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Ponyo sulla scogliera
di Hayo Miyazaki (animazione, Giappone, 2008)
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L'Unità, 20 marzo 2009
Storia anfibia con lieto fine
Nel meraviglioso “Libro dei sogni “ reso pubblico l’anno scorso Federico Fellini (edizioni Rizzoli) disegnava e scriveva di sogni e ossessioni. Ce n’è uno che ci ha ricordato Miyazaki e il suo rapporto speciale con i bambini: il “Sogno del quarto fratellino coraggioso” racconta di un bimbo che ha disinnescato un pericoloso pesce radioattivo salvando l’umanità. Guarda la scena Ermanno Olmi, secondo Fellini l’unico capace di raccontare l’innocenza e fare “un bellissimo film” da questa vicenda. Il sogno risale agli anni sessanta. C’erano tutti e due i registi (vivi) questa estate alla Mostra di Venezia: Olmi che duettava con Celentano su un risveglio ecologista che l’Italia rifiuta e Hayao Miyazaki, maestro consacrato delle anime giapponesi, con PONYO SULLA SCOGLIERA, nuovo cartone che ammalia e commuove, 170mila tavole realizzate a mano per mettersi nel punto di paragone più lontano possibile dai prodigi Pixar e simili. Una cascata di oro, blu e rosso, un tratto evocativo, dolce, che non conosce manierismi ed eccessi. L’idea di partenza per la storia della pesciolina Ponyo che s’invaghisce di Sosuke, un bimbo di 5 anni che l’aveva salvata da un vasetto di marmellata - per questo lo cerca, lo trova e chiede a mamma e papà signori del mare di diventare umana - Miyazaki l’ha presa dalla tradizione europea della Sirenetta e l’ha impregnata di cultura giapponese: la meravigliosa corsa di Ponyo sulle onde è accompagnata dalla Cavalcata delle Valchirie per risolversi in una sorta di tsunami non catastrofico, in cui si coglie il senso necessario della natura, che porta paura, sconcerto, bellezza, poesia. Se volete i pesi e contrappesi delle scenografiche onde giganti di Katsushika Hokusai. Che poi i bambini di Miyazaki siano davvero tali – nell’accezione minimizzante occidentale - è una questione più sottile che attiene al retaggio culturale asiatico: amano e vivono come gli adulti (la gita in barca), hanno rispetto e sono rispettati dagli anziani, siedono a capo di imperi e diventano guide spirituali.
Pasquale Colizzi
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Il Mattino, 21 marzo 2009
Miyazaki e la pesciolina che volle farsi umana
All'ultima Mostra di Venezia suscitò l'applauso più vibrante, ma la giuria lo ignorò perché Hayao Miyazaki era già titolare di un Leone d'oro alla carriera. «Ponyo sulla scogliera» rappresenta comunque una svolta nell'opera del maestro dell'animazione giapponese: la tecnica resta quella artigianale del disegno a mano, ma la vicenda assume un carattere più infantile e favolistico rispetto ai capolavori precedenti («La città incantata», «Il castello errante di Howl»). Scandita da vocine che il doppiaggio assimila a quelle di tutti i beniamini dei cartoon tv, la storia è quella di una pesciolina rossa che decide di diventare una bambina in carne e ossa quando, emersa sulla spiaggia con la testa incastrata in un vasetto di vetro, s'invaghisce del piccolo Sosuke. Peccato che il papà di Ponyo sia lo scienziato-stregone Fujimoto, che vive negli abissi marini, detesta gli umani e non vede di buon occhio l'idillio: tra elisir magici, onde che prendono vita, pesci preistorici e lune minacciose, il contrasto familiare arriverà a suscitare uno tsunami... La delicatezza del tocco è fuori discussione, i personaggi sono deliziosi, la colonna sonora vanta ispirazioni colte (anche se esagera con le vezzose canzoncine) e non mancano le stoccate ambientaliste. Il buon Miyazaki tiene a trasmettere agli adulti il suo senso anti-fondamentalistico della giapponesità e a rivendicare una visionarietà svincolata dai canoni occidentali, correndo peraltro il pericolo di essere percepito solo dai bambini.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 20 marzo 2009
Ponyo sulla scogliera
La fiaba della pesciolina che diventa bambina Un «evento naturale» nel mondo di Miyazaki
