), la fede tormentata di
Vittorio Viviani (il rabbino Bidermann, l'avvocato di Dio)
e la dolorosa dignità di Silvano Piccardi e Olek
Mincer (rispettivamente Solomon Borowitz e Mordechai Cohen,
i due anziani di Francoforte che si assumono il ruolo di
giudici). In tono minore Francesco Zecca (Adek) ed Enzo
Curcurù (il capitano nazista Reinhard). C'è da
aggiungere solo che Fantoni ha fatto bene a eliminare il
colpo di pistola da roulette russa con cui, nel testo,
si uccideva Reinhard e, di conseguenza, si assolveva Dio.
Ora la questione rimane aperta, e non poteva essere diversamente.
Ma forse Massini voleva intendere che alla sbarra, insieme
con Dio, siamo chiamati tutti noi. Non abbiamo soluzioni
alte: voliamo basso, o, come ci ricordava Gaber, non voliamo
affatto. Dice il Salterio: «Jhwh si affaccia dai
cieli / verso gli uomini / per vedere se c'è un
sapiente / un cercatore di Dio» (Salmo XIV, 2). Ed è dura
finanche per Dio: se guarda sulla terra, oggi vede, per
restare nella terminologia processuale, l'esercito infinito
dei difensori d'ufficio arruolati nel servizio permanente
effettivo della chiacchiera mendace.
Enrico Fiore
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Corriere della Sera, 22 aprile 2007
Di grande intensità la
prova di Ottavia Piccolo, diretta da Fantoni
«Processo a Dio» di un' attrice
Se Dio esiste, perché la Shoah? Come si può conciliare
il Bene assoluto con il male estremo? Ha ancora un senso
invocare l' Onnipotente che ha permesso lo sterminio di
milioni di innocenti? La Shoah non è un episodio
fra tanti, bensì l' Evento che discrimina tra un
prima e un dopo e che costringe a ripensare radicalmente
lo stesso concetto di Dio: Giobbe leva nuovamente la sua
domanda, ma il cielo resta muto. Domande che fanno nascere
altre domande a cui è difficile dare risposte. Domande
che si pone il giovane drammaturgo Stefano Massini nel
suo Processo a Dio dove immagina che alla liberazione del
campo di Maidanek un' internata, l' ex attrice Elga Firsch
fieramente adirata con Dio, decida di fargli un processo
davanti a due saggi, a un rabbino, al giovane figlio del
rabbino e a un SS carnefice e testimone. Un testo che è anche
un entrare nella lucida determinazione dello sterminio,
in un' orrenda macchina messa in moto per razzismo, odio
dell' uomo per l' uomo, tra silenzio di massa e indifferenza
di massa. Con una regia nitida e asciutta Sergio Fantoni
porta in scena questo processo emotivamente squassante
nel quale tra le cinque accuse lanciate da Elga contro
l' Onnipotente che ha sconfessato anche i sacri testi,
tra le deboli repliche del rabbino e la sprezzante volgarità dell'
ufficiale delle SS fino a ieri un dio col potere di vita
e di morte, si fa strada la verità storica, cifra
su cifra, prova su prova, di una vergogna senza pari. Alla
fine, l' unica sentenza possibile è quella dell'
uomo sull' uomo. Ottavia Piccolo, con un' interpretazione
di grande intensità, forza e sensibilità, è bravissima
nel restituire la tensione di Elga: il suo mondo è andato
in frantumi, le resta l' urgenza di conoscere fino in fondo
la verità, la sua «rabbia», il suo sgomento.
Accanto a lei i bravi Vittorio Viviani, Silvano Piccardi,
Francesco Zecca, Olek Mincer e Marco Cacciola. Uno spettacolo
di forte tensione etica che costringe a chiedersi: dov'
era l' uomo mentre venivano con scientificità e
metodo uccisi milioni di innocenti, dov' è l' uomo
oggi quando si nega la Shoah? Processo a Dio è un
modo per essere «messaggero dei morti fra i vivi»,
come ha definito se stesso Elie Wiesel, perché con
l' oblio e le negazioni non si aggiungano altre vittime.
Magda Poli
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Il Giornale, 20 marzo 2007
NEL GIOCO DELLE PARTI DIO E IL CARNEFICE SI INCONTRANO
IN AULA
Secondo Truffaut il solo veicolo popolare in grado di
contestare la tragedia esistenziale dell'uomo appellandosi
al Dio nascosto di Racine era l'accorato refrain dei grandi
chansonnier. Un suggerimento fatto nostro, negli anni sessanta,
dalla canzone d'autore. Che tuttavia mai collocò al
nodo focale della protesta contro la degenerazione del
nuovo paganesimo il simbolo della divinità. Ad eccezione
dei Nomadi in Dio è morto. Ora un autore emergente,
Stefano Massini, fa qualcosa di ancor più sconvolgente.
Nel suo Processo a Dio che, tanti anni dopo L'istruttoria
di Weiss, riprende in esame la Shoah, il massimo oltraggio
al Divino nel ventesimo secolo si muta il giorno della
disfatta del nazismo nel processo che un'ebrea scampata
al genocidio intenta, davanti a due alti sacerdoti della
sua fede, al Dio dei suoi padri.
Catturata l'ultima SS, Elga Firsch di professione attrice
costringe l'ultimo patrocinatore dell'onnipotenza ariana
a impersonare il Creatore. E smantellando ciò che
resta della macchina oppressiva del lager ne dimostra l'implacabile
meccanica. Svelandone al di là delle sevizie l'atroce
sadismo esercitato sulla psiche delle vittime, incoraggiate
a corrispondere con amici e parenti per ricavarne un incitamento
a piegarsi all'oppressione. Non basta. Massini enuclea
nel colpevole silenzio della divinità di fronte
al genocidio la totale assenza dell'Assoluto e, in filigrana,
la sconfessione dei testi sacri del giudaismo, dalla Bibbia
allo Zohar. Fino all'inesorabile verdetto di lasciare arbitro
della pena l'assoluto del Caso. Il solo in grado di decidere
se l'arma che Elga infila in bocca a Reinhard esploderà troncandogli
la vita. Una chiusa che, nel testo, l'autore risolve nella
detonazione che echeggia fuori scena mentre, nella sapiente
regia di Fantoni, il dubbio regna sovrano condannando attori
e spettatori a precipitare nel deserto degli interrogativi
senza scampo.
Con buona pace dell'attonito Silvano Piccardi e dell'autorevole
Vittorio Viviani che, con rara capacità introspettiva,
fanno corona alla splendida Ottavia Piccolo chiamata alla
prova più ardua e impegnativa della sua carriera.
PROCESSO A DIO - di Stefano Massini La Contemporanea. Regia
di Sergio Fantoni, con Ottavia Piccolo. A Lugano da oggi
a domenica, a Torino da sabato 24.
Enrico Groppali
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