Platonov e altri
di Anton Cechov
al Piccolo Teatro
regia Giorgio Strehler
scene Luciano Damiani
con Tino Carraro, Sarah Ferrati, Tino Buazzelli, Valentina Cortese, Cristina, Mastrantoni, Lazzarini, Moschin, Giacobbe, Alzelmo, Polacco, Tarascio, Dettori, Fanfani, Matteuzzi
Corriere Lombardo, 28 aprile 1959
Al solito. Dice di sé, questo protoeroe cechoviano affogante nella noia: “Io sono una pietra ferma… E le pietre ferme stanno lì, come non esistessero. Del resto, ho un’occupazione. Cerco di non guastare troppo i ragazzi affidatimi. Suono la chitarra… e vivo. È già qualcosa”. Oltre a suonare la chitarra, scola anche bottiglie di vodka senza interruzione. Ma, questo, fa parte dell’ambiente. Prima di abbandonare l’università e rassegnarsi a fare il maestro di provincia contemplando, con staccato disprezzo di sé, il disseccarsi della propria vita come si contempla l’ingiallire delle folgie d’un albero, pensava di poter diventare a dir poco ministro. Comincia, dunque, con Michail Vasilievic Platonov la lunga teoria degli eroi abulici che poetano il lutto di sé stessi, e il malinconico vaniloquio d’un tedio sconfinato trascinerà fino al Giardino dei ciliegi.
La commedia cosiddetta “senza titolo” perché andò perduta la prima pagina del manoscritto, fu scoperta fra le carte inedite dello scrittore e vide la luce, di stampa, nel 1923. Rifiutata dai teatri appena scritta, anche per la sua fluviale lunghezza, essa gli era rimasta nel cassetto. La sua redazione si fa risalire intorno al 1880, quando, cioè, aveva solo vent’anni. Egli la corresse, vi tornò su, la tormentò, cercò di ridurla alle proporzioni ed alle misure del palcoscenico a più riprese, ma senza mai pensare alla rappresentazione; e non poté giungere alla ribalta altro che postuma in acconce riduzioni e con diversi titoli. È toccato ora al Piccolo Teatro, in una rielaborazione di sagacia teatrale pari alla fedeltà filologica, compiuta da Giorgio Strehler sulla precisa traduzione di Ettore Lo Gatto, studioso principe della letteratura russa. L’hanno chiamato, per l’occasione, Platonov e altri.
E’ curioso come, ad onta della prolissità, dei maldestri colpi di scena, degli sbalzi di svolgimento, degli scarti di tono, dell’immmotivato andare e venire dei personaggi, della sostanziale immobilità delle psicologie, acutamente ed effusivamente definite ma, una volta proposte, bloccate in sé stesse, prive di un vero e proprio svolgimento e soltanto sottoposte ai sussulti esteriori e accidentali della vicenda, essa, almeno a mio giudizio, rimanga di gran lunga superiore al melodrammatico e farraginoso Ivanov dal quale si fa comunemente iniziare la carriera teatrale vera e propria del drammaturgo. Gli sgomenti, i trasalimenti, gli allarmi inespressi di una fatalità irrevocabile portano già il segno di un’arte inconfondibile benché, quanto a ordine e proporzioni, ancora immatura.
Nell’angusto angolo di provincia, soffocante e soffocato in tutti i sensi a cominciare dal clima; dove si è ridotto a vivere, sposo distaccato della innamorata Sascia che gli ha già dato un bambino, nessuno capisce il perché – e, a vero dire nemmeno lo spettatore – il debole e inconsistente Platonov eserciti tanto fascino sulle donne senza che l’una sappia niente dell’altra. Probabilmente, fra quelle anime morte, sono il suo scetticismo, il suo disincanto, i graffi della sua ironia, la sincerità del proprio disgusto, i residui della finezza di un’eduazione e d’una moralità travolti dalla accettazione del volgare quotidiano che fanno di lui una sorta di Don Giovanni involontario. Più che amare, egli si lascia amare. A non contare una ragazza che provoca e offende con pesante sarcasmo, nella casa dei Voinizev, ad esempio, su tre persone, due sospirano per lui: Anna Petrovna vedova di un generale e Sofia Jegorovna moglie del figliastro della prima.
Sarà fra lui e queste due donne che si combatterà la partita più importante che finirà con la sua morte. Anna Petrovna è, come tutti i personaggi della commedia, un relitto alla deriva. Ma è la sola ad esserlo per così dire con carattere, con un provocante abbandono governato dalla volontà e temperato dal buon senso. Peccato che la sua volontà si eserciti unicamente nello sforzo di assicurarsi Platonov. Carica di debiti, alla vigilia della rovina, sul punto di veder messa all’asta l’eredità del marito come la protagonista del futuro Giardino dei ciliegi, essa inoltra già il passo verso il periglioso cammino in cui, di fronte alle diffioclà, si accettano i compromessi, e i buoni costumi e il rispetto del proprio nome passano in second’ordine. Prende lei l’iniziativa, preme sull’incerto Platonov, riesce or sì or no a dominarlo e progetta di farlo partire con lei, mentre lascia credere a qualche creditore di potersela comperare a saldo delle numerose cambiali.
Le predilezioni dell’uomo inclinano però verso la riluttante Sofia, già amata in gioventù; forse proprio perché dapprincipio essa tenta di resistere, forse perché, pur senza crederci, spera, con lei, di trovare il coraggio per ricominciare una vita che è stata tutta sbagliata. Ma dal dire al fare ce ne corre. Dopo aver inutilmente tentato di togliersi la vita, alla constatazione del crollo generale – famiglia, paternità, dignità personale – che lo circonda, sarà proprio Sofia ad ucciderlo con una revolverata. Non ultimo melodrammatico omicidio di un innamorato geloso e il frustrato tentativo di buttarsi sotto un treno della moglie tradita.
Una volta di più, davanti a questo suo primo – ma pur tanto impegnativo – cimento scenico si potrebbe confermare l’opinione che, in varie forme e diversi risultati, Cechov non abbia fatto che scrivere, per tutta la sua breve vita, sempre le stesse commedie; anzi con un po’ di malizia non priva però d’una sua verità, addirittura che, nel caso specifico, non abbia fatto che scrivere sempre la stessa scena. Non uno dei suoi temi prediletti è assente: la provincia russa coi suoi proprietari terrieri rovinati, i suoi impiegati fossilizzati, i suoi intellettuali falliti, che si logorano aspettando non si sa che; il tempo che svuota e dissecca le anime estenuandole nella noia; il contrasto fra le generazioni; la solitudine d’ognuno; il dissolvimento della vecchia struttura nei suoi tre aspetti interdipendenti: economico, sociale e morale, la coralità di un ambiente indissolubilmente impastato di dramma e di ironia.
C’è dunque già, in questo Platonov, tutto Cechov? In un senso c’è tutto, in un altro, quello che maggiormente conta, non c’è niente. Badando alla pura e semplice enunciazione dei contenuti non ne manca uno: badando al misterioso incanto della sua poesia, salvo fugaci sprazzi, manca l’arcana suggestione dell’impossibile speranza nell’avvenire lontano che consola del suo non persuaso fantasticare le grandi opere successive, manca l’ineffabile solidarietà, schermata di impercettibile umorismo che lega l’autore alle sue creature; manca, soprattutto, quell’arcana, inconfondibile atmosfera che è il segreto della sua arte e la vera protagonista del suo teatro.
Lo spettacolo, un po’ lungo ma tra i più belli del Piccolo Teatro, ha avuto un ascolto reverente e un caldissimo successo. Nella dimensione figurativa offertagli da Luciano Damiani – quel tempo sospeso, quella spenta varietà di colori uniformi riflessi dalle scene nei costumi – Giorgio Strehler ha orchestrato una regia tutta condizionata e calibrata sulla parola; di interesse critico non comune per l’impegno di cogliere e rendere il punto di sutura, il momento di fusione fra drammaticità e grottesco e fra serietà e sarcasmo, quel filo di rasoio sul quale si regge il copione, restituendo al vivo l’equilibio del suo squilibrio e senza trascurare l’accento di pietà che l’autore fa risuonare al fondo del disprezzo per le proprie creature.
Tino Carraro, Sarah Ferrati e Tino Buazzelli hanno offerto alla platea tre mirabili interpretazioni. Il primo per la mutevolezza continua e l’esaltazione ricorrente conferita alla decadente fatuità e agli inerti scrupoli morali di Platonov; la seconda per l’invenzione genialmente ordita di una proterva energia dominatrice, posta al servizio di una celata frenesia sensuale, atta a creare fra lei e il protagonista un rapporto da incube a succube; il terzo per la dolente umanità infusa in un vero e proprio accanimento di autodegradazione, e ciononostante ricca di originale comicità. Soltanto l’avarizia dello spazio mi impedisce di diffondermi sulla inquietante sensibilità di Valentina Cortese finalmente ritornata alle scene; sulla verità e la precisione del Cristina, del Mastrantoni, della Lazzarini, del Moschin, della Giacobbe, dell’Alzelmo, del Polacco, del Tarascio, del Dettori, del Fanfani, del Matteuzzi. Ma, per le repliche, un consiglio: forbici. |