Di fronte ai film di Miyazaki, al fascino misterioso e insieme infantile delle sue storie a disegni animati (nonostante l' avanzare della tecnologia lo studio Ghibli produce ancora film con la matita e gli acquarelli, disegnati a mano), si rischia di cadere in una doppia trappola: da una parte sforzarsi di cercare in quelle storie più significati e riferimenti culturali di quelli che realmente contengono, finendo per sovraccaricare di eccessivi valori metaforici o contenuti misterici i suoi film; dall' altro liquidare tutto come «semplici» favolette per bambini, dove la ricchezza e la complessità dell' ispirazione si stemperano nell' ennesima variante di un orientalismo alla moda. Un doppio errore che finisce per ottenere lo steso effetto: appesantire la poesia (e la magia) che rendono davvero unici i film di Hayao Miyazaki, il cui ultimo film Ponyo sulla scogliera, dopo aver raccolto caldi applausi all' ultima Mostra di Venezia, arriva adesso sugli schermi italiani (dove sarà preceduto da un cortissimo sul Far East Film Festival di Udine, che fece conoscere per primo Miyazaki) e contemporaneamente in libreria, in un coloratissimo album Mondadori. La storia, come spesso nelle opere di Miyazaki, è semplicissima: una pesciolina rossa si è innamorata del bambino che l' ha salvata tirandola fuori da un vasetto di vetro finito sul bagnasciuga e vorrebbe vivere sempre con lui, trasformandosi in una bambina. Tutto qui, o quasi, perché il padre della pesciolina, che è uno strano scienziato umano di nome Fujimoto e che vive negli abissi marini col sottomarino Squalo-Elefante e che odia gli uomini e le terre emerse, vuole ostacolare quell' amore e fa di tutto per mettere i bastoni tra le ruote. Già a fermarsi qui ci sarebbero tanti punti di domanda in attesa di risposte: chi è questo misterioso Fujimoto e perché odia gli umani? Come ha fatto a essere il padre della pesciolina e di tanti altri animali? Come può un pesce, ancorché di sesso femminile, pensare di potersi trasformare in una bambina, con tanto di mani e gambe? E perché quando avviene la trasformazione, il bambino (che si chiama Sosuke) non ha dubbi nel riconoscere nella bambina proprio la pesciolina salvata dal barattolo e che aveva chiamato Ponyo? Ma a farsi tutte queste domande, si finisce per cercare di usare elementi razionali per interpretare una storia (una «favola») che di razionale ha ben poco. Seguendo la storia, che vede in campo anche la mamma di Sosuke, Risa, e il padre Koichi, ci si accorge che il piacere dell' invenzione prende forza su tutto. E il gusto per il disegno spinge il film verso invenzioni narrative del tutto inusitate, come i «pesci-acqua» che gli adulti scambiano per onde e i bambini vedono nella loro reale forma animalesca. Nessuna mamma guiderebbe l' auto in maniera così poco prudente come fa Risa, soprattutto quando a bordo ha Sosuke, e nessun genitore, di fronte al figlio che spiega serafico come la bambina spuntata dalle acque senza un perché non sia altro che la pesciolina Ponyo diventata umana, nessun genitore - ripeto - li prenderebbe tranquillamente in braccio, li porterebbe dentro casa per riparali dalla furia del vento e delle onde. Un essere umano o anche un cartoon antropomorfo si comporterebbe diversamente, si farebbe delle domande. Invece nel mondo di Miyazaki il mistero e l' irrazionale vengono accettati come eventi naturali, come fatti normali. Proprio come nessuno si stupisce che uno tsunami possa sommergere completamente il paese di Sosuke ma non uccida nessuno, anche perché una gigantesca medusa copre come una bolla d' aria gli indifesi ospiti di un ospizio completamente sott' acqua... È questa capacità di raccontare la realtà secondo logiche non tradizionali che fa la grandezza e il fascino del film e l' inconfondibile tocco d' autore di Miyazaki. La sua fantasia si nutre di tutti i miti fondanti della cultura giapponese, a cominciare dall' ambivalente presenza del mare, elemento di vita e insieme sfida rischiosa, per continuare con il ruolo positivo e rassicurante delle figure femminili a fronte della latitanza di quelle maschili (guarda caso il padre di Sosuke, Koichi, fa il capitano di una nave e per questo passa molto tempo fuori casa). Nel film si possono anche ritrovare alcuni dei simboli figurativi più ricorrenti nella cultura nipponica, dall' onda marina che prende sembianze vitali (ora i misteriosi pesci-acqua, ora l' ancor più misteriosa Mammare) alla casa solitaria che si erge contro la furia degli elementi e diventa inattaccabile rifugio. Ma niente è mai troppo sottolineato o rimarcato, perché altrimenti la fantasia e l' invenzione non potrebbe avrebbe quella libertà che invece in Ponyo sulla scogliere esplode con un piacere contagioso.
Paolo Mereghetti
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Il Messaggero, 21 marzo 2009
Miyazaki e il mare, tsunami di emozioni
L’immagine più bella dell’incantevole Ponyo sulla scogliera è quella di una bambina a braccia aperte che corre a perdifiato sulla cresta di un’onda gigantesca. Corre per fuggire al mondo in cui è nata, gli abissi marini. Corre perché solo così potrà completare la sua metamorfosi da creatura ibrida, metà pesce e metà umana, in bambina vera e propria.
Ma soprattutto corre dal suo amore Sosuko, il bambino che l’ha raccolta e salvata sugli scogli, quando era ancora una pesciolina dalla chioma rossa, e che ora vuole ritrovare a tutti i costi. Dovesse anche abolire la barriera che separa i due mondi e scatenare una tempesta colossale come quella che adesso cavalca, ma che rischia di inghiottire e cancellare le terre emerse.
Avessimo ancora avuto dei dubbi su ciò che Miyazaki vuole raccontare con questa fiaba che riprende e stravolge La sirenetta di Andersen, la scena in cui la piccola Ponyo sfida il suo elemento (e suo padre) per decidere del proprio destino, ci mette di fronte all’evidenza. Anche se i protagonisti sono due bimbetti in età prescolare, il geniale autore della Principessa Mononoke e della Città incantata ci trascina nel gorgo di una fiaba d’amore modellata dall’elemento più mutevole e inarrestabile che ci sia: l’acqua. Con tutte le risonanze psicanalitiche del caso, naturalmente.
Non c’è bisogno di conoscere Bachelard per avvertire una nota profonda e a tratti vagamente inquietante in questo tripudio di “irati flutti” che avvolge ogni fotogramma del film, sopra e sotto la superficie del mare (fedelmente ricapitolati dal libro illustrato Mondadori). In un susseguirsi di invenzioni formali che da un lato reinventano i grandi nomi dell’arte giapponese, da Hokusai a Hiroshige (con i loro epigoni europei, in testa Van Gogh, vedi la casa sulla collina di Sosuke); dall’altra danno forma a quel magma di affetti, emozioni, pulsioni, che chiamiamo amore (in tutte le sue varianti: materno, fraterno, carnale...). Un sentimento che affonda le sue radici nella prima infanzia e qui si fonde a quella scoperta meravigliata del mondo, delle sue sostanze, delle sue apparenze, che l’ex-pesciolina Ponyo compie sotto i nostri occhi.
Il resto segue il lussureggiante gusto per la mitologia di Miyazaki, insuperabile inventore di universi e di creature che traducono nel linguaggio semplificato ma potente dei cartoons il tumultuoso ribollire di sogni, fantasticherie, desideri, che pulsa appena sotto la superficie della nostra coscienza.
Ed ecco i proliferanti pesci-acqua, servizievoli e spaventosi. Ecco le sorelline di Ponyo, innumerevoli come un branco di pesci (di spermatozoi?). Ecco quella Grande Madre marina (anzi “Mammare”) che il padre di Ponyo, uno scienziato ritiratosi sotto gli oceani, brama e teme insieme (comparatisti all’erta: questa è la seconda cine-sirena dell’anno, e sempre di carta, dopo quella che consola il soldato di Valzer con Bashir). Davvero un film da non perdere. A qualsiasi età.
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 20 marzo 2009
Una pesciolina tsunami
Il personaggio del titolo, Ponyo, è una pesciolina rossa che per amore sceglie di trasformarsi in essere umano. Proprio come La sirenetta di Andersen, che di certo è il modello ispiratore della fiaba di Hayao Miyazaki. Figlia di Fujimoto - uno stregone che, con percorso inverso, ha abbandonato la terra per il mare - Brunilde (questo il suo vero nome) durante un’arrischiata escursione in superficie viene salvata dal ragazzino Sosuke che la mette nel suo secchiello battezzandola Ponyo e subito decide di diventare una bambina per restagli accanto. Tuttavia il passaggio da una dimensione all’altra provoca una voragine, un turbamento dei ritmi primigeni, scatenando un violento tsunami. Immensi cavalloni si schiantano sulla costiera abitata sommergendola e proprio ai due bambini spetterà il compito di ricucire lo strappo e riportare l’ordine nella natura e nelle cose.
Si sa che della capacità della cultura giapponese di assimilarne altre fondendole con felice sincretismo in un tutto coerente. Anche qui, come sempre in genere nei cartoni nipponici per via della loro destinazione al mercato internazionale, gli esseri umani hanno tratti simil-occidentali; e case, navi, giocattoli si potrebbero trovare tali e quali in ogni parte del pianeta. Tuttavia questo è forse il film di Miyazaki più profondamente radicato nella sua tradizione di appartenenza.
La terribile tempesta, i cui effetti nel mondo effimero degli uomini possono apparire devastanti, in sé non è affatto malvagia, bensì attiene alla logica molto orientale di un ripristino dell’equilibrio universale ben più essenziale dell’esistenza dei singoli individui. E come non pensare alla serena eleganza delle incisioni di pittori quali Hokusai o Hiroshige, di fronte a una grafica di trasparente grazia e luminosità, dove neppure le tenebre notturne riescono a cancellare il colore, e dove i volumi e i movimenti, vedi le impressionanti onde marine, sono suggeriti tramite un sapiente gioco di accordi cromatici. Quanto alla vivacissima Ponyo, non è tanto un personaggio quanto un’incantevole espressione di forza vitale allo stato puro.
Alessandra Levantesi
